di Daisaku Ikeda

Mentre le sfide che la società globale deve affrontare continuano ad aumentare in maniera esponenziale, eventi critici prima ritenuti impensabili stanno diventando realtà in tutto il mondo.

Particolarmente allarmante è il problema del cambiamento climatico: negli ultimi quattro anni la temperatura globale media ha raggiunto il suo picco massimo1 e l’effetto di tali condizioni meteorologiche estreme è stato avvertito ovunque. Anche la crisi dei rifugiati desta notevole preoccupazione: attualmente il numero mondiale di sfollati a causa di conflitti o altre ragioni ha raggiunto i 68,5 milioni.2 Inoltre, le controversie in campo commerciale stanno proiettando ombre oscure sulla società. Durante il dibattito presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite dello scorso anno, i leader di diverse nazioni hanno espresso le loro preoccupazioni per i recenti sviluppi del commercio mondiale e il loro impatto sull’economia globale. In aggiunta a queste difficoltà, l’Onu ha richiesto iniziative urgenti per le questioni relative al disarmo.

Nel maggio scorso il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha varato l’Agenda sul disarmo dell’Onu, che costituisce un rapporto completo sull’argomento. Ha sottolineato come le spese militari annue a livello globale abbiano superato i 1.700 miliardi di dollari,3 una cifra mai raggiunta dalla caduta del Muro di Berlino,4 ricordando che «quando ogni paese persegue la propria sicurezza senza preoccuparsi degli altri, si creano le condizioni per un’insicurezza globale che costituisce una minaccia per tutti».5 Osservando che le spese militari complessive equivalgono a circa 80 volte la cifra che servirebbe a soddisfare le necessità di aiuti umanitari in tutto il mondo, si è dichiarato molto preoccupato da questa crescente disparità nella ripartizione delle risorse e dal fatto che non vengano destinati fondi sufficienti a porre fine alla povertà, a promuovere la salute e l’educazione, a contrastare il cambiamento climatico e ad altre misure volte a proteggere il pianeta. Se questa tendenza proseguisse, il processo verso la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, Sdg), mirati a garantire che nessuno sia lasciato indietro, rischierebbe di subire una battuta d’arresto.

Il disarmo, tra i temi fondamentali dell’Onu sin dalla sua fondazione, ha sempre costituito una delle mie personali preoccupazioni e ha occupato un posto centrale nelle Proposte di pace che scrivo annualmente dal 1983. Come membro della generazione che ha sperimentato sulla propria pelle le atrocità della seconda guerra mondiale, e come erede dello spirito del secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda (1900-1958) – che portò avanti per tutta la vita il suo impegno concreto per liberare il mondo dal dolore e dalla disperazione – sono profondamente consapevole che il disarmo sia essenziale per sradicare i conflitti e la violenza che minacciano la dignità della vita di così tante persone.

L’umanità possiede il potere della solidarietà, una forza con la quale possiamo superare qualsiasi avversità. E in effetti il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw) – un’impresa la cui realizzazione è stata lungamente ritenuta impossibile – è stato adottato due anni fa proprio grazie al potere di questa solidarietà, e proseguono le iniziative per la sua ratificazione ed entrata in vigore.

Più scura è la notte, più vicina è l’alba: adesso è tempo di imprimere un’accelerazione al processo di disarmo, cogliendo le crisi attuali come opportunità per realizzare una nuova storia. A tal fine desidero proporre tre temi centrali che possano costituire un’impalcatura per l’impegno a rendere il disarmo uno dei cardini del mondo nel XXI secolo:

• condividere la visione di una società pacifica;

• un multilateralismo centrato sulle persone;

• far sì che la partecipazione dei giovani diventi la prassi.

 

Una visione condivisa

Il primo argomento che desidero affrontare è la necessità di una visione condivisa dei fondamenti di una società pacifica.

L’onnipresenza degli armamenti è una minaccia crescente a livello mondiale. Nonostante nel 2014 sia entrato in vigore il Trattato sul commercio delle armi, che regola il commercio internazionale delle armi convenzionali, dalle piccole armi ai carri armati e ai missili, i principali Stati esportatori non vi hanno aderito, rendendo così difficile arrestare l’afflusso di armi nelle zone di conflitto. Inoltre si assiste ripetutamente a casi di impiego di armi chimiche e altri ordigni disumani. Anche la modernizzazione della tecnologia applicata alle armi ha comportato gravi problemi, e crescono le preoccupazioni per le questioni di diritto internazionale umanitario che sorgebbero nel caso in cui attacchi con droni militari colpiscano la popolazione civile.

Stanno inoltre aumentando le tensioni riguardo alle armi nucleari. Lo scorso ottobre il presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti si ritireranno dal Trattato sulle armi nucleari a medio raggio (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty, Inf) che avevano sottoscritto con l’allora Unione Sovietica. Mentre fra Usa e Russia proseguono le dispute circa l’osservanza delle disposizioni del Trattato, sussiste il rischio che, qualora l’Inf venisse a cadere, anche altre potenze nucleari possano essere coinvolte in una nuova corsa agli armamenti. Tali condizioni fanno ben comprendere le ragioni per le quali il segretario generale Guterres, nella sua introduzione all’Agenda sul disarmo, abbia messo in evidenza che «le tensioni della guerra fredda sono tornate in un mondo che ora è diventato più complesso».6

Perché nel XXI secolo la storia sembra ripetersi in questo modo? Mi sovvengono a tale proposito le penetranti osservazioni del fisico e filosofo Carl Friedrich von Weizsäcker (1912-2007). Discussi del suo lungo impegno per la pace mondiale in un dialogo con il figlio, Ernst Ulrich von Weizsäcker, presidente onorario del Club di Roma.

Riferendosi ai due anni 1989-1990, dalla fine della guerra fredda e la caduta del Muro di Berlino alla riunificazione della Germania, Weizsäcker osservò che, per quanto tali eventi avessero coinvolto tutto il mondo, non si erano prodotti cambiamenti significativi.7 Per una persona che aveva vissuto la maggior parte della vita in una Germania divisa e che aveva sottolineato ripetutamente la natura storica della sequenza di eventi che avevano portato alla fine della guerra fredda, questa era un’affermazione in una certa misura sorprendente, che ricorda Socrate quando si definiva una levatrice di verità.

Riflettendo sulla situazione politica e militare del suo tempo, affermò che gli sforzi per superare “l’istituzione della guerra”8 non avevano ancora portato a una vera e propria trasformazione delle coscienze. Riteneva, insomma, che anche la fine della guerra fredda non avesse aperto la strada alla sfida cruciale: il superamento della guerra come istituzione, con i ripetuti conflitti militari per l’egemonia fra gruppi diversi. E avvertiva che «non è mai certo, nemmeno oggi, che la continua produzione di nuove armi non conduca alla fine allo scoppio di una guerra».9 Sento intensamente il peso delle sue parole, che si adattano molto bene anche all’attuale situazione globale.

In effetti le questioni della pace e del disarmo sono rimaste irrisolte dall’epoca della guerra fredda, ma sebbene restino sfide difficili – una vera e propria aporia10 – desidero ribadire che c’è ancora una luce di speranza. Possiamo scorgerla nel fatto che le discussioni sul disarmo non vengono più condotte solo in un’ottica politica e di sicurezza internazionale, ma includono sempre più la prospettiva umanitaria. Inoltre è stata adottata una serie di trattati che proibiscono armi disumane come le mine di terra, le bombe a grappolo e gli armamenti nucleari. Cavalcando questo nuovo impeto di portata storica, che incorpora l’approccio umanitario nella stesura del diritto internazionale, tutti gli Stati devono dare inizio a un processo di cooperazione e lavorare insieme per un nuovo significativo passo avanti nel campo del disarmo.

A tal fine è utile esaminare l’idea dell’“assenza di pace come malattia dell’anima” (ted. Friedlosigkeit als seelische Krankheit) che Weizsäcker identifica come un impedimento al progresso del disarmo. Egli paragona le questioni che minacciano la pace a una malattia che colpisce tutti, perché nessuno Stato o individuo può considerarsi estraneo a esse, nessuno ne è immune. Questa prospettiva ha alla base la sua visione degli esseri umani come forme di vita indeterminate, senza una natura fissa,11 che non possono essere classificate come buone o cattive.12 Sottolinea perciò che non dovremmo considerare l’assenza di pace come qualcosa di esterno a noi, come risultato della stupidità o del male; piuttosto dovremmo «aver ben presente il fenomeno della malattia».13 E spiega che né gli ordini né le condanne potranno riuscire a vincere la patologia dell’assenza di pace, che invece «richiede un approccio differente che dovremmo chiamare “guarigione”».14 Come possiamo iniziare a somministrare la cura se non riconosciamo questa patologia dentro di noi e non impariamo ad accettare che sia noi sia gli altri siamo persone malate?15

Probabilmente fu questa consapevolezza che indusse Weizsäcker ad adottare un approccio originale quando la Gran Bretagna si unì agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica nella corsa agli armamenti nucleari. Il Manifesto di Gottinga del 1957, nella cui stesura egli svolse un ruolo centrale insieme ad altri scienziati, riflette sulla posizione della Germania nel mondo: «Noi crediamo che il modo migliore [per la Germania occidentale] di promuovere la pace nel mondo e di proteggere se stessa sia rinunciare volontariamente alle armi nucleari».16 Anziché rivolgersi agli Stati nucleari, impegnati in una frenetica corsa agli armamenti, queste parole dei firmatari del manifesto suggerivano la posizione che avrebbe dovuto assumere il loro paese nei confronti della questione nucleare. Essi dichiaravano inoltre che, come scienziati, avevano la responsabilità professionale degli effetti potenziali del loro lavoro e perciò «non potevano rimanere in silenzio su tali questioni politiche».17

Per inciso, il Manifesto di Gottinga uscì lo stesso anno in cui il presidente Toda formulò la sua Dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari, radicata nel suo credo buddista. Pur riconoscendo l’importanza dei movimenti di opposizione agli esperimenti nucleari che all’epoca stavano guadagnando popolarità, egli affermava che, per risolvere il problema definitivamente, fosse necessario sradicare i modi di pensare che giustificano gli armamenti nucleari e sui quali si fonda l’approccio alla sicurezza: «Voglio denudare e strappare gli artigli che si celano nelle estreme profondità di simili ordigni».18

Tale dichiarazione, che pronunciò circa sei mesi prima di morire, si basava sull’assunto che fosse inammissibile per chiunque minacciare il diritto fondamentale alla vita della popolazione mondiale. Il suo valore risiede nel riportare il problema delle armi nucleari, messe su un piedistallo in quanto considerate necessarie per la pace e la sicurezza degli Stati, nell’ambito del valore intrinseco della vita, una questione di interesse urgente per tutte le persone. Cercando di portare avanti questo spirito ho continuato a sostenere che, se vogliamo veramente porre fine all’era degli armamenti nucleari, dobbiamo lottare contro il vero nemico, che non sono le armi atomiche di per sé, né gli Stati che le possiedono, bensì il modo di pensare che ne permette l’esistenza: la prontezza ad annientare gli altri quando vengono percepiti come minaccia o impedimento alla realizzazione dei propri scopi.

Nel settembre 1958, un anno dopo la dichiarazione di Toda, scrissi un saggio intitolato “Come uscire dalla casa che brucia”, nel quale facevo riferimento alla parabola del Sutra del Loto sui tre carri e la casa che brucia. Secondo la parabola, la casa di un uomo ricco improvvisamente prende fuoco ma, siccome è molto vasta, i figli che si trovano all’interno non si rendono conto del pericolo e non mostrano sorpresa né paura. Allora l’uomo escogita un modo per farli uscire di loro spontanea volontà e salvarli dall’incendio. Citando questa parabola sottolineai che qualsiasi utilizzo di bombe atomiche o all’idrogeno sarebbe stato un atto di suicidio per il pianeta – l’autodistruzione collettiva dell’umanità – e che, costituendo queste armi una grave minaccia per la gente di tutte le nazioni, avremmo dovuto trovare insieme un modo per uscire dalla “casa che brucia”, il nostro mondo minacciato da un pericolo senza precedenti.19 Come indica questa parabola, il punto cruciale è agire per salvare tutte le persone da questo pericolo.

In tal senso, sono profondamente d’accordo con le idee espresse dal Segretario generale Guterres nell’Agenda sul disarmo, in cui vengono sottolineate tre nuove prospettive che vanno oltre la retorica della sicurezza, da sempre al centro di questi dibattiti: il disarmo per salvare l’umanità, il disarmo che salva vite umane e il disarmo per le generazioni future.20

Cosa occorre dunque per superare la patologia dell’assenza di pace, al cuore della quale c’è la volontà di impiegare qualsiasi mezzo per raggiungere i propri obiettivi senza pensare ai danni arrecati, e accelerare invece un processo globale verso quel tipo di disarmo che salva vite umane? Un approccio terapeutico basato sul Buddismo può darci qualche spunto per affrontare il problema.

Nelle scritture buddiste si narra la storia di un uomo chiamato Angulimāla,21 contemporaneo di Shakyamuni, temuto da tutti perché aveva assassinato tante persone. Un giorno Angulimāla scorse Shakyamuni e decise di ucciderlo ma, per quanto lo inseguisse con tutte le sue forze, non riusciva a prenderlo. Alla fine, esasperato, gridò: «Fermati!», al che Shakyamuni rispose: «Angulimāla, io mi sono fermato. Anche tu dovresti farlo».

Perplesso, Angulimāla gli chiese come mai gli stesse dicendo di fermarsi visto che aveva già smesso di muoversi e Shakyamuni spiegò che si stava riferendo alle sue spietate uccisioni di esseri viventi e alla malvagità che le aveva ispirate. Profondamente colpito da queste parole, Angulimāla decise di eliminare il male dal suo cuore e cessò di compiere i suoi misfatti, gettò via le armi e chiese a Shakyamuni di poter diventare suo discepolo. Si pentì profondamente dei crimini passati e da quel momento si impegnò sinceramente nella pratica buddista per espiare le sue colpe.

C’è un altro importante punto di svolta nella storia di Angulimāla. Un giorno, mentre camminava per la città mendicando elemosine, vide una donna che soffriva per i dolori del parto. Nessuno le stava accanto e anche lui, sentendosi completamente impotente, si allontanò. Ma non riusciva a smettere di pensare al dolore della donna e così andò da Shakyamuni per raccontargli ciò che aveva visto. Questi lo esortò a tornare immediatamente da lei e offrirle le seguenti parole: «Sorella, sin dalla mia nascita non ho mai distrutto consapevolmente alcun essere vivente; in virtù di questa verità possa tu stare bene e così anche l’essere che deve nascere».

Consapevole dei suoi passati misfatti, Angulimāla non riusciva a comprendere il vero intento del maestro, il quale gli spiegò che, pentendosi profondamente e impegnandosi nella pratica religiosa, era già riuscito di sua volontà a dissolvere l’intento malvagio che muoveva le sue azioni. E, come per ricordargli tutto questo, Shakyamuni lo esortò nuovamente a dire alla donna: «Sorella, poiché sono rinato come persona che ricerca il nobile sentiero, non ho ricordo di aver tolto consapevolmente la vita a un essere vivente; in virtù di questa verità possa tu stare bene e così anche colui che deve nascere». Conoscendo la compassione profonda di Shakyamuni, Angulimāla corse al fianco della donna sofferente e le ripeté queste parole. Lei si calmò e riuscì a partorire.

Questi due episodi sono indicativi dei cambiamenti che Shakyamuni desiderava suscitare nel suo discepolo. Dapprima cercò di dirigere l’attenzione di Angulimāla sulla malvagità, sull’intento di nuocere, che aveva governato per tanto tempo le sue azioni. Poi, illuminando un percorso attraverso cui Angulimāla avrebbe potuto salvare la vita di quella madre e di suo figlio, cercò di indirizzarlo verso l’impegno personale a diventare una persona che salva gli altri. Ovviamente questa parabola descrive la trasformazione interiore di un singolo individuo ed è ambientata in un’epoca e in un contesto culturale completamente diversi dai nostri. Ciò nonostante credo che mantenga una certa rilevanza per i nostri tempi perché non si limita alla cessazione di atti ostili, ma è orientata a salvare delle vite. Questa, a mio avviso, potrebbe essere la base utile per individuare un rimedio in grado di trasformare radicalmente la società.

Le Convenzioni di Ginevra adottate settant’anni fa, nel 1949, che stabiliscono princìpi essenziali per il diritto internazionale umanitario, furono stilate con intenti che ricordano la storia di Angulimāla. I lavori preparatori alle Convenzioni, che miravano alla definizione di zone di sicurezza non solo per le donne incinte, ma per tutte le donne, i bambini e le bambine, le persone malate e anziane, si svolsero all’interno di una conferenza della Croce Rossa Internazionale negli ultimi anni della seconda guerra mondiale. Quando, a conflitto finito, furono adottate le Convenzioni, gli Stati che avevano partecipato alla conferenza di negoziazione dichiararono: «È sincera speranza [della conferenza] che in futuro i governi non debbano mai applicare le Convenzioni di Ginevra per la protezione delle vittime di guerra. […] Il suo maggiore desiderio è che le potenze, grandi e piccole, possano comporre amichevolmente le loro divergenze attraverso la cooperazione e la comprensione fra le nazioni».22

Non si trattava di un semplice monito a non violare le Convenzioni; il desiderio più profondo dei firmatari era prevenire le condizioni di estrema sofferenza e perdita di vite umane che ne avrebbero richiesto l’applicazione. Le Convenzioni – che sono alla base del successivo diritto internazionale umanitario – manifestarono questa forte determinazione proprio perché i partecipanti ai negoziati avevano vissuto direttamente la crudeltà e la tragedia della guerra.

Se non rivisitiamo costantemente le origini delle Convenzioni di Ginevra, rimarremo prigionieri di posizioni che giustificano come accettabile qualsiasi azione che non violi esplicitamente la legge nella sua interpretazione puramente letterale.

È particolarmente importante tenere a mente questo punto di fronte ai rapidi progressi dello sviluppo di Sistemi di armi autonome letali (Laws) basati sull’intelligenza artificiale (Ia), che preludono alla possibilità di combattere battaglie senza alcun controllo umano diretto. Non affrontare questo aspetto mette a rischio lo spirito del diritto internazionale umanitario espresso dalle Convenzioni di Ginevra.

Ora più che mai dobbiamo raddoppiare gli sforzi per superare la patologia dell’assenza di pace. A tal fine è essenziale adoperarci per riconoscere tutti tale patologia e per ricercarne insieme la cura. In altre parole, dobbiamo sviluppare una visione comune di una società pacifica. Io credo che il Trattato per la proibizione delle armi nucleari sia il precursore di un tipo di legislazione internazionale sul disarmo in grado di dare forma a questa visione.

Il Trattato per la proibizione delle armi nucleari è una misura legislativa internazionale che va oltre i confini tradizionali dei trattati sul disarmo o sulla protezione umanitaria. Jean Pictet (1914-2002), ex direttore generale del Comitato internazionale della Croce Rossa (Icrc), che si dice abbia coniato il termine “diritto internazionale umanitario”, sottolineò che questo non è altro che una «trasposizione in legge internazionale di princìpi morali e, più specificamente, umanitari».23

Il Trattato, che concretizza la determinazione degli hibakusha e di molti altri di non permettere mai più il ripetersi di una tragedia nucleare, si colloca esattamente in questo filone di diritto internazionale. Ha inoltre le caratteristiche di una “norma ibrida internazionale”, uno standard emergente che ha cominciato a suscitare attenzione. Nata come approccio legale per affrontare il cambiamento climatico in collegamento con le problematiche dei diritti umani e dello sfollamento forzato, la norma ibrida internazionale promuove un cambiamento nel modo tradizionale di intendere la classificazione della legislazione. In tale contesto il Trattato per la proibizione delle armi nucleari è uno strumento legale che riconosce la natura interconnessa dei problemi globali attuali e li colloca sotto un ombrello il più ampio possibile.

Anche il dibattito sulla sicurezza, in cui tanto peso viene attribuito alle questioni di sovranità nazionale, deve prendere in considerazione fattori come l’ambiente, lo sviluppo socioeconomico, l’economia globale, la sicurezza alimentare, la salute e il benessere delle generazioni attuali e future, i diritti umani e la parità di genere. Questa è la direzione chiaramente indicata nel Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Il dibattito sul disarmo nucleare deve essere basato sulla consapevolezza comune che non si può raggiungere una vera sicurezza a meno che ognuno di questi temi interconnessi non venga adeguatamente affrontato. Altrimenti i negoziati continueranno a vertere sull’equilibrio degli armamenti posseduti da ognuna delle parti e ciò renderà ancora più difficile andare oltre il contesto del controllo delle armi.

In tal senso il Trattato per la proibizione delle armi nucleari può costituire uno stimolo per superare l’impasse di lunga data nel processo di disarmo nucleare. Inoltre, espandendo la rete di sostegno al Trattato, si possono compiere notevoli passi avanti verso il conseguimento di vari scopi: aprire la strada a un mondo di diritti umani basato sul rispetto reciproco della dignità di tutte le persone; creare un mondo umano dove siano centrali la felicità e la sicurezza personale e comune; costruire un mondo di coesistenza basato su un senso di responsabilità condiviso nei confronti dell’ambiente e delle generazioni future. Credo che questo possa essere il maggiore contributo del Trattato alla storia.

[…]

Far sì che la partecipazione dei giovani diventi la prassi

Il terzo e ultimo argomento legato al disarmo riguarda la prassi di prevedere sempre la partecipazione dei giovani.

Alle Nazioni Unite il termine “gioventù” è diventato una parola chiave in molti campi. Al centro c’è la strategia “Giovani 2030”, varata nel settembre scorso, che mira all’empowerment dell’1,8 miliardi di giovani del mondo e a far sì che le giovani generazioni assumano un ruolo trainante nell’impegno per la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Si è avuta un’evoluzione simile anche nel campo dei diritti umani, quando l’Onu ha stabilito che i giovani fossero il fulcro della quarta fase del Programma mondiale per l’educazione ai diritti umani. Ho suggerito tale designazione nella mia Proposta di pace dell’anno scorso e spero che ci si adoperi con tutti i mezzi per garantire il successo di questa quarta fase.

L’importanza dei giovani per il disarmo è chiara, e il segretario generale Guterres lo ha sottolineato nell’Agenda sul disarmo. È indicativo che per varare l’Agenda abbia scelto l’Università di Ginevra anziché la sede centrale dell’Onu o qualche altra sede diplomatica. «E i giovani, come gli studenti e le studentesse presenti in quest’aula, […] sono la forza più importante per il cambiamento nel nostro mondo. […] Spero che usiate il vostro potere e i vostri legami per sostenere la causa di un mondo pacifico, libero dagli ordigni nucleari, nel quale le armi siano controllate e regolamentate, e le risorse siano dirette a creare opportunità e prosperità per tutte le persone».40

Ha affrontato il problema ormai incancrenito delle armi nucleari insieme al rischio dello scoppio di conflitti legati allo sviluppo di nuove tecnologie, definendoli severe minacce per il futuro dei giovani ascoltatori e delle giovani ascoltatrici. Fra le maggiori fonti di preoccupazione ha citato gli attacchi informatici (cyber attacks). Le cyber-armi potrebbero essere impiegate non solo per colpire obiettivi militari ma per infiltrarsi in infrastrutture nodali con lo scopo di paralizzare intere società, dal momento che hanno impatto su un gran numero di civili e possono causare gravi danni. Questo genere di lotta armata minaccia lo svolgimento della vita quotidiana anche quando non ci sono ostilità in corso. Ma il problema va oltre le minacce fisiche alla pace e le questioni umanitarie: dobbiamo considerare anche l’effetto sullo stile di vita delle persone e in particolare sui giovani, perché la complessità e la portata delle questioni legate a questo tipo di lotta armata inculcano un diffuso senso di rassegnazione, la sensazione che la realtà vada al di là del nostro potere di cambiarla. Questo è forse l’effetto principale e il più nefasto.

Tale era la preoccupazione di Weizsäcker, che si rifletté nel suo appello a superare la patologia dell’assenza di pace. Egli anticipa due tipi di critiche che potrebbero essere indirizzate alla sua difesa di una pace garantita istituzionalmente. La prima è l’idea che stiamo già vivendo in condizioni di pace, una pace assicurata dalla presenza di vasti arsenali. L’altra è che la guerra è sempre esistita ed esisterà sempre perché fa parte della natura umana. Weizsäcker fa notare che, paradossalmente, a pronunciare queste critiche spesso è la stessa persona, che da una parte afferma che stiamo vivendo in pace e dall’altra liquida la pace come un “pio desiderio”. Spesso chi sostiene queste argomentazioni non si accorge che sono in contraddizione.

Secondo Weizsäcker, quando si ha a che fare con una questione difficile da mettere a fuoco, spesso le persone reagiscono psicologicamente allontanandola dalla coscienza. Sebbene tale atteggiamento a volte possa essere necessario per mantenere il proprio equilibrio mentale, difficilmente possiamo considerarla una risposta ottimale quando è in gioco una decisione da cui dipende la sopravvivenza, perché ci impedisce di riflettere seriamente su ciò che occorre per creare la pace, sulle azioni che dobbiamo compiere a tal fine.41

È passato mezzo secolo da quando Weizsäcker formulò queste osservazioni ma ancora oggi troppe persone, negli Stati nucleari e dipendenti dal nucleare, pur non sostenendola attivamente, considerano la politica della deterrenza una necessità ineludibile per mantenere la sicurezza nazionale.

Fin quando non scoppierà davvero una guerra nucleare sembrerà non esservi alcun problema nella convinzione secondo cui gli armamenti su vasta scala servono a mantenere la pace e nel distogliere gli occhi dalla minaccia che le armi nucleari rappresentano. Ma in realtà questa rassegnazione diffusa riguardo alla questione nucleare ha un effetto deleterio sulle fondamenta della società e sul futuro delle giovani generazioni.

Se le strategie di sicurezza basate sulla deterrenza fallissero e scoppiasse una guerra, il risultato sarebbe un’orrenda devastazione, un’enorme perdita di vite umane per attaccanti e vittime. Ma il danno arrecato dalla teoria della deterrenza non si limita a questo: anche se le armi nucleari non venissero mai usate, le persone continuerebbero comunque a dover vivere con l’assurda minaccia esistenziale che esse rappresentano.La protezione dei segreti militari e della difesa manterrebbe la priorità e rimarrebbero in piedi le giustificazioni alle limitazioni dei diritti e delle libertà delle persone in nome della sicurezza nazionale. Quando a questa miscela si aggiunge una penetrante sensazione di impotenza, si crea un clima sociale che rende accettabile tollerare le violazioni dei diritti umani come un male necessario fintanto che non hanno un impatto diretto sulla nostra vita. Se la negatività schiacciante generata dalla patologia dell’assenza di pace continuerà a esercitare la sua influenza, sarà negata alle giovani generazioni l’opportunità di sviluppare una ricca e sana umanità.

Nel 1260 Nichiren (1222-1282), il riformatore buddista giapponese che sviluppò la sua visione del Buddismo sulla base del Sutra del Loto – la scrittura che esprime l’essenza degli insegnamenti di Shakyamuni – sottopose il trattato Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese alla massima autorità politica del suo tempo. In esso identifica la causa fondamentale del disordine dilagante in un diffuso senso di rassegnazione.

A quell’epoca la popolazione giapponese soffriva a causa di ripetute calamità naturali e conflitti armati e molti erano sprofondati nell’apatia e nella rassegnazione. La società era intrisa di filosofie pessimistiche che disperavano di poter risolvere le difficoltà attraverso gli sforzi personali e di conseguenza, per molti, l’unica preoccupazione era mantenere una tranquillità interiore. Questo modo di pensare e di agire contrastava del tutto con gli insegnamenti che animano il Sutra del Loto, che esortano a mantenere una fede incrollabile nel potenziale insito in tutte le persone e ad adoperarsi nel farlo sbocciare appieno per costruire una società in cui tutti possano mettere in luce la propria dignità intrinseca. Il trattato di Nichiren sollecita ad affrontare seriamente la sfida di accendere una luce di speranza nel cuore delle persone colpite da disastri e di avviare una mobilitazione sociale per impedire le guerre e i conflitti interni. Sottolinea il bisogno di sradicare la patologia della rassegnazione celata nelle profondità del nostro essere sociale, che ci contagia tutti: «Piuttosto che offrire diecimila preghiere, sarebbe meglio semplicemente bandire questo unico male».42 Il trattato ci invita a non rassegnarci di fronte ai mali della società e a raccogliere invece tutte le nostre capacità interiori per fronteggiare le dure sfide del nostro tempo come agenti di un cambiamento proattivo e contagioso.

Quali eredi spirituali di Nichiren, i membri della Soka Gakkai, sin dai tempi del fondatore Makiguchi e del secondo presidente Toda, hanno ritenuto che la  propria missione nella società fosse la costruzione di una solidarietà di azione tra le persone dedicata a eliminare l’infelicità dalla Terra.

Analizzando la visione di Shakyamuni riguardo alla natura della sofferenza, che costituisce il punto di partenza del pensiero buddista, il filosofo tedesco Karl Jaspers (1883-1969) dichiarò che non vi era neanche un’oncia di pessimismo.43 In altri scritti Jaspers esplorò varie strade per superare il senso di impotenza e impiegò il termine “situazione limite” (ted. Grenzsituation) per descrivere le realtà inevitabili che gli individui affrontano. Fece notare che l’unico modo di evitare una situazione limite nella propria vita presente è chiudere gli occhi, ma fare così significherebbe anche far tacere il proprio potenziale interiore.44

Desidero focalizzarmi sull’intuizione di Jaspers secondo cui le situazioni limite sono concrete e specifiche per ognuno di noi ed è proprio questo che ci permette di trovare la strada per attraversarle. In altre parole, ognuno porta il personale fardello della sua vita costituito dalle particolarità della propria nascita e del proprio ambiente, e tali restrizioni delimitano le condizioni in cui vive. Ma quando riconosciamo la nostra situazione limite e decidiamo di superarla, la ristrettezza delle nostre condizioni individuali – che non possono essere sostituite con quelle di nessun altro – si trasforma nella profondità con la quale realizziamo il nostro sé originale.

Jaspers afferma che «per la situazione limite non c’è una soluzione oggettiva che vale per sempre; ci sono solo soluzioni storiche che valgono nel presente».45 È questo che genera il peso particolare di ciascuna delle nostre azioni, azioni che solo noi possiamo compiere.

Potremmo affermare che Jaspers stia descrivendo l’approccio che ha animato le mie azioni per aprire una strada alla pace e alla coesistenza. Nel 1974, in un periodo di notevoli tensioni legate alla guerra fredda, visitai per la prima volta la Cina e l’Unione Sovietica. A quell’epoca fui criticato da chi si chiedeva come mai una persona di fede si recasse in paesi in cui la religione era bandita dall’ideologia ufficiale. Da parte mia, desideravo gettare le basi per l’amicizia e lo scambio proprio in quanto persona di fede che desidera fortemente la pace; ciò mi spinse a non sprecare l’opportunità degli inviti ricevuti dall’Associazione per l’amicizia fra Cina e Giappone e dall’Università statale di Mosca M. V. Lomonosov. Inutile dire che non avevo alcun metodo o piano infallibile che mi avrebbero garantito il successo. Così affrontai ogni incontro e ogni dialogo come una circostanza unica e irripetibile, per creare un passo alla volta opportunità di scambi culturali ed educativi. Dopo la fine della guerra fredda, convinto che nessun paese dovesse rimanere isolato, mi recai a Cuba, le cui relazioni con gli Stati Uniti a quel tempo erano difficili, in Colombia, che si confrontava con il grave problema del terrorismo, e in altri luoghi. Visitai quei paesi rifiutandomi di cedere al senso di impotenza e rassegnazione, convinto anzi che il fatto di essere una persona di fede senza cariche politiche avrebbe aperto nuove e originali possibilità di azione. Con lo stesso spirito, negli ultimi 35 anni ho continuato annualmente a scrivere proposte per la pace e il disarmo e ad agire per espandere la solidarietà della società civile.

Adesso che è stato realizzato il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, che auspicavo da lunga data, desidero rivolgermi alle persone giovani del mondo alla luce della mia esperienza personale. La vita di ognuno e di ognuna di voi è colma di dignità e di possibilità illimitate; per quanto le realtà della società internazionale possano apparire gravi e apparentemente inamovibili, non dovete né accettarle né rassegnarvi a esse, né adesso né in futuro.

Nel giugno dell’anno scorso Adolfo Pérez Esquivel – attivista argentino per i diritti umani – e io abbiamo lanciato un appello congiunto alla gioventù mondiale basato sulla nostra convinzione che un altro mondo sia davvero possibile. La vita e la dignità di decine di milioni di persone viene violata dalla guerra e dai conflitti armati, dalla fame, dalla violenza sociale e strutturale. Per sanare questa grave situazione dobbiamo aprire le braccia, la mente e il cuore in un gesto di solidarietà nei confronti delle persone più vulnerabili.46

A questo scopo possiamo prendere come modello la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican), che ha mobilitato la passione e la creatività delle giovani generazioni a sostegno dell’adozione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari e per questo ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 2017.

Anche nelle iniziative della Sgi, partner internazionale di Ican fin dall’inizio, il motore sono state le persone giovani. Nel 2007 la Sgi lanciò il People’s Decade for Nuclear Abolition (Decennio delle persone per l’abolizione del nucleare) e i giovani membri del Giappone aprirono la strada raccogliendo 5,12 milioni di firme per un mondo libero dalle armi nucleari. In Italia i membri del Gruppo giovani, con la campagna Senzatomica, sono stati un esempio di cooperazione organizzando in più di 70 città mostre di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Negli Stati Uniti i membri del Gruppo studenti hanno lanciato Our New Clear Future (Il nostro nuovo futuro pulito: l’inglese gioca sul fatto che nuclear e new clear si pronunciano allo stesso modo ma hanno significati opposti, n.d.r.), un movimento che organizza iniziative nei campus universitari di tutta la nazione per promuovere il dialogo e il consenso con lo scopo di abolire le armi nucleari entro il 2030.

Alcune di queste attività sono state presentate in un rapporto sottoposto l’anno scorso dalla Sgi al Progress Study on Youth, Peace and Security delle Nazioni Unite, previsto dalla Risoluzione 2250 del Consiglio di Sicurezza adottata nel 2015. Tale risoluzione richiede che il Segretario generale conduca uno studio sui «contributi positivi dei giovani ai processi di pace e alla risoluzione dei conflitti»47 e ne renda disponibili i risultati al Consiglio di sicurezza e a tutti gli Stati membri. Nel Progress Study sono stati citati i contributi del Gruppo giovani della Sgi. La relazione presentata dalla Sgi raccoglie le attività svolte nel Decennio delle persone per l’abolizione del nucleare e giunge alla seguente conclusione: «Di fatto, il coinvolgimento delle giovani generazioni sembra suscitare una reazione a catena in grado di sensibilizzare chi non è consapevole del problema e al tempo stesso motivare ancora di più coloro che già si stanno impegnando».48

È in questa capacità di creare una risonanza vita a vita, di far emergere e rafforzare insieme la volontà di trasformare il cuore delle persone, che risiede l’essenza della gioventù. Se consideriamo i compiti che abbiamo davanti – realizzare una rapida entrata in vigore del Trattato per la proibizione delle armi nucleari e incoraggiare la partecipazione degli Stati nucleari e di quelli dipendenti dal nucleare all’eliminazione di questo tipo di armi – è chiaro che niente è più indispensabile dell’impegno delle giovani generazioni per suscitare e alimentare l’interesse dell’opinione pubblica globale.

È mia ferma convinzione che l’intensa capacità di motivazione reciproca delle persone giovani costituisca il fattore chiave per realizzare il disarmo in ciascuna delle tre aree tematiche che ho qui presentato.

 

Amici del Trattato per la proibizione delle armi nucleari

Desidero ora presentare cinque proposte concrete che includono passi tangibili verso la risoluzione di problemi urgenti legati alla pace e al disarmo, capaci di imprimere un impulso sostanziale all’impegno verso la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

La prima riguarda la rapida entrata in vigore del Trattato per la proibizione delle armi nucleari e l’espansione del numero di Stati partecipanti. Dalla sua adozione, nel luglio del 2017, il Trattato è stato firmato da 70 paesi, più di un terzo degli Stati membri dell’Onu, e finora 20 di essi lo hanno ratificato. Affinché possa entrare in vigore occorrono 50 ratifiche e il processo di ratifica sta andando avanti a un ritmo costante, paragonabile a quelli della Convenzione sulle armi chimiche e della Convenzione sulle armi biologiche.

Inoltre quasi l’80 per cento degli Stati, compresi quelli che ancora non hanno aderito al Trattato, ha messo in atto politiche di sicurezza conformi alle proibizioni sancite dal Trattato. Secondo Norwegian People’s Aid, un’organizzazione che collabora con Ican, 155 Stati si sono conformati ai divieti che riguardano lo sviluppo, la sperimentazione, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione di trasferimento, l’uso, la minaccia d’uso, la concessione di far sostare, installare o schierare sul proprio territorio qualsiasi armamento nucleare e prestare o ricevere qualsiasi tipo di assistenza per svolgere attività proibite dal Trattato.49

In altre parole, una maggioranza schiacciante di Stati, compresi quelli che finora non hanno aderito al Trattato, adotta politiche di sicurezza che non sono dipendenti dalle armi nucleari, dimostrando così di accettare le sue norme fondamentali. È essenziale ottenere l’entrata in vigore del Trattato ed espandere la portata della sua ratifica affinché le norme sulla proibizione delle armi nucleari divengano veramente universali.

Allo stesso tempo, c’è chi sostiene che il Trattato per la proibizione delle armi nucleari potrebbe aggravare le divisioni all’interno del regime del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (Npt), il principale protocollo internazionale per il disarmo nucleare. In realtà gli scopi dei due trattati sono gli stessi e il primo non indebolisce in alcun modo il secondo. Anzi, dovremmo concentrarci sul fatto che il Trattato per la proibizione delle armi nucleari può dare nuova vita all’obbligo di portare avanti negoziati in buona fede per il disarmo nucleare, come stabilisce l’articolo VI del Trattato di non proliferazione.

Desidero proporre l’istituzione di un gruppo di Stati di comune orientamento che approfondiscano ed estendano il dibattito sviluppatosi durante il processo che ha condotto all’adozione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari con l’obiettivo di promuoverne la ratifica. Si potrebbe chiamare “Amici del Trattato per la proibizione delle armi nucleari” – sul modello di “Amici del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari” (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty, Ctbt), il gruppo che ha lavorato per l’entrata in vigore di tale trattato. Sin dalla sua creazione nel 2002 da parte di Giappone, Australia e Olanda, il gruppo Amici del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari ha tenuto riunioni a livello ministeriale ogni anno e alla nona di queste, che si è svolta l’anno scorso, hanno partecipato circa 70 paesi.50

È interessante notare che a tali riunioni partecipano Stati nucleari, Stati dipendenti dal nucleare e Stati non nucleari. La loro partecipazione è indipendente dall’aver firmato o ratificato il trattato. Un certo numero di governi lo ha ratificato dopo aver partecipato a queste riunioni e ci sono stati casi di Stati che, dopo la ratifica, hanno partecipato a una riunione ministeriale in cui hanno incoraggiato altri paesi “Allegato 2” [vedi box] a fare altrettanto.

Gli Stati Uniti non lo hanno ancora ratificato, ma l’allora Segretario di Stato John Kerry e l’ex Segretario alla difesa William Perry hanno partecipato a queste riunioni ministeriali. Perry ha condiviso lezioni cruciali riguardo alle armi nucleari, compreso il falso allarme relativo ai lanci sovietici di missili balistici intercontinentali (Icbm) negli anni ’70. Basandosi sull’esperienza degli Amici del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari, il gruppo Amici del Trattato per la proibizione delle armi nucleari potrebbe diventare un forum di dialogo costante fra le diverse posizioni sul Trattato.

Esorto energicamente il Giappone a unirsi a tale gruppo. Da tempo invito il Giappone, come unico paese ad aver subito un attacco nucleare in tempo di guerra, a sostenere e ratificare il Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Dopo aver svolto un ruolo essenziale nell’ambito degli Amici del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari, il Giappone dovrebbe collaborare alla costituzione del gruppo Amici del Trattato per la proibizione delle armi nucleari e incoraggiare altri Stati dipendenti dal nucleare a partecipare al dialogo, malgrado stia ancora cercando di superare le difficoltà inerenti al proprio accesso al Trattato.

Il Trattato prevede che, entro un anno dalla sua entrata in vigore, venga convocata la prima riunione degli Stati aderenti. Ritengo che l’iniziativa Amici del Trattato per la proibizione delle armi nucleari dovrebbe essere varata prima di tale riunione, perché offrire in anticipo una sede di dialogo aperta a tutti i paesi contribuirebbe in modo significativo alla risoluzione di divergenze riguardo al Trattato. Poiché il Giappone ha espresso il desiderio di fungere da ponte fra Stati nucleari e non nucleari, potrebbe proporsi come luogo d’incontro in cui svolgere tale dialogo.

Nelle ultime fasi dei negoziati sul Trattato, il Giappone ha annunciato la costituzione di un “Gruppo di persone eminenti per un avanzamento consistente del processo di disarmo nucleare”. Recentemente questo gruppo ha emanato raccomandazioni basate su discussioni fra esperti appartenenti a paesi nucleari, dipendenti dal nucleare e non nucleari: «La situazione di stallo del disarmo nucleare è inammissibile. […] La comunità internazionale deve muoversi con urgenza per ridurre e infine risolvere le sue divergenze. […] Tutte le parti, malgrado eventuali opinioni differenti, possono lavorare insieme per contenere il pericolo nucleare».51

Il Giappone dovrebbe supportare il lavoro degli Amici del Trattato per la proibizione delle armi nucleari facendo tesoro delle idee presentate dal Gruppo di persone eminenti, e collaborare con altri paesi come l’Austria, che si è offerta di ospitare la prima riunione degli Stati parti. Spero che questo gruppo crei occasioni di dialogo fra Stati nucleari e non nucleari, coordinandosi con le organizzazioni che hanno contribuito all’adozione del Trattato, come il Comitato internazionale della Croce Rossa, Ican e Mayors for Peace (Sindaci per la pace).

Intanto, in seno alla società civile sono sorte nuove iniziative per promuovere il sostegno al Trattato. Per esempio nel novembre scorso Ican ha lanciato una nuova campagna, l’Appello alle città, alla quale hanno già aderito vari comuni sia negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, entrambi Stati nucleari, sia in Canada, Australia e Spagna, Stati dipendenti dal nucleare. Con questa iniziativa Ican mira a espandere la solidarietà fra le amministrazioni locali che sostengono il Trattato, consentendo anche ai singoli cittadini di impegnarsi in prima persona. Usando i social media e l’hashtag #ICANSave, le persone possono condividere la convinzione di aver diritto a vivere in un mondo libero dalla minaccia delle armi nucleari. Nel frattempo Mayors for Peace, una rete di 7.701 città sparse in 163 nazioni del mondo, sta sollecitando tutti gli Stati ad aderire al Trattato.52

Nella mia proposta dello scorso anno suggerii di predisporre una mappa mondiale dei comuni che sostengono il Trattato, sottolineando il valore che può rivestire, nell’indirizzare il mondo verso la denuclearizzazione, il fatto di rendere visibile la volontà popolare che rifiuta una situazione in cui gli orrori di un conflitto nucleare rimangano una possibilità.

L’anno scorso la Sgi ha varato un secondo Decennio delle persone per l’abolizione del nucleare per proseguire l’opera del primo Decennio, che si è concluso nel 2017 con l’adozione del Trattato. Il secondo Decennio si focalizza sull’espansione del sostegno globale al Trattato, per aprire la strada a un mondo libero dalle armi nucleari; noi continueremo a perseguire questi obiettivi collaborando con chi condivide le stesse idee.

 

Una quarta sessione speciale dell’Assemblea generale

La mia seconda proposta riguarda ulteriori provvedimenti per far progredire il disarmo nucleare.

Il 2020 sarà il cinquantesimo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di non proliferazione, che ha preceduto il Trattato per la proibizione delle armi nucleari nell’enunciare lo scopo di un disarmo nucleare totale e nello stabilire l’obbligo di negoziati a tal fine. Oggi l’Npt, a cui aderiscono 191 Stati, è considerato lo strumento più globale di legislazione internazionale in materia di disarmo. Tuttavia, nelle fasi iniziali dei negoziati, sussisteva la preoccupazione che vi fosse un’adesione minima da parte degli Stati non nucleari.

Profondamente consapevoli dell’atroce potenziale di una guerra nucleare sin dalla Crisi dei missili di Cuba del 1962, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica proposero una bozza di trattato per impedire la proliferazione al di là dei cinque Stati già al tempo possessori di armi nucleari, nella quale però non era presente alcuna indicazione relativa al disarmo. Nei negoziati successivi, per riflettere la posizione degli Stati non nucleari fu aggiunto l’articolo VI, che prevede l’impegno da parte degli Stati nucleari a ricercare negoziati in buona fede per un disarmo nucleare completo. In altre parole, il regime dell’Npt è entrato in vigore da una parte grazie al senso di urgenza degli Stati nucleari di arrestare la proliferazione, dall’altra grazie alla disponibilità degli Stati non nucleari a soddisfarli confidando nel loro impegno, in buona fede, per un disarmo nucleare.

Attualmente, dopo mezzo secolo, anche se si è scesi dai picchi raggiunti durante la guerra fredda, si stima che nel mondo ci siano ancora 14.465 armi nucleari.53 A oggi tutte le riduzioni di armamenti nucleari sono avvenute grazie ad accordi bilaterali sul disarmo fra Stati Uniti e Russia; nemmeno una testata è stata eliminata in seguito ad accordi multilaterali. Se consideriamo non solo i numeri ma anche la capacità distruttiva, l’attuale modernizzazione delle armi nucleari indica in realtà una tendenza all’escalation.

Mi tornano in mente le preoccupazioni che esprimeva Carl Friedrich von Weizsäcker in una lezione che tenne nel luglio 1967, poco prima che i negoziati per il Trattato di non proliferazione iniziassero davvero. Egli osservò che, con tutte le loro inadeguatezze, gli accordi per il disarmo nucleare avrebbero potuto, quando erano efficaci, prevenire nuove fonti di pericolo e aiutare gli Stati a imparare a lavorare insieme. Tuttavia «essi non aboliscono gli arsenali esistenti e, presi isolatamente, non fanno che mantenere lo status quo con tutti i suoi problemi irrisolti».54

È vero che il Trattato di non proliferazione ha impedito il verificarsi dello scenario peggiore preconizzato dal presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy (1917-63) a seguito della Crisi dei missili di Cuba, cioè un mondo con 25 Stati dotati di armi nucleari. Tuttavia, dalla prospettiva del disarmo nucleare, non c’è dubbio che l’Npt abbia tendenzialmente rafforzato lo status quo con tutti i suoi problemi irrisolti, proprio come aveva segnalato Weizsäcker.

Dobbiamo ricordare che la riaffermazione degli impegni di disarmo dell’articolo VI rese possibile l’estensione indefinita del Trattato nel 1995, alla fine della guerra fredda. Il documento finale della conferenza in cui fu assunta tale decisione afferma: «Le iniziative che riguardano il disarmo nucleare, come prevede il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, dovrebbero essere attuate con determinazione»,55 a indicare chiaramente che l’estensione non era incondizionata. E di fatto la quarta serie di Conferenze di revisione che ha avuto luogo fra il 2000 e il 2015 è stata caratterizzata da ripetuti appelli ad assolvere agli obblighi previsti dall’Articolo VI.

Alla Conferenza di revisione dell’Npt del 2020, che segnerà il cinquantesimo anniversario della sua entrata in vigore, gli Stati parti dovrebbero tenere presenti le circostanze e le motivazioni che portarono al Trattato e concentrare le proprie decisioni sugli impegni dell’Articolo VI, per cercare di spezzare la situazione di stallo che dura da tempo.

A questo proposito desidero evidenziare la Dichiarazione dei paesi nordici al Comitato preparatorio della Conferenza di revisione dell’Npt 2020 riunitosi nell’aprile 2018 dove, parlando dello scontro in corso fra Stati Uniti e Russia sul Trattato sulle armi nucleari a medio raggio, si afferma: «Dobbiamo unire le forze per mantenere e rafforzare la rilevanza del [Npt] e astenerci da qualsiasi azione che possa danneggiarlo».56 La dichiarazione esorta anche gli Stati a concentrarsi su ciò che li unisce, incoraggiandoli a rivolgere l’attenzione alle conseguenze umanitarie catastrofiche che risulterebbero dall’impiego di armi nucleari, una preoccupazione comune ribadita nella Conferenza di revisione dell’Npt del 2010. È significativo che fra i firmatari, oltre alla Finlandia e alla Svezia, ci fossero anche la Danimarca, la Norvegia e l’Islanda, Stati dipendenti dal nucleare che fanno parte della Nato.

Nella annuale Conferenza Nato sulle armi di distruzione di massa, il controllo delle armi, il disarmo e la non proliferazione, tenutasi nell’ottobre 2018, l’Alto rappresentante per gli affari sul disarmo dell’Onu, Izumi Nakamitsu, ha proposto di convocare una riunione ministeriale all’inizio della Conferenza di revisione dell’Npt 2020 in cui adottare una dichiarazione politica. Appoggio pienamente questa proposta in quanto una simile dichiarazione riaffermerebbe ciò che ci unisce nell’Npt.

Il preambolo al Trattato di non proliferazione sottolinea la necessità di compiere ogni sforzo possibile per sventare il pericolo di una guerra nucleare e l’importanza di rafforzare la fiducia fra gli Stati allo scopo di «agevolare la cessazione della fabbricazione di armi nucleari, lo smaltimento delle scorte esistenti e l’eliminazione dagli arsenali nazionali delle testate nucleari e dei mezzi che le trasportano».57 La riunione ministeriale dovrebbe affermare lo spirito del preambolo dell’Npt ed esprimere una profonda preoccupazione riguardo alle catastrofiche conseguenze umanitarie di qualsiasi impiego di tali ordigni. Dovrebbe inoltre esprimere il fermo impegno, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’entrata in vigore dell’Npt, a intraprendere misure concrete per il progresso del disarmo nucleare.

Suggerisco inoltre che il documento finale della Conferenza di revisione dell’Npt 2020 includa la raccomandazione di istituire un gruppo di lavoro aperto dell’Onu per discutere misure concrete volte alla riduzione del ruolo delle armi nucleari nelle dottrine della sicurezza, sancendo così un esplicito cambio di direzione verso il disarmo nucleare. Dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki nel 1945 le armi nucleari non sono mai state impiegate in guerra, e gli Stati che le possiedono, i membri della Nato e altri hanno iniziato a riconoscerne la ridotta utilità militare. Persino durante la guerra fredda era chiaro che in un conflitto nucleare non ci sarebbe stato alcun vincitore. Data la crescente consapevolezza della loro inefficacia militare, cosa può ancora giustificare le dottrine della sicurezza che dipendono dalle armi nucleari?

Weizsäcker sostenenva che possedere bombe atomiche a scopo intimidatorio, pur sperando di non doverle mai usare, era come danzare sull’orlo dell’abisso.58 Eppure ancora oggi continuiamo a farlo. Tenere testate nucleari nello stato di massima allerta, pronte a essere lanciate in ogni momento, anche in assenza di vere e proprie ostilità, significa non liberarsi mai dalla paura di una loro detonazione accidentale. La fragilità e i rischi insiti nella deterrenza nucleare ci costringono a vivere in questa condizione di costante vulnerabilità. È tempo di prendere la decisione collettiva di estinguere le fiamme che avvolgono la “casa che brucia”, per usare l’immagine della parabola del Sutra del Loto a cui accennavo sopra. Ciò significa eliminare la fragilità e i rischi insiti nella deterrenza nucleare, e a tal fine esorto tutti gli Stati nucleari a dare priorità a misure per ridurre il ruolo delle armi nucleari nelle loro dottrine della sicurezza.

La rimozione dello stato di massima allerta dalle testate nucleari, oltre a essere estremamente urgente, potrebbe essere attuata senza una eccessiva preparazione. E non mancano dei precedenti: lo fecero nel 1991 il presidente degli Stati Uniti George H.W. Bush (1924-2018) e il presidente sovietico Michail Gorbaciov, quando cercavano insieme di porre fine alla guerra fredda. Il presidente Bush ordinò che fosse tolto lo stato di allerta a tutti i bombardieri strategici, 450 Icbm Minuteman II e 10 sottomarini nucleari che trasportavano Slbm (Submarine-launched ballistic missile). Dal canto suo il presidente Gorbaciov rimosse dalle forze operative circa 500 missili di terra e 6 sottomarini nucleari. L’intero processo richiese solo pochi giorni.

Come dimostra questo precedente, la rimozione dello stato di allerta dalle armi nucleari può essere effettuata immediatamente, con una decisione politica degli Stati detentori. Si potrebbe discutere di un processo di rimozione a tappe in seno a un gruppo di lavoro aperto dell’Onu sulla riduzione degli armamenti nucleari, al quale potrebbero partecipare anche Stati dipendenti dal nucleare e Stati non nucleari.

Rispetto all’epoca della guerra fredda, oggi il rischio reale di subire un attacco nucleare da un altro paese è diminuito. La preoccupazione maggiore è il verificarsi di una detonazione accidentale a causa di un incidente o di un errore umano. Una risoluzione adottata nel dicembre scorso dall’Assemblea generale riguardo alla riduzione della prontezza operativa dei dispositivi nucleari ha ottenuto il sostegno di 175 paesi. Sarebbe estremamente significativo che gli Stati nucleari sfruttassero questo ampio sostegno a livello internazionale per varare la misura coraggiosa di togliere i loro arsenali nucleari dallo stato di massima allerta. Tale riduzione del rischio nucleare, o “disarmo orizzontale”, insieme agli sforzi per diminuire il numero di armi negli arsenali nucleari, o “disarmo verticale”, è un elemento basilare per adempiere agli impegni dell’Articolo VI.

Propongo che nel 2021, dopo la Conferenza di revisione dell’Npt 2020, si tenga una quarta sessione speciale dell’Assemblea generale dell’Onu dedicata al disarmo (Ssod-IV). Essa dovrebbe riconfermare gli obblighi di condurre negoziati per un disarmo multilaterale e stabilire obiettivi per una consistente riduzione degli arsenali nucleari e per la cessazione della loro modernizzazione. Dovrebbe anche avviare negoziati per il disarmo multilaterale in previsione della Conferenza di revisione dell’Npt 2025.

Raggiungere un consenso sul disarmo non è mai stato semplice. Quando si tenne la prima sessione speciale (Ssod-I) nel 1978, i negoziati si rivelarono difficili nonostante le richieste da parte di molti paesi. Gli Stati espressero le loro diverse opinioni nella bozza di accordo usando parentesi nel testo per indicare i punti di dissenso. Fino a quando non fossero stati risolti, non si sarebbe potuto raggiungere un consenso né adottare alcuna risoluzione. Toccò all’ex ministro degli esteri messicano Alfonso Garcia Robles (1911-1991) mediare fra i punti di vista contrastanti e uscire dall’impasse. Si rivolse alla conferenza con queste parole: «Desidero suggerire a tutti i rappresentanti di stipulare una sorta di accordo informale affinché i paragrafi che ora, dopo lunghe e difficili negoziazioni, sono liberi da parentesi non debbano essere oggetto di ulteriori parentesi, a meno che non si verifichino circostanze di importanza eccezionale da renderlo assolutamente necessario; altrimenti, temo che ci ritroveremo in una situazione simile a quella della moglie fedele di Ulisse, nella mitologia greca, che trascorreva le giornate a tessere e le notti a disfare ciò che aveva tessuto».59

Grazie agli sforzi di Garcia Robles, che in seguito ricevette il premio Nobel per la pace, tutte le formulazioni controverse furono risolte, le parentesi vennero eliminate e il documento finale fu adottato all’unanimità. Questo documento è tuttora considerato basilare nelle deliberazioni sul disarmo e spero che in questa quarta sessione speciale tutti gli Stati ne seguano l’esempio impegnandosi onestamente e dimostrandosi disponibili a compromessi pur di raggiungere un consenso sul disarmo nucleare e di altre armi.

Spero inoltre che in questa sessione vi siano sufficienti possibilità di intervento da parte dei rappresentanti della società civile. Alla prima sessione speciale i rappresentanti di 25 organizzazioni non governative e di 6 istituti di ricerca parlarono all’Assemblea generale, e fu la prima volta che la società civile fece sentire la propria voce in questo modo. Per parte mia scrissi proposte sul disarmo in occasione della prima (1978), della seconda (1982) e della terza (1988) sessione speciale. Durante la seconda sessione speciale la Sgi organizzò la mostra Armi nucleari: una minaccia per il nostro mondo presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Questa mostra, che presenta gli orrori dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, svolse un ruolo nell’adozione della Campagna mondiale per il disarmo da parte del Ssod-II. Da allora la Sgi ha sempre operato per promuovere l’educazione al disarmo. Attraverso convegni legati alla quarta sessione speciale, continueremo ad amplificare le voci della società civile che chiedono un mondo libero dalle armi nucleari.

[…]

 

Note:

1) Cfr. Wmo (Organizzazione meteorologica mondiale): “Wmo Climate Statement: Past 4 Years Warmest on Record” (Dichiarazione Wmo sul clima: gli ultimi quattro anni sono stati i più caldi), 29 novembre2018, https://public.wmo.int/en/media/press-release/wmo-climate-statement-past-4-years-warmest-record (ultimo accesso 26 gennaio 2019).

2) Cfr. Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati): “Global Trends: Forced Displacement in 2017” (Tendenze globali: sfollamento forzato nel 2017), 25 giugno 2018, https://www.unhcr.org/5b27be547 (ultimo accesso 26 gennaio 2019), p. 2.

3) Cfr. António Guterres, “Securing Our Common Future: An Agenda for Disarmament” (Garantire il nostro futuro comune: un’agenda per il disarmo), 24 maggio 2018, https://front.un-arm.org/documents/SG+disarmament+agenda_1.pdf, p. 4 (ultimo accesso 26 gennaio 2019) .

4) Ibidem, p. ix.

5) Cfr. António Guterres, “Remarks at the University of Geneva on the Launch of the Disarmament Agenda” (Commenti all’Università di Ginevra sul lancio dell’Agenda sul disarmo), 24 maggio 2018, https://www.un.org/sg/en/content/sg/speeches/2018-05-24/launch-disarmament-agenda-remarks (ultimo accesso 26 gennaio 2019).

6) Cfr. António Guterres, “Securing Our Common Future”, op. cit., p. vii.

7) Carl Friedrich von Weizsäcker, Bedingungen der Freiheit: Reden 1989-1990 (Condizioni della libertà: discorsi 1989-1990), Carl Hanser Verlag, Monaco, 1990, p. 10.

8) Carl Friedrich von Weizsäcker, Major Texts on Politics and Peace Research (Opere principali di politica e ricerca sulla pace), a c. di Ulrich Bartosch, Springer, Cham, Svizzera, 2015, p. 112.

9) Carl Friedrich von Weizsäcker, Pioneer of Physics, Philosophy, Religion, Politics and Peace Research (Pioniere della fisica, della filosofia, della religione della politica e della ricerca per la pace), a c. di Ulrich Bartosch, Springer, Cham, Svizzera, 2015, p. 76.

10) Problema insolubile qualora si parta da determinate premesse.

11) Carl Friedrich von Weizsäcker, Der ungesicherte Friede (La pace insicura), Vandenhoeck & Ruprecht, Gottinga, 1979, p. 46.

12) Ibidem, p. 49.

13) Ibidem, p. 47.

14) Ibidem, p. 36.

15) Ibidem, p. 51.

16) Cfr. Daisaku Ikeda e Ernst Ulrich von Weizsäcker, La gioia del meno, Piemme, Milano, 2017, pp. 198-199.

17) Ibidem.

18) Josei Toda, “Declaration Calling for the Abolition of Nuclear Weapons” (Dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari), http://www.joseitoda.org/vision/declaration/read (ultimo accesso 26 gennaio 2019). Cfr. La rivoluzione umana, Esperia, vol. 12, p. 94.

19) Daisaku Ikeda, “Kataku wo izuru michi” (Come uscire dalla casa che brucia), Seikyo Shimbun, 26 settembre 1958.

20) Cfr. António Guterres, “Securing Our Common Future”, op. cit., pp. x-xi.

21) Cfr. Bhikkhu Nāṇamoli, The Middle Length Discourses of the Buddha: A New Translation of the Majjhima Nikāya (Discorsi del Budda di media lunghezza. Una nuova traduzione del Majjhima Nikāja) a c. di Bhikkhu Bodhi, Buddhist Publication Society, Kandy, 1995, pp. 710-12, 714.

22) Icrc (Comitato internazionale della Croce Rossa), “Resolutions of the Diplomatic Conference” (Risoluzioni della Conferenza diplomatica), 12 agosto 1949, https://ihl-databases.icrc.org/applic/ihl/ihl.nsf/Article.

23) Jean Pictet, Development and Principles of International Humanitarian Law (Sviluppo e principi del diritto umanitario internazionale), Martinus Nijhoff Publishers, Dordrecht, Boston e Lancaster, 1985, p. 1.

[…]

40) António Guterres, “Remarks at the University of Geneva.”, op. cit.

41) Carl Friedrich von Weizsäcker, Der ungesicherte Friede, op. cit., pp. 34-35.

42) RSND, 1, 16.

43) Cfr. Karl Jaspers, Socrates, Buddha, Confucius, Jesus: The Paradigmatic Individuals, trad. di Ralph Manheim, Harcourt Brace & Co., San Diego, New York and London, 1962, p. 28. Edizione italiana: K. Jaspers, Socrate, Budda, Confucio e Gesù. Le personalità decisive, Fazi, Roma, 2013.

44) Cfr. Karl Jaspers, Philosophy, vol. 2, trad. di E. B. Ashton, The University of Chicago Press, Chicago e Londra, 1970, p. 179. Edizione italiana: K. Jaspers, Filosofia, vol. 2, Mursia, Milano, 1978.

45) Ibidem, p. 211.

46) Adolfo Pérez Esquivel e Daisaku Ikeda, Per i giovani del mondo, appello alla resilienza e alla speranza, 5 giugno 2018, https://www.sgi-italia.org/appello-resilienza-speranza/ (ultimo accesso 4 marzo 2019).

47) Consiglio di sicurezza dell’Onu, “Risoluzione 2250, S/RES/2250”, adottata il 9 dicembre 2015, http://unoy.org/wpcontent/uploads/SCR-2250.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2019).

48) Sgi, 2017, “The Role of Youth in Nuclear Disarmament: Examining the Project, ‘The People’s Decade for Nuclear Abolition’”. Thematic Paper for the Progress Study on Youth, Peace and Security (Il ruolo dei giovani nel disarmo nucleare. Esame del progetto “Il decennio delle persone per l’abolizione del nucleare”. Documento per il Progress Study sui giovani, la pace e la sicurezza), https://www.sgi-ouna.org/wpcontent/uploads/2018/01/Youth-and-Nuclear-Disarmament-SGI-Thematic-Paper-final.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2019), p. 17.

49) Cfr. Norwegian People’s Aid, “Nuclear Weapons Ban Monitor 2018” (Rilevazione sulla messa al bando delle armi nucleari 2018), ottobre 2018, http://www.icanw.org/wp-content/uploads/2018/10/Nuclear-Weapons-Ban-Monitor_WEB_NEW.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2019), p. 6.

50) Cfr. Mofa (Ministero degli affari esteri giapponese), “Ninth Ministerial Meeting of the Friends of the Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty (Ctbt)” (Nona riunione ministeriale degli Amici del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari), 27 settembre 2018, https://www.mofa.go.jp/dns/ac_d/page4e_000912.html (ultimo accesso 26 gennaio 2019).

51) Mofa, “Building Bridges to Effective Nuclear Disarmament: Recommendations for the 2020 Review Process for the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons (Npt)” (Costruire ponti per un disarmo nucleare effettivo: raccomandazioni per la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari 2020), 2018, https://www.mofa.go.jp/files/000349264.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2019), p. 1.

52) Cfr. Mayors for Peace, “Member Cities”, 2019, http://www.mayorsforpeace.org/english/ (ultimo accesso 26 gennaio 2019).

53) Cfr. Sipri, (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), “Modernization of Nuclear Weapons Continues; Number of Peacekeepers Declines: New Sipri Yearbook Out Now” (L’ammodernamento delle armi nucleari prosegue; il numero dei peacekeeper diminuisce; è uscito il nuovo Annuario Sipri), 18 giugno 2018, https://www.sipri.org/media/press-release/2018/modernization-nuclear-weapons-continues-number-peacekeepers-declines-new-sipri-yearbook-out-now (ultimo accesso 26 gennaio 2019).

54) Carl Friedrich von Weizsäcker, Major Texts on Politics and Peace Research, op. cit., p. 59.

55) Unoda, (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari del disarmo). “1995 Review and Extension Conference of the Parties to the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons” (Conferenza di revisione ed estensione delle parti per il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari 1995), http://undocs.org/NPT/CONF.1995/32(PartI) (ultimo accesso 26 gennaio 2019).

56) Ambasciata di Svezia, “Preparatory Committee for the 2020 NPT Review Conference-General Statement by the Nordic Countries” (Comitato preparatorio per la Conferenza di revisione dell’NPT 2020-Dichiarazione dei paesi nordici), 22 aprile 2018, https://www.swedenabroad.se/en/embassies/ungeneva/current/news/preparatory-committee-forthe-2020-npt-review-conference—general-statement-by-the-nordic-countries/ (ultimo accesso 4 gennaio 2019).

57) Un General Assembly, “Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons” (Trattato per la non proliferazione delle armi nucleari) A/RES/2373(XXII), adottata dall’Assemblea generale il 12 giugno 1968, http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=a/res/2373(xxii) (ultimo accesso 26 gennaio 2019), p. 5.

58) Carl Friedrich von Weizsäcker, Major Texts on Politics and Peace Research, op. cit., pp. 60–61.

59) Un General Assembly, “Verbatim Record of the 14th Meeting. Ad Hoc Committee of the Tenth Special Session” (Trascrizione integrale della 14° riunione, Comitato ad hoc della decima sessione speciale), 26 giugno 1978, United Nations Department for Disarmament Affairs Reference Library, New York, pp. 39-40.