Proposta di pace 2007 di Daisaku Ikeda

Nel celebrare il trentaduesimo anniversario della fondazione della Soka Gakkai Internazionale (SGI), vorrei cogliere l’opportunità per esporre le mie riflessioni e avanzare delle proposte riguardo ad alcune delle problematiche che l’umanità si trova ad affrontare in questo frangente.

Il 2007 segna il cinquantesimo anniversario della storica dichiarazione di condanna delle armi nucleari pronunciata da Josei Toda (1900-58), secondo presidente della Soka Gakkai, che definiva tali strumenti di morte “un male assoluto” e ne chiedeva a voce alta la totale abolizione.
In una giornata del settembre 1957, sotto un bel cielo azzurro, avvolti dalla calura ancora estiva, cinquantamila giovani si erano riuniti nello Stadio Mitsuzawa di Yokohama per ascoltare Toda. Nel pronunciare quella dichiarazione il mio mentore intendeva lasciare ai suoi giovani successori e alle future generazioni l’insegnamento più importante della sua vita. Nonostante la sua salute fosse molto debole c’era qualcosa di maestoso nel suo portamento, e si aveva l’impressione che egli stesse assumendo su di sé tutto il peso e la responsabilità dell’universo. Ancora oggi vive dentro di me il ricordo della sua ardente passione e la sua voce potente e risoluta riecheggia nel mio essere.
Col passare degli anni, la dichiarazione epocale di Toda sta acquistando sempre più importanza e valore, e sono convinto che sarà così anche in futuro. Vorrei adesso citarne alcuni brani salienti: «Oggi è sorto un movimento mondiale che invoca il bando degli esperimenti atomici. È mio desiderio affrontare il problema alla radice. Voglio mettere a nudo e recidere gli artigli nascosti nelle profondità di queste armi. Voglio dichiarare che chiunque utilizzi le armi nucleari, a qualunque paese appartenga, che sia tra i vincitori o tra i vinti, dovrebbe essere condannato a morte.
Perché dico questo? La ragione è che noi, i cittadini del mondo, abbiamo l’inviolabile diritto di vivere. Chiunque minacci questo diritto è un demone, un satana, un mostro».1
In molte occasioni Toda aveva manifestato in maniera ferma la sua contrarietà alla pena di morte e pertanto ci si domandò perché, nel denunciare l’uso degli armamenti nucleari, avesse usato la frase «dovrebbe essere condannato a morte». 
Egli intendeva esprimere tutta la sua indignazione contro le forze che calpestano il valore e la dignità della vita e mettono in serio pericolo il diritto stesso di esistere dell’umanità. La scelta di questa frase dura e impietosa era motivata dall’ardente determinazione di “recidere” la natura demoniaca nascosta nelle profondità delle armi nucleari.
La penetrante intuizione di Toda nasceva dalla comprensione del livello più universale della vita umana, che trascende le differenze ideologiche e i sistemi sociali. Toda metteva a nudo la natura di queste armi apocalittiche, estremamente distruttive e letali al punto da poter porre fine alla civiltà umana e alla sopravvivenza stessa della specie.
In questo senso, la dichiarazione di Toda aveva molti punti in comune con un passo del Manifesto Russell-Einstein, che era stato pubblicato due anni prima: «Noi rivolgiamo un appello come esseri umani a esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto».2
Per i giovani della Soka Gakkai, la cui attività principale era propagare il Buddismo, le parole di Toda giunsero del tutto inaspettate e rappresentarono una novità. Molti si chiesero perché, come buddista, avesse così a cuore l’abolizione delle armi nucleari e considerasse questo punto come il messaggio più importante da lasciare ai giovani, cui era affidata la responsabilità del futuro. Molti non avevano compreso che la dimensione religiosa non può essere vissuta in isolamento ma si realizza e si completa in una più ampia missione umana e sociale. D’altronde questa è la vera essenza del Buddismo, come affermato da Nichiren (1222-82) nel trattato Adottare la dottrina corretta per la pace del paese. 
Ancora oggi l’esistenza dell’umanità continua a essere minacciata dalle armi nucleari. La lungimiranza, il significato profondo e la serietà della decisione di Toda nel prendere una posizione così netta sono di estrema attualità.
Dal canto suo, la SGI ha portato avanti negli anni un programma di iniziative per dare corpo e concretizzare lo spirito della dichiarazione di Toda. Per citarne alcune, nel 1974 la divisione giovani della Soka Gakkai giapponese ha raccolto oltre dieci milioni di firme per l’abolizione degli ordigni nucleari, che io stesso ho presentato alle sede delle Nazioni Unite a New York l’anno successivo.
Nel 1982 la Soka Gakkai, insieme alle città di Hiroshima e Nagasaki e il Dipartimento della pubblica informazione delle Nazioni Unite, ha sponsorizzato la mostra dal titolo “Le armi nucleari: una minaccia per il mondo” inaugurata nella sede delle Nazioni Unite. Nel 1996 è stata inaugurata una versione aggiornata della mostra dal titolo: “Le armi nucleari: una minaccia per l’umanità”. Complessivamente le due mostre sono state esposte in trentanove città di ventiquattro nazioni, tra cui due paesi comunisti, l’Unione Sovietica e la Cina, e sono state visitate da oltre un milione e settecentomila persone.
Oltre a contribuire, attraverso queste mostre, a risvegliare le coscienze sull’orrore e la crudeltà delle armi nucleari, abbiamo organizzato e partecipato a numerosi eventi per chiamare a raccolta l’opinione pubblica sulla causa della pace e del disarmo nucleare. In più, i nostri membri si sono dedicati attivamente a registrare, per lasciarle in eredità ai posteri, le esperienze di persone che hanno vissuto direttamente la guerra. Queste testimonianze sono state raccolte in una serie di pubblicazioni, in parte tradotte anche in lingua inglese. Tutti questi progetti, portati avanti dai giovani, hanno ricevuto ampi riconoscimenti come espressione delle qualità uniche della Soka Gakkai, un’organizzazione della gente comune impegnata a livello di base.
Personalmente mi sono dato da fare per ricercare vie per l’abolizione del nucleare, per la rinuncia alla guerra e per la costruzione di una cultura della pace presentando ogni anno delle Proposte come questa e impegnandomi nel dialogare con pensatori e politici di primo piano. Alcuni di questi dialoghi, compresi quelli con l’ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, il chimico e pacifista impegnato Linus Pauling (1901-94) e il fisico e attivista antinucleare Joseph Rotblat (1908-2005), sono stati già pubblicati. 
Queste mie azioni sono state sempre sorrette dalla convinzione che è desiderio sincero e condiviso di tutta l’umanità evitare che si ripeta l’irresponsabile massacro compiuto nel ventesimo secolo. Quel convincimento rimane immutato ancora oggi e sono certo che esiste una corrente spirituale universale che fluisce nei cuori delle persone di buona volontà di tutto il mondo. 


VOLERE IL DISARMO

La diffusione e il persistere della minaccia nucleare rappresentano una seria sfida per il mondo intero. 
Gli esperimenti nucleari eseguiti lo scorso anno dalla Corea del Nord, e il suo programma missilistico in costante sviluppo, sono stati percepiti come una grave minaccia dai paesi vicini, fra i quali il Giappone. 
Nonostante le numerose risoluzioni di unanime condanna da parte delle Nazioni Unite, la Corea del Nord si è dimostrata poco incline a rinunciare allo sviluppo di un proprio programma nucleare. Sebbene i colloqui a sei, dopo una situazione di stallo, abbiano registrato un qualche progresso all’inizio di quest’anno, sarebbe del tutto ingiustificato un eccessivo ottimismo sulle prospettive che si sono aperte. 
Nel frattempo l’inquietudine e i timori per le intenzioni nucleari dell’Iran si sono notevolmente accresciuti a causa dell’insorgere di conflitti nella regione, con esiti imprevedibili nel caso dovesse scatenarsi la corsa alle armi nucleari. E c’è la seria preoccupazione che armi nucleari possano finire nelle mani di gruppi terroristici attraverso traffici illeciti internazionali, scatenando così la distruzione su una scala inimmaginabile. 
È veramente deplorevole che all’inizio del ventunesimo secolo esistano sparse nel mondo ben ventisettemila testate nucleari. Anche se è normale che l’opinione pubblica mondiale faccia pressione su Corea del Nord e Iran affinché desistano dallo sviluppare armamenti nucleari, tuttavia è poco obiettivo concentrare le critiche esclusivamente su questi due paesi, quando molte delle responsabilità per l’attuale situazione ricadono invece sugli stati già possessori di ordigni nucleari. Fintanto che questi stati non si decideranno ad adottare misure concrete per il disarmo, i vari appelli alla non proliferazione nucleare suoneranno solo come proclami opportunistici e di facciata. 
Il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (NPT, Non Proliferation Treaty) obbliga gli stati nucleari ad adottare misure in buona fede per il disarmo, ma al momento attuale non si registrano progressi in questa direzione, anzi c’è il timore che il trattato rimanga lettera morta. È assolutamente indispensabile che questi stati riaffermino il loro impegno sulla base degli assunti del NPT e del Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari (CTBT, Comprehensive Test Ban Treaty). 
Ogni cinque anni si svolge la Conferenza degli stati parti per la revisione del trattato, e come è noto le posizioni nettamente divergenti fra gli stati nucleari e gli stati non nucleari hanno di fatto paralizzato i lavori della Conferenza tenutasi a New York nel 2005.
Nel corso del nostro dialogo Joseph Rotblat mi disse: «Quella attuale è la più grave crisi nella storia del trattato»,3 sollecitando gli stati nucleari a riprendere in buona fede il processo di attuazione del Trattato di non proliferazione. Le parole di Rotblat meritano tutta la nostra attenzione perché sono state pronunciate da un uomo che si è dedicato tutta la vita alla causa del disarmo nucleare ed era anche – all’epoca dei dialoghi con Ikeda,n.d.r. – l’ultimo firmatario ancora in vita del manifesto Russell-Einstein.
Non dobbiamo mai dimenticare questo punto: un reale passo verso il totale disarmo nucleare deve essere basato sugli sforzi in buona fede delle nazioni che già possiedono il nucleare. Senza azioni concrete da parte di queste nazioni serve a poco fare opera di dissuasione verso i paesi che, incuranti di suscitare lo sdegno della comunità internazionale, cercano di acquistare armi nucleari per guadagnare prestigio.
Nel 1946 Albert Einstein (1879-1955) dichiarava: «La potenza scatenata dall’atomo ha cambiato ogni cosa, tranne il nostro modo di pensare».4 Se vogliamo abbandonare la proliferazione nucleare e muoverci in direzione del disarmo è necessario che la nostra visione del mondo si trasformi radicalmente in un nuovo modo di pensare basato sull’impegno e su una visione lungimirante del futuro dell’umanità. 
Einstein era certamente un utopista, e ci sono persone che obbiettano che le sue parole, benché profetiche, siano difficilmente applicabili alla realtà. Tuttavia pare che perfino quelli considerati più realisti abbiano cominciato a riconoscere la necessità di questo cambiamento di orientamento invocato da Einstein. Ne è una prova l’editoriale Un mondo libero dalle armi nucleari, pubblicato di recente nel The Wall Street Journal, a cura di George Schultz, William Perry, Henry Kissinger e Sam Nunn: «Oggi le armi nucleari rappresentano un grande pericolo, ma anche un’opportunità storica. Ai leader degli Stati Uniti sarà richiesto di guidare il mondo verso una nuova fase, quella di un solido consenso sulla necessità di non dipendere più in nessun modo dagli arsenali nucleari, come contributo essenziale per impedire che queste armi finiscano in mani potenzialmente pericolose, e infine rinunciare a esse come strumento di minaccia per il mondo intero».5
Senza il cambiamento di prospettiva di cui si parla nell’editoriale, sarà estremamente difficile tirarci fuori dal pantano della logica della deterrenza basata sulla sfiducia, sul sospetto e sulla paura.

RIDISEGNARE LA NOSTRA VISIONE DEL MONDO

Le difficili e impegnative politiche per il disarmo nucleare richiedono, per usare le parole di Max Weber (1864-1920), «[…] un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso».6 Cambiando il nostro modo di pensare, acquisiremo l’energia per compiere quel tenace e costante sforzo richiesto per superare queste difficoltà.
Al tempo stesso considero di vitale importanza che i giapponesi, in qualità di cittadini dell’unico paese che ha subito un attacco nucleare, non abbandonino la loro opposizione convinta e di principio contro le armi nucleari. A seguito dei test nucleari compiuti dalla Corea del Nord qualcuno ha sostenuto che è venuto il tempo per il Giappone di rivedere le proprie opzioni nucleari. Se mai il Giappone dovesse imboccare questa strada ho il presentimento che il paese possa finire intrappolato nelle maglie della fallace dottrina della deterrenza nucleare.
Le questioni relative alla Corea del Nord, le sue ambizioni nucleari da una parte e i rapimenti di cittadini giapponesi dall’altra (alcuni giapponesi sono stati rapiti negli anni dai servizi segreti nordcoreani per permettere a questi ultimi di conoscere meglio la mentalità e la cultura giapponese per poi infiltrarsi meglio in Giappone, n.d.r.), sono estremamente complesse, e a volte accade, sia per i singoli individui sia per gli stati, di trovarsi di fronte a situazioni che paiono difficilmente risolvibili attraverso il dialogo e sembrano richiedere il “potere duro” della forza.
Ma è proprio nel modo in cui affrontiamo e superiamo tali dilemmi che sperimentiamo il valore e la tenacia del nostro impegno per la pace. Come nel caso di Einstein e dei più responsabili scienziati dell’epoca, riusciremo a individuare la strada che conduce al disarmo nucleare solo affrontando direttamente le difficili scelte che ci si presentano di volta in volta.
Nella Proposta di pace di due anni fa ho delineato i principi di quello che io chiamo “umanesimo attivo”: «Quando ci rendiamo conto che tutto cambia all’interno di una cornice di interdipendenza, è ovvio considerare armonia e unità come espressioni della nostra interconnessione. Ma, allo stesso modo, possiamo giungere a riconoscere il valore della contraddizione e del conflitto. La battaglia contro il male – una battaglia che scaturisce dallo sforzo di padroneggiare le nostre stesse contraddizioni e conflitti – dovrebbe essere considerata una prova difficile ma inevitabile a cui dobbiamo sottoporci per riuscire a creare un senso di connessione più grande e profondo».7
Ho affermato ciò perché sono convinto che è assolutamente indispensabile non perdere mai di vista i legami che condividiamo come membri della stessa famiglia umana, connessioni che trascendono i confini culturali, etnici e nazionali; questo non significa negare che possano esistere interessi contrastanti, ma vuol dire anche riconoscere che occorre affrontarli direttamente se vogliamo evitare di incoraggiare il male e provocare nuove catastrofi. 
Le sfide per fermare un’ulteriore proliferazione delle armi nucleari rappresentano una prova molto difficile nel quadro della ricerca della pace, che può essere affrontata solo se non ci facciamo vincere dal senso di impotenza. Allora diventa decisivo avere la certezza che qualunque battaglia contro il male deve basarsi sulla consapevolezza dell’unità della famiglia umana, che si conquista solo attraverso la padronanza delle nostre contraddizioni interiori. 
Una nuova configurazione del nostro modo di pensare consentirà un approccio misurato e attento alle due opzioni del dialogo e della forza. Quanto più si consolida il senso di connessione come membri della famiglia umana, tanto più naturale sarà il ricorso al potere morbido del dialogo a scapito dell’applicazione del potere duro della coercizione. Tragicamente in Iraq è stato fatto esattamente il contrario. 
Nel corso dei nostri incontri, i miei autorevoli interlocutori hanno confermato quanto sia necessario un cambiamento delle coscienze. Norman Cousins (1915-90), lo scrittore noto come “coscienza dell’America” con cui ho pubblicato un dialogo, ha lanciato un allarme nella sua opera Opzioni Umane(Human Options): «Il grande fallimento dell’educazione, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo, ha avuto come risultato il formarsi di una coscienza della tribù a danno della coscienza della specie».8
Durante il nostro incontro nel novembre dello scorso anno anche Mohamed El Baradei, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), ha ribadito con grande forza: «Noi continuiamo a sottolineare le differenze invece di apprezzare ciò che ci accomuna. Continuiamo a parlare di “noi” contro “loro”. Soltanto quando inizieremo a parlare di noi includendo tutta l’umanità saremo veramente in pace».
Nel nostro carteggio, Joseph Rotblat pose questa domanda: «Possiamo sviluppare le capacità necessarie ad assicurare la sicurezza globale e la lealtà al genere umano?».9 Tre mesi dopo avermi indirizzato queste parole, Rotblat si è spento. Ritengo che la scelta di lasciare senza risposta questa domanda testimonia un grande ottimismo e fiducia nell’umanità. 
Quando il nostro pensiero è orientato verso un senso di lealtà per la specie umana, in altre parole verso il nostro comune senso di solidarietà umana, anche le difficoltà più grandi non ci faranno piombare nella disperazione né tollerare il ricorso alla forza. Sarà possibile sfuggire alle insidie di un tale pensiero miope e saremo in grado di impegnarci in quel tipo di esercizio tenace e costante che Max Weber considerava come l’ideale dell’azione politica. La formazione del consenso e la persuasione attraverso il dialogo sarebbero così a portata di mano.

LA FUNZIONE DELLA COLLERA

Le parole usate dal mio mentore Toda: «Un demone, un satana, un mostro» si riferiscono al potenziale distruttivo inerente alla vita umana. La funzione distruttiva annienta il nostro senso di solidarietà umana, piantando i semi della sfiducia, del conflitto e dell’odio. Coloro che in un futuro sarebbero pronti a usare le armi nucleari, in grado di uccidere istantaneamente decine di milioni di persone, mostrano i sintomi più estremi di questa patologia distruttiva. Sono persone che hanno perso il senso della dignità della vita, in preda ai propri demoni interiori.
Il Buddismo definisce gli impulsi distruttivi che danno origine a questo comportamento i “tre veleni” (in giapp. san-doku) di avidità, collera e ignoranza. Il mondo di Collera è la condizione vitale che alberga in coloro in cui queste forze negative sono indirizzate verso l’esterno e verso gli altri. 
Il Buddismo analizza l’interiorità della vita umana secondo dieci categorie o “mondi”: Inferno, Avidità, Animalità, Collera, Umanità, Estasi, Studio, Realizzazione, Bodhisattva e Buddità. Insieme questi mondi costituiscono un tutt’uno funzionale e interdipendente, un sistema definito come i dieci mondi inerenti alla vita. La saggezza e la compassione del mondo di Buddità rivelano gli aspetti più positivi di ciascuno degli altri nove mondi. 
Nelle scritture buddiste troviamo l’affermazione: «La collera può essere una funzione sia del bene che del male».10 Ciò significa che la collera giusta e onesta è fondamentale per contrastare il male e rappresenta l’aspetto del mondo di Collera che crea valore positivo. La collera che dobbiamo temere è quella che esplode incontrollata e senza direzione rispetto agli altri nove mondi. Quando ciò accade, la collera diventa una forza traditrice che rompe e distrugge tutto ciò che incontra sul suo cammino.
Quando si manifesta in questa forma, il mondo di Collera è una condizione «in cui si cerca sempre di essere superiori a chiunque, non si sopporta l’idea di essere inferiore ad alcuno, si disprezzano gli altri e si esalta se stessi».11Nel mondo di Collera siamo dominati dall’invidia e facciamo continuamente paragoni nel tentativo di primeggiare sugli altri. Le distorsioni provocate dalla collera impediscono di avere una corretta percezione del mondo e si entra facilmente in conflitto con gli altri alla minima provocazione. Influenzate dalla collera, le persone possono compiere atti di violenza inimmaginabile e provocare spargimenti di sangue.
Un altro testo buddista descrive così chi è nel mondo di Collera: «Alto 84.000 yojana e le acque dei quattro oceani non arrivano oltre le sue ginocchia».12 Un yojana era un’antica unità di misura indiana ed esistono varie spiegazioni per descriverla, tuttavia “84.000 yojana” indica una grandezza inimmaginabile. La metafora usata sta a indicare come la percezione di se stessi nella condizione vitale della Collera si espande a tal punto che le profonde acque dell’oceano arrivano a malapena alle ginocchia. 
Le distorsioni interiori della collera impediscono di riconoscere il vero aspetto delle cose o di formulare giudizi corretti. Ogni cosa si percepisce come un mezzo per soddisfare i propri desideri e impulsi egoistici. Quanto più smisurata è l’arroganza, tanto più piccola e insignificante appare l’esistenza degli altri, delle persone, delle culture e della natura, tanto da non esitare a nuocere o addirittura a uccidere. Chi è dominato da questo stato mentale non esiterebbe ad approvare l’uso delle armi nucleari, e non è difficile riscontrare questa condizione vitale anche nella psicologia di coloro che sostengono l’uso di armi odiose e crudeli come il napalm o, più recentemente, come l’uranio impoverito e le bombe a grappolo. Le persone del mondo di Collera sono cieche non solo di fronte alle terribili sofferenze che le loro azioni provocano, ma anche di fronte al valore della vita umana stessa.
Per amore della dignità umana non dobbiamo soccombere per nessun motivo al processo di disumanizzazione provocato dal mondo di Collera. Quando fu sganciata la bomba atomica sulla città di Hiroshima non solo le autorità militari ma anche molti scienziati provarono grande eccitazione per il “successo” di questa nuova arma. Tuttavia le coscienze di scienziati veramente grandi furono sopraffatte dall’angoscia. Einstein accolse la notizia con un grido di dolore, mentre Rotblat mi confessò che si sentì completamente schiacciato dalla disperazione. I loro sentimenti erano senza dubbio gli stessi che spinsero Toda a denunciare gli armamenti nucleari. 
Quando parlava di “recidere” gli artigli della natura demoniaca delle armi nucleari, Toda si riferiva alla lotta necessaria per impedire alle forze interiori della Collera di sconvolgere l’equilibrio dei dieci mondi e dilagare senza controllo. Toda chiedeva di agire con fermezza e con scrupolo per ristabilire e orientare correttamente la funzione della Collera all’interno di una sfera interiore regolata dall’armonia e dalla saggezza. Questo è il vero significato di “recidere”. 
Vorrei ricordare in particolare ai membri della SGI che non solo è della massima importanza impegnarci nelle nostre attività per la pace e la cultura, ma occorre tenere a mente che il movimento della “rivoluzione umana” basata sulla trasformazione interiore costituisce un aspetto essenziale nella battaglia epocale per il disarmo e l’abolizione del nucleare.
Se non ci concentriamo sulla nostra dimensione personale interiore finiremo per essere travolti dalla spinta strutturale della civiltà tecnologica che produce inevitabilmente strumenti demoniaci come le armi nucleari.

“ADDOMESTICARE” IL CAPITALISMO

Il mondo di Collera è un aspetto fondamentale della vita umana. In ogni epoca, se non viene correttamente collocato e governato, dilagherà senza controllo cagionando solo distruzione. Nessuna società è mai stata completamente libera dal conflitto, ma alcuni aspetti particolari della civiltà contemporanea, con il suo elevato grado di sviluppo industriale e tecnologico, fanno sì che il potenziale inerente alla vita umana si manifesti unicamente in maniera problematica.
Come ho detto in precedenza, l’emergere del mondo incontrollato della Collera causa una corrispondente diminuzione del valore dell'”altro”. La presenza attenuata dell’altro, al limite dell’assenza, sta diventando sempre più un tratto distintivo della società moderna, e in particolare delle società altamente industrializzate.
Nel 1930 John Maynard Keynes (1883-1946), conosciuto come il fondatore della teoria economica moderna ed esponente di una particolare prospettiva critica della civiltà, pubblicò un saggio dal titolo “Prospettive economiche per i nostri nipoti”. Keynes criticava i due “errori del pessimismo” generati dalla depressione economica che stava colpendo allora il mondo. Da una parte c’era il «pessimismo dei rivoluzionari che ritengono che le cose siano messe così male che soltanto un cambiamento violento può salvarci», dall’altra c’era «il pessimismo dei reazionari che considerano l’equilibrio della nostra vita economica e sociale così precario che non possiamo assolutamente permetterci il rischio di fare alcun esperimento».13
Keynes era convinto che grazie ad appropriati interventi governativi e specifiche regolamentazioni sarebbe stato possibile risolvere il problema della disoccupazione e far ripartire la crescita economica. «Scartando l’eventualità di una guerra e di incrementi demografici – afferma – il problema economico può essere risolto, o per lo meno giungere in vista di una soluzione, nel giro di un secolo».14 Senz’altro, per ciò che riguarda le società industriali avanzate, l’intuizione di Keynes si è rivelata corretta. 
Secondo Keynes le persone hanno sia “bisogni assoluti”, che devono essere soddisfatti per sopravvivere, sia “bisogni relativi”, che avvertiamo soltanto nella misura in cui cerchiamo di superare ed emergere sugli altri. I primi hanno limiti naturali, mentre i secondi ne sono privi. Una persona che rincorre i bisogni relativi li vede moltiplicarsi senza sosta tanto da diventare, come afferma Keynes, “insaziabile”. Questo costante desiderio di essere superiori agli altri incarna l’essenza distruttiva del mondo di Collera.
La più grande sfida che il mondo si trova di fronte è quella di assicurare che siano soddisfatti i bisogni assoluti, in special modo nei paesi in via di sviluppo. Tuttavia l’esempio dei paesi avanzati mostra che anche quando sono accolti i bisogni assoluti, le persone non si sentono necessariamente soddisfatte. L’idea tradizionale secondo cui le persone si comporteranno con “decoro” una volta soddisfatti i loro bisogni essenziali si è dimostrata totalmente infondata nella realtà. 
Una società in cui la maggior parte delle persone è stata spinta dall’imperativo della sopravvivenza (i bisogni assoluti) è molto probabile che risponda a una immediata soddisfazione con disorientamento, provocando l’emergere di persone che Weber chiama gli «edonisti senza cuore»15 e un generale scetticismo riguardo al valore stesso del lavoro. 
Nella società umana, e in particolare in quella capitalistica, c’è una tendenza spiccata ad alleviare il senso di insicurezza accumulando ricchezze materiali, soprattutto denaro. Naturalmente il denaro può essere il mezzo che consente il soddisfacimento dei bisogni assoluti quotidiani. Ma, quando si tratta di soddisfare i bisogni relativi, il denaro in quanto capitale può facilmente diventare un fine di per sé, e così si finisce per essere inghiottiti nella spirale dell’arricchimento e dell’accumulo senza sosta.
Keynes descrive così la condizione di chi è imprigionato in questa spirale: «L’amore per il denaro come possesso – distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita – sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà patologiche a metà criminali che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali».16
Ed è ben nota la dettagliata e accurata analisi di Karl Marx (1818-83) di ciò che egli aveva definito il “feticismo delle merci”, una condizione in cui si è soggiogati dall’amore per il denaro.
L’attuale generazione corrisponde ai “nipoti” di cui parla Keynes nel suo saggio, e l’ossessione per i valori economici, che egli definisce “amore per il denaro”, è una realtà del nostro tempo. Nella nostra epoca i valori economici hanno spietatamente ridimensionato e sostituito tutti gli altri valori, sia quelli sociali che quelli legati alla vita quotidiana.
Quasi tutti i gravi problemi che affliggono il Giappone in anni recenti – ripetuti casi di corruzione che coinvolgono le maggiori compagnie, frodi assicurative, scandali economici, una cultura del denaro che influenza persino i giovani e i bambini – originano da questo amore per il denaro. Lo stato vitale del mondo di Collera, e con esso il vicino mondo di Avidità (una condizione dominata dal desiderio sfrenato), è cresciuto fino a raggiungere l’altezza di 84.000 yojana. La sua espansione rende la descrizione di Keynes – a metà criminale a metà patologica – addirittura inadeguata per difetto.
Coloro che vivono nel mondo di Collera cercano sempre di superare gli altri, sono incapaci di accettare l’idea di inferiorità e non si sentono mai appagati. Sono dominati dall’insaziabile ricerca del denaro per compensare la loro perenne sensazione di instabilità nei confronti del mondo. 
Sebbene si dica che l’attuale sistema di valori sia diversificato, in realtà esso si sta orientando in maniera crescente sul denaro, la cui influenza sta ormai penetrando in tutti i settori della società e della vita quotidiana. Si assiste a un decadimento progressivo e profondo del nostro senso di appartenenza collettiva. Come è stato acutamente osservato da più parti, questo processo è il vero volto della società contemporanea.
Anche se si è sempre messo in guardia contro i pericoli legati al culto del denaro, la storia ha dimostrato l’impossibilità di eliminare dalla società umana la moneta come mezzo di scambio. Qualunque tentativo di contenere in maniera coercitiva gli effetti del denaro ha sempre incontrato una forte opposizione, come ha dimostrato l’evidente fallimento dell’esperienza comunista nel ventesimo secolo. Infatti per coloro che hanno conosciuto le moderne libertà sarebbe impensabile un qualsiasi ritorno a un modello pre-moderno di società dei comuni in cui i valori fondati sul denaro occupavano una posizione inferiore rispetto all’appartenenza alla classe o alla casta (come nel caso del Giappone del periodo Edo, quando le classi erano distinte secondo un ordine discendente: samurai, contadini, artigiani, mercanti).
Ne consegue che non abbiamo altra scelta che imparare a convivere con il sistema capitalistico, educarlo e addomesticarlo. Sia come singoli individui che come società abbiamo il dovere di sviluppare la capacità di controllare il denaro e il capitale piuttosto che sprofondare nel feticismo delle merci. Così come occorre collocare correttamente il mondo di Collera e di Avidità all’interno del sistema di interrelazioni dei dieci mondi, è altresì necessario ridefinire la posizione dei valori economici nel quadro delle gerarchie di valori connessi ai processi vitali.
Nella Proposta di pace che ho presentato l’anno scorso ho citato Michel de Montaigne (1533-92), il quale si poneva questo interrogativo: «Quando mi trastullo con la mia gatta, chi sa se essa non faccia di me il proprio passatempo più di quanto faccia io con lei?».17 Allo stesso modo dobbiamo interrogarci con urgenza – come primo passo verso il recupero e la rivitalizzazione della nostra umanità – se, quando “ci trastulliamo” con il denaro e il capitale, non ne siamo in verità manipolati.

«I nostri problemi sono causati dagli esseri umani e dunque devono avere una soluzione umana».18 John F. Kennedy (1917-63) pronunciò queste parole in un momento in cui il mondo si trovava di fronte alla massima concentrazione nucleare. Non possiamo permetterci di considerarle come mera retorica politica.

IL CAPITALISMO È MORALE?

Vorrei ora discutere le questioni poste dal filosofo francese André Comte-Sponville nella sua recente opera Il capitalismo è morale?. Il titolo è intenzionalmente ironico in quanto la maggior parte delle persone considerano il capitalismo completamente disinteressato alla morale; pertanto ricercare una morale nel capitalismo è privo di senso quanto l’espressione “cercare pesci sugli alberi”.
Comte-Sponville distingue quattro (o forse cinque) differenti ordini o campi nell’ambito società umana: il primo è l’ordine tecnologico, economico e scientifico, che si dispiega lungo l’asse dell’opposizione tra il possibile e l’impossibile; il secondo è l’ordine giuridico-politico il cui asse è l’opposizione tra legale e illegale; il terzo è l’ordine morale, che si dispiega tra bene e male, tra obbligo e ingiunzione; il quarto è l’ordine etico, l’ordine dell’amore, che si svolge all’interno dell’opposizione fra gioia e dolore. 
Per chi ha una fede l’ordine successivo potrebbe essere rappresentato dal sovrannaturale e dal divino, un quinto ordine che per Comte-Sponville, in quanto ateo, non è di alcun interesse. 
Comte-Sponville sottolinea che si tratta di distinzioni più che di divisioni, e che di fatto noi viviamo in una sovrapposizione simultanea dei quattro ordini. Fondamentali sono le interrelazioni fra essi. Ciascun ordine è direttamente controllato da quello immediatamente superiore: l’ordine tecnologico, economico e scientifico da quello politico-giuridico, l’ordine politico-giuridico da quello morale ecc.
Quando le linee funzionali fra questi quattro ordini diventano indistinte la società si disgrega. Marx, secondo Comte-Sponville, confuse il primo e il terzo ordine quando provò a moralizzare l’economia. «Il risultato fu il passaggio dall’utopia marxista del diciannovesimo secolo all’orrore del totalitarismo del ventesimo secolo che noi tutti conosciamo».19 Allo stesso modo, oggi qualunque tentativo di moralizzare il capitalismo sarebbe un errore.
Il capitalismo ruota intorno al proprio asse, inseguendo senza sosta ciò che è possibile e vantaggioso: questa è la sua vera natura. Valori come ad esempio la certezza di un impiego e le agevolazioni per gli impiegati diventano secondari rispetto alla ricerca del profitto. Inoltre, tra coloro che vivono sotto l’influenza dell’ordine tecnologico, economico e scientifico potrebbero benissimo esserci i tecnocrati nucleari, che nella ricerca del possibile farebbero di tutto per potenziare la distruttività delle armi senza preoccuparsi minimamente dell’orrore conseguente al loro utilizzo. O potrebbero esserci i bio-tecnocrati che, nella ricerca del possibile, non esiterebbero a impegnarsi in esperimenti di clonazione umana e di ingegneria genetica degli embrioni, esperimenti che possono compromettere i presupposti fondamentali della dignità umana. Comte-Sponville rimprovera severamente questi “sciagurati esperti della tecnica”.
Non è mia intenzione mettere sullo stesso piano tutte le persone impegnate nei settori economici e scientifici. Infatti è superfluo dire che ci sono molti uomini d’affari e molti scienziati dotati di un’etica. Ma finché l’asse fondamentale sarà l’opposizione tra il possibile e l’impossibile rimane il pericolo che l’elemento umano venga trascurato.
Guardando il mondo di oggi, vediamo chiari segnali della concretizzazione di queste potenzialità negative. Una condizione vitale puramente egocentrica, che si espande fino a 84.000 yojana, mette ai margini l’esistenza dell’altro. Gli esseri umani infatti possono esistere esclusivamente in virtù delle loro interrelazioni: laddove non c’è l’altro non può esserci il sé. L’umanità è stata letteralmente spinta fuori dalla scena. Questa alienazione dell’elemento umano rende i giovani particolarmente vulnerabili e vittime di coloro che vogliono manipolare il loro desiderio di credere.
Questa è la crisi in cui si dibatte la civiltà contemporanea. La logica interna dell’ordine tecnologico, economico e scientifico è incapace di controllare i principali responsabili di questa crisi, “gli sciagurati esperti della tecnica”, un controllo che deve essere esercitato dall’esterno, principalmente dal secondo ordine, cioè quello giuridico-politico.
Allo stesso modo, la logica interna del secondo ordine non è in grado di tenere a bada le azioni di quegli “astuti e sciagurati legalisti che si attengono alla legge” e anche qui il controllo deve essere applicato dall’esterno, dall’ordine morale. Ma la logica interna del terzo ordine consente l’esistenza degli “sciagurati moraleggianti”: gli ipocriti e i dogmatici che sanno come usare abilmente il linguaggio della morale. 
L’ordine morale non accetta facilmente il controllo dall’esterno; l’ordine etico, o anche ordine dell’amore, ha la funzione di completare ed elevare l’ordine morale verso un livello superiore di possibilità. Anche se entrambi gli ordini esortano alle medesime virtù, l’ordine morale tenderà a farlo con il linguaggio dell’obbligo e del dovere, mentre l’ordine dell’amore utilizzerà i vettori della gioia e della soddisfazione.
Le tesi di Comte-Sponville sono, a mio avviso, molto incisive nell’analisi del capitalismo finanziario globale, unicamente interessato a ciò che è possibile e utile e a ciò che non lo è. Seguendo i ragionamenti dell’autore, comprendiamo meglio il pensiero di Gandhi quando affermava che «quanti asseriscono che la religione non ha niente a che vedere con la politica non conoscono il vero significato della religione».20

RIVENDICARE LA NOSTRA UMANITÀ

Le argomentazioni di Comte-Sponville offrono una base di partenza per riflettere sull’ideale di umanesimo attivo che ho descritto in precedenza. Un avvolgente senso di interconnessione, per esempio, potrebbe derivare dal terzo e quarto ordine di cui parla Comte-Sponville. Tuttavia nella battaglia contro il male è difficile mettere in campo questo senso di connessione. Dobbiamo riconoscere che, almeno nel breve termine, l’ordine giuridico-politico si dimostra molto più efficace nel contrastare gli “sciagurati esperti della tecnica” rispetto agli strumenti del dialogo e della persuasione.
Questo dato è confermato dalle dichiarazioni di alcuni intellettuali giapponesi di spicco durante un seminario tenutosi nel 1983 sul tema della sfida di vivere nell’era nucleare: «I problemi dell’umanità non possono essere affrontati soltanto su un piano puramente etico, ma richiedono decisioni razionali da parte dei politici» (Shuichi Kato); «Se la coscienza e la consapevolezza individuale sono cruciali, la questione di come applicare l’etica al compito di cambiare la politica degli stati oggi lo è ancor di più» (Toshiyuki Toyoda).21
La virtù universale della solidarietà umana funziona in modo più efficace nel supportare il secondo ordine piuttosto che nell’intervenire direttamente sul primo. 
Comte-Sponville sostiene che l’individuo ha un ruolo centrale nella creazione di un ordine sociale più umano. L’autore classifica gli ordini dal primo al quarto in una successione ascendente di priorità e sostiene che soltanto l’individuo può realizzare questa ascesa verso l’alto. L’individuo è il solo capace di perseverare in questa progressione.
Vorrei sottolineare l’importanza del risveglio umano come mezzo per realizzare questa spinta verso l’alto all’interno dei quattro ordini. Grazie a questo movimento verso l’alto crescerà l’importanza dell’essere umano, perché è un processo condotto da esseri umani che vogliono rivendicare il posto che spetta a loro, sottraendolo all’ordine tecnologico, economico e scientifico privo di umanità.
Senza un’elevazione qualitativa dei singoli esseri umani non è possibile alcuna trasformazione sociale né la creazione di una società migliore.
Affidarsi alle organizzazioni e fondersi nel gruppo è un errore troppo frequente nella storia dell’umanità. Come ha avvertito Carl Jung (1875-1961): «Vengono evocati i demoni del totalitarismo, invece di comprendere che l’unica cosa che può essere realizzata è un passo avanti, seppur infinitesimale, nella natura morale dell’individuo».22
Come dimostra lo sviluppo del totalitarismo, quanto più la dimensione umana è carente tante più persone saranno vittime del fascino demoniaco della dittatura. La società di massa contemporanea, con il suo elevato grado di sviluppo scientifico e tecnologico nel campo della comunicazione, si presta ampiamente alle oscure macchinazioni dei demagoghi e dei loro pericolosi proclami.
I “passi infinitesimali” di cui parla Jung sono assolutamente necessari poiché senza questi ogni positivo cambiamento raggiunto sarà fragile e vano. Il punto di vista di Jung è perfettamente in sintonia con la visione della “rivoluzione umana”, una sfida condotta senza sosta dalla SGI: «La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino dell’umanità».23
Michitaro Tanaka (1902-85), uno dei più eminenti filosofi giapponesi, ha manifestato grandi aspettative nei confronti della Soka Gakkai, anche se ha rilevato il rischio che le cosiddette grandi religioni – il cui nucleo essenziale è la fede individuale – quando il numero di aderenti aumenta adottano una forma più collettiva dell’espressione religiosa. Avendo saputo che sono l’autore de La rivoluzione umana, Tanaka ha espresso la speranza che io riesca a rafforzare la dimensione individuale del Buddismo.
L’attenzione continua alla dimensione individuale e personale è la quintessenza del nostro movimento. Proprio perché, io credo, siamo rimasti fedeli a questo impegno, la Soka Gakkai e la SGI sono cresciute fino a questo punto. In futuro non devieremo mai da questo sentiero. Se lo facessimo andremmo contro lo spirito di Nichiren, il fondatore della tradizione buddista a cui noi ci richiamiamo, il quale ha dichiarato che dobbiamo fare del singolo individuo il nostro modello esemplare.
Da questo punto di vista è sotto gli occhi di tutti quale potenziale abbia il movimento della SGI per rispondere alla crisi di civiltà e ai bisogni delle persone, lavorando instancabilmente per recuperare e ristabilire la dimensione umana di fronte agli imperativi privi di umanità dell’ordine tecnologico, economico e scientifico.
Sono fermamente convinto che la determinazione di Toda nel recidere gli artigli nascosti nelle profondità della questione nucleare illumina l’essenza del compito che abbiamo davanti. Con questo orgoglio e questa convinzione ho fiducia che continueremo ad avanzare lungo il grande sentiero della pace.

PER UNA SICUREZZA LIBERA DAL NUCLEARE

Ora desidero fare alcune proposte su come risolvere i tanti problemi del mondo causati dalla competitività compulsiva di coloro che sono dominati dallo stato di Collera.
Crescono i timori di un’escalation del terrorismo nucleare per via delle notizie sul mercato nero delle tecnologie nucleari. A questi timori si aggiunge la preoccupazione internazionale per i più recenti obiettivi dei programmi di sviluppo nucleare della Corea del Nord e dell’Iran.
Su questo sfondo, al Simposio sulle salvaguardie internazionali tenutosi a Vienna lo scorso ottobre, Mohamed El Baradei, Direttore generale dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (IAEA), ha specificato che, in assenza di un nuovo approccio internazionale o multinazionale alla questione del ciclo dei materiali fissili, potrebbe emergere un numero stimato fra venti e oltre trenta nazioni da lui definite «stati nucleari virtuali, in grado di sviluppare armi nucleari nell’arco di poco tempo».24 Se non si adottano al più presto misure per contrastare questa pericolosa tendenza, il Trattato di non proliferazione perderà progressivamente di efficacia e assisteremo a una escalation della crisi nucleare.
Perciò propongo un rafforzamento di tutte le strutture dove i membri della comunità internazionale possono trovare unità di intenti e lavorare in accordo per adempiere alle proprie responsabilità. Per fare questo non ritengo necessario creare un nuovo organismo. Quello che chiedo è riformulare, sulla base di una nuova prospettiva concettuale, gli obblighi stabiliti dal trattato di non proliferazione (NPT) che con i suoi 189 firmatari rappresenta l’accordo per il controllo degli armamenti universalmente più accettato a livello mondiale.
Il preambolo del Trattato di non proliferazione si apre con queste parole: «Considerando la catastrofe che investirebbe l’umanità nel caso di un conflitto nucleare, e la conseguente necessità di compiere ogni sforzo per allontanare il pericolo e di prendere le misure atte a garantire la sicurezza dei popoli».25 A tal fine desidero ribadire l’importanza che tutte le nazioni, che possiedano armi nucleari o meno, lavorino con pari dignità per raggiungere la “sicurezza dei popoli” senza più dipendere dalle armi nucleari. Dobbiamo avanzare insieme verso lo scopo fondamentale di bandire gli armamenti nucleari adottando un trattato sul modello di quelli che mettono fuori legge le armi chimiche e biologiche.
Alla luce di questa ridefinita unità di intenti diventano chiare le responsabilità di ciascuno nel perseguimento di una sicurezza mondiale libera dal nucleare: gli stati nucleari devono portare avanti in maniera attiva il processo di disarmo e gli stati non nucleari devono cooperare per impedire la proliferazione nucleare.
Il rapporto Armi del terrore pubblicato lo scorso giugno dalla Commissione sulle armi di distruzione di massa (conosciuta come Commissione Blix, un gruppo indipendente di esperti internazionali presieduta da Hans Blix, ex direttore generale della IAEA), ha offerto una serie di suggerimenti e soluzioni al problema della sicurezza. 
Il rapporto afferma: «Finché alcune nazioni avranno armamenti nucleari, altre li vorranno. Finché alcuni di questi armamenti rimarranno, ci sarà il rischio che un giorno verranno usati, volontariamente o per errore. E qualsiasi utilizzo rappresenterebbe una catastrofe […] La Commissione rifiuta l’idea che le armi nucleari in mano ad alcuni stati non rappresentano nessuna minaccia, mentre nelle mani di altri costituirebbero un pericolo mortale per il mondo».26
Questo rifiuto della dottrina della deterrenza, che si basa sulla paura e sul sospetto, è perfettamente corrispondente alla risoluzione di Toda, che condannò le armi nucleari come un male assoluto. 
Naturalmente occorre affrontare con celerità e singolarmente i problemi legati ai programmi di sviluppo nucleare della Corea del Nord e dell’Iran; al tempo stesso però, se vogliamo impedire che in futuro riemergano problemi simili, è necessario che maturi una nuova consapevolezza nella comunità internazionale. A tale scopo chiedo che quanto prima venga convocata una conferenza mondiale o una speciale sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per avviare il dibattito e cercare un consenso sull’obbiettivo della sicurezza globale libera dal nucleare.
I compiti primari di questo summit dovrebbero essere il rafforzamento degli strumenti internazionali a disposizione per realizzare ciascuno dei tre principi del Trattato di non proliferazione (non proliferazione, disarmo e uso pacifico dell’energia nucleare) e l’adozione di una dichiarazione di impegno da parte di tutte le nazioni ad adempiere alle comuni responsabilità per la creazione di una sicurezza per tutti libera dal nucleare. Questa dichiarazione sarebbe un primo passo per le nazioni del mondo nell’attivarsi seriamente per la realizzazione dell’obbiettivo fondamentale del Trattato di non proliferazione: «L’arresto della produzione di armi nucleari, la liquidazione di tutte le riserve esistenti e l’eliminazione delle armi nucleari, con i loro vettori, dagli arsenali nazionali»,27 in altre parole l’abolizione e la messa al bando delle armi nucleari.

UNA LEADERSHIP PER L’ABOLIZIONE DEL NUCLEARE

Vorrei ora offrire dei suggerimenti e avanzare alcune proposte per sostenere la transizione verso una sicurezza libera dal nucleare. Il primo gruppo di proposte riguarda la necessità di dare una spinta al processo di disarmo nucleare. 
Allo stato attuale, nel quadro del Trattato di Mosca sulle riduzioni delle offensive strategiche (Moscow Treaty on Stategic Offensive Reductions) stipulato fra Stati Uniti e Russia il 29 maggio 2002, i due paesi si impegnano a ridurre le testate nucleari strategiche operative a non più di 1.700-2.200 per parte entro il 2012. Tuttavia il trattato non prevede nessuna disposizione per lo smantellamento completo delle riserve nucleari. 
Come passo successivo, perciò, lancio un forte appello agli Stati Uniti e alla Russia affinché riducano i loro arsenali missilistici a un centinaio di testate nucleari e concludano un nuovo trattato bilaterale con cui si impegnano a smantellare totalmente le loro riserve, diventando così i leader dell’impegno globale per il disarmo nucleare.
Inoltre i due paesi dovrebbero adoperarsi, nel rispetto dell’articolo VI del Trattato di non proliferazione (NPT) che li impegna al disarmo, per adottare un nuovo trattato di disarmo nucleare che coinvolga tutti gli stati nucleari, sia quelli firmatari del NPT sia quelli non firmatari.
A partire dallo scorso settembre gli Stati Uniti e la Russia hanno avviato la discussione sulle linee principali delle procedure di ispezione e controllo e del regime di verifica da adottare in sostituzione del Trattato di riduzione delle armi strategiche (Strategic Arms Reduction Treaty, START I) che scade nel 2009. L’anno scorso anche in Gran Bretagna è iniziato il dibattito sulla questione del rinnovo dei sistemi nucleari britannici che saranno operativi fino alla scadenza prevista per la metà degli anni 2020. Credo che questi appuntamenti possano diventare un’opportunità per compiere quei passi tanto sperati verso il disarmo nucleare da parte degli stati militari nucleari: nessun potenziamento degli arsenali e nessuna produzione di nuove armi.
A tal fine vorrei proporre la formazione all’interno delle Nazioni Unite di una Agenzia internazionale per il disarmo nucleare con il compito di coordinare i negoziati per un trattato di disarmo nucleare. Questo organismo dovrebbe avere poteri di ispezione affinché il trattato, una volta entrato in vigore, sia correttamente applicato.
Una spinta in questa direzione si sta già concretizzando. Da due anni il Forum dell’Articolo VI, di cui fanno parte le nazioni e le organizzazioni non governative (ONG) che chiedono il disarmo nucleare, sta sollecitando l’avvio di negoziati per far rispettare l’obbligo di disarmo nucleare previsto dall’Articolo VI del Trattato di non proliferazione e per esaminare gli elementi giuridici, politici e tecnici necessari per liberare il mondo dalle armi nucleari. 
Per incoraggiare queste iniziative chiedo ancora una volta, come ho fatto nella Proposta dell’anno scorso, che le Nazioni Unite si impegnino a dedicare un Decennio al sostegno di azioni, da parte della gente di tutto il mondo, per l’abolizione delle armi nucleari. 
In particolare sollecito il Giappone, come unica nazione che ha vissuto l’esperienza dell’incubo dell’attacco nucleare, a essere in prima linea negli sforzi per la realizzazione di tale Decennio, unendosi alla società internazionale per la causa del disarmo e l’abolizione del nucleare, dando così un contributo al cambiamento della direzione della storia umana.
La necessità di un impegno diffuso a livello di base sulle problematiche del disarmo è evidenziata nel rapporto della Commissione Blix, in cui si afferma: «Le armi di distruzione di massa costituiscono una sfida non soltanto per gli stati e le organizzazioni internazionali. Anche le comunità di ricerca, le organizzazioni non governative, la società civile, le imprese, i media e l’opinione pubblica condividono la stessa sfida. Per questo devono ricevere pieno sostegno e avere la possibilità di contribuire alla ricerca di soluzioni».28
A mio modo di vedere, in questa sfida i giovani possono svolgere un ruolo guida. 
Come SGI continueremo a collaborare con le agenzie e i programmi delle Nazioni Unite e le altre organizzazioni non governative per promuovere l’educazione al disarmo, utilizzando il potere e la passione dei giovani per infondere energia ed espandere la rete dei cittadini che si adoperano per liberare il mondo dalle armi nucleari.
Inoltre, per celebrare il cinquantesimo anniversario della dichiarazione di Josei Toda, l’Istituto Toda per la pace globale e la ricerca politica – che ho fondato per dare una forma istituzionale alla visione del mio mentore – ha in programma una conferenza sull’abolizione del nucleare da realizzare a San Francisco il prossimo settembre. Gli atti della conferenza saranno raccolti in una relazione da distribuire alle Nazioni Unite e ai governi nazionali, con la speranza che possa dare un contributo alla discussione nel percorso verso una sicurezza libera dal nucleare.

PREVENIRE E ARRESTARE LA PROLIFERAZIONE NUCLEARE

Il secondo gruppo di proposte riguarda le misure per prevenire l’ulteriore diffusione degli armamenti nucleari.
Dobbiamo innanzitutto far sì che entri in vigore il prima possibile il Trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari (CTBT, Comprehensive Test Ban Treaty). 
A più di dodici anni dalla sua adozione, nel 1996, da parte dell’Assemblea Generale, il CTBT langue in attesa di entrare in vigore perché molti paesi che dovevano ratificarlo, inclusi gli Stati Uniti, non lo hanno ancora fatto. Il risultato è che ci sono molti dubbi su una sua reale applicazione. 
Comunque la forza morale del trattato ha avuto effetti inibitori, come è dimostrato dall’assenza di esperimenti nucleari negli ultimissimi anni. Non solo i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che sono tutti stati nucleari, hanno dichiarato una moratoria degli esperimenti nucleari, ma lo stesso hanno fatto l’India e il Pakistan. Come risultato, a parte il test effettuato dalla Corea del Nord lo scorso ottobre, dal 1998 non è stato eseguito nessun test di armi nucleari.
Benché l’entrata in vigore del trattato non è prevista nell’immediato, dobbiamo impegnarci per rendere pienamente operativo il CTBT, ad esempio prevedendo la sua entrata in vigore provvisoria con la ratifica da parte di un certo numero di paesi.
Occorre anche che vi sia un rafforzamento del quadro istituzionale per impedire la trasformazione di programmi atomici per usi pacifici in programmi di sviluppo di armamenti nucleari.
Lo scorso settembre l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) ha tenuto una sessione speciale sulle Assicurazioni per le forniture nucleari e la non proliferazione, in concomitanza con l’annuale Conferenza generale a Vienna. Il meeting ha preso in esame le varie proposte di cooperazione multilaterale da realizzare sotto l’egida dell’Agenzia al fine di garantire l’approvvigionamento di materiale fissile nucleare per scopi pacifici. L’Agenzia è al lavoro per formulare delle raccomandazioni da adottare alla riunione del Consiglio dei governatori. Esorto gli stati a guardare oltre i propri ristretti interessi, per trovare un consenso su un più efficace sistema di prevenzione della proliferazione delle capacità di sviluppo di armi nucleari. 
Chiedo anche che si discuta nelle varie sedi sull’impegno al no first use(rinuncia al primo uso) da parte degli stati che possiedono armi nucleari e successivamente si passi a formalizzare accordi sulle Garanzie negative di sicurezza con cui questi stati si impegnano a non lanciare né minacciare di lanciare attacchi nucleari contro gli stati non nucleari. Tali misure potrebbero contribuire a trasformare il clima internazionale riguardo all’attrattività degli armamenti nucleari, riducendo così il numero dei potenziali stati aspiranti al nucleare. Le Garanzie negative di sicurezza sono indispensabili per garantire l’efficacia e l’integrità delle Zone libere dalle armi nucleari (NWFZ, Nuclear Weapon Free Zones).
Lo scorso settembre cinque nazioni – Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan – hanno ratificato il Trattato che istituisce la Zona denuclearizzata dell’Asia centrale (Central Asia Nuclear Weapon Free Zone Treaty). Il trattato proibisce lo sviluppo, la produzione e il possesso di armi nucleari nella regione ed è il sesto – dopo quelli dell’area dell’Antartico, America Latina, Pacifico Meridionale, Sudest asiatico e Africa – che stabilisce una zona libera da armi nucleari. 
Desidero ricordare l’importante ruolo di supporto fornito dall’ONU nel processo di ratifica di questo trattato. C’è da sperare che le Nazioni Unite, basandosi su questo buon risultato, possano condurre in futuro negoziati e trattative simili, specialmente in quei casi in cui i colloqui circoscritti ai paesi in causa siano particolarmente difficili. Questo modo di agire deve entrare a far parte della nostra comune ricerca di modalità per la sicurezza senza nucleare, al fine di contribuire a delegittimare il possesso o il paventato possesso di armi nucleari come strumento diplomatico degli stati.
Diversi precedenti storici dimostrano come lo sviluppo o il possesso di armi nucleari non sia né definitivo né irreversibile. Il Canada, ad esempio, ha partecipato al Progetto Manhattan, ma ha coraggiosamente abbandonato l’opzione di produrre armi nucleari. Il Brasile e l’Argentina hanno abbandonato i loro programmi di sviluppo di armi nucleari; il Sud Africa ha smantellato il proprio arsenale nucleare e si è unito ai paesi non nucleari.
Poi c’è l’esempio dell’Ucraina, che ha ereditato imponenti riserve di armi atomiche all’epoca della crollo dell’Unione Sovietica, ma ha scelto di rinunciarvi in cambio di assicurazioni di sicurezza e assistenza economica da parte di Stati Uniti, Russia e altri paesi. L’esperienza dell’Ucraina è stata citata come modello per affrontare il problema dello sviluppo dell’arsenale nucleare della Corea del Nord.
In ultima analisi, l’unico modo per risolvere lo scottante problema dei programmi nucleari della Corea del Nord e dell’Iran è quello di avviare la denuclearizzazione delle aree in questione attraverso lo strumento del dialogo; è necessario far sì che l’Asia nord-orientale e il Medio Oriente diventino zone libere da armi nucleari. Diversamente, anche se le nazioni decidono di rinunciare ai programmi di sviluppo nucleare, rimane sempre il pericolo concreto che li riprendano nel caso di un mutamento del clima internazionale o a seguito di cambiamenti politici interni.

LO SPAZIO EXTRA-ATMOSFERICO E IL COMMERCIO DI ARMI

Vorrei ora discutere la questione relativa alla totale smilitarizzazione dello spazio, una problematica che incombe sulle prospettive a lungo termine della pace mondiale.
I principi che governano l’uso pacifico dello spazio sono stabiliti dal Trattatosullo spazio extra-atmosferico (Outer Space Treaty). Il trattato vieta l’utilizzo per scopi militari della luna e di altri corpi celesti, ma non stabilisce con precisione i limiti di utilizzazione di altre parti dello spazio. In anni recenti ci sono state crescenti richieste di estendere e potenziare il raggio di azione del trattato per rispondere ai progressi nella tecnologia militare.
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato sullo spazio extra-atmosferico: quale migliore opportunità per avviare un approfondito dibattito e una revisione del raggio d’azione e del contenuto del trattato? 
La Commissione Blix ha raccomandato la messa al bando totale di qualsiasi dispiegamento di armi nucleari nello spazio extra-atmosferico, il rispetto unanime del trattato, l’estensione dell’ambito di competenza del trattato e la messa al bando dei test di armi spaziali. Da parte mia auspico che sia istituito un comitato ampiamente rappresentativo, sotto l’egida del Segretario generale delle Nazioni Unite, che abbia come agenda la smilitarizzazione dello spazio, l’individuazione di misure specifiche e l’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica su questo tema. 
Ora intendo affrontare la questione relativa al controllo del commercio internazionale di armi convenzionali che provocano innumerevoli morti nelle guerre civili e nei conflitti regionali. Queste armi sono a tutti gli effetti armi di distruzione di massa.
Al momento attuale ci sono in circolazione nel mondo 640 milioni di armi leggere e di piccolo calibro e ogni anno ne vengono prodotte otto milioni di nuove. La proliferazione di queste armi alimenta la violazione dei diritti umani e i conflitti armati, uccidendo più di mille persone al giorno.
La Campagna per il controllo delle armi è stata lanciata nell’ottobre del 2003 da un gruppo di organizzazioni non governative. Ha ottenuto molti consensi al punto che, nel dicembre del 2006, con l’appoggio dei governi è stata predisposta una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che apre la strada a un trattato sul traffico delle armi. Un siffatto trattato dovrebbe stabilire delle restrizioni a norma di legge sul commercio internazionale delle armi e impedire il movimento di armi leggere e di tutte le armi convenzionali al di fuori dei limiti imposti. 
Il Segretario generale chiederà agli stati membri di esprimere la loro posizione su un eventuale trattato sulle armi leggere ed entro un anno riferirà all’Assemblea generale. Successivamente si costituirà un gruppo di esperti governativi per discutere a fondo la questione e sottoporre un rapporto più dettagliato all’Assemblea generale nel 2008.
Negli ultimi tredici anni ho ripetutamente richiesto il rafforzamento delle strutture internazionali che regolano il commercio di armi per giungere all’obbiettivo più vasto di negare alla guerra ogni carattere istituzionale. Ho la speranza che si arrivi al più presto alla ratifica di un trattato in tal senso. Se ciò avvenisse, si tratterebbe del secondo trattato sul disarmo, dopo la Convenzione sul divieto delle mine anti-uomo, per arrivare al quale le organizzazioni non governative hanno giocato un ruolo importantissimo. Non ho dubbi sul fatto che tutto ciò darebbe un nuovo slancio ai negoziati in altri settori legati al disarmo.

IL PATRIMONIO DELLE AZIONI DELA SGI PER LA PACE

Ora vorrei concentrare la mia attenzione sull’Asia, una regione ormai da lungo tempo afflitta da conflitti e tensioni, ed esporre le mie considerazioni sulle direttrici della cooperazione a livello regionale nel ventunesimo secolo. Affronto questo tema facendo un’introduzione sulle origini della Soka Gakkai e della SGI e sulla storia dei miei sforzi per contribuire alla pace e allo sviluppo della regione pacifico-asiatica. 
Il movimento per la pace della SGI si basa essenzialmente sulla filosofia umanistica del Buddismo di Nichiren. Come ho già detto, noi ci ispiriamo alla dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari di Josei Toda e, guardando indietro di cento anni, al libro Jinsei chirigaku (La geografia della vita umana) di Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944), presidente fondatore della Soka Gakkai. 
La visione culminante dell’opera di Makiguchi è quella di una transizione dalla competizione spietata – per cui, nella ricerca della prosperità materiale, il forte mangia il debole – verso una “competizione umanitaria” in cui gli stati traggono vantaggio recando benefici agli altri, attraverso l’impegno attivo con la comunità internazionale.
All’epoca della pubblicazione del Jinsei chirigaku, nel 1903, l’imperialismo e il colonialismo erano le forze dominanti del mondo. Makiguchi, invece, sottolineava la necessità di creare relazioni di reciproco rafforzamento e non di distruzione fra i popoli: «Le nostre vite dipendono dal mondo, la nostra casa è il mondo e il mondo è la nostra sfera di attività».29
Descrivendo il Giappone come una vetrina sulla “Pacific Avenue,” protestò contro la politica militare espansionistica del Giappone nella penisola coreana e in Cina.
Negli anni successivi i suoi sforzi e quelli del suo discepolo Josei Toda si concretizzarono nella sua opera principale Soka kyoikugaku taikei (Il sistema pedagogico per la creazione di valore, pubblicato in italiano con il titoloL’educazione creativa, La nuova Italia, 2000, n.d.r.). In essa l’autore elaborò una filosofia dell’educazione volta alla realizzazione della felicità per se stessi e per gli altri, in altre parole la creazione di una nuova era di competizione umanitaria attraverso il potere dell’educazione.
Il 18 novembre 1930, data di pubblicazione del libro – che rappresenta una cristallizzazione dell’ideale di maestro e discepolo che lottano insieme verso uno scopo comune – è diventato il giorno della fondazione della Soka Gakkai.
Makiguchi, che considerava l’individuo e l’umanità come un tutt’uno superiore allo stato, esponendo così una visione diametralmente opposta a quella del governo militare del tempo, fu fatto oggetto della crescente attività repressiva delle autorità. Alla fine sia lui che Toda furono arrestati (nel luglio 1943) con l’accusa di violazione della legge per il mantenimento dell’ordine pubblico e blasfemia contro l’imperatore, ma entrambi si rifiutarono fermamente di abiurare alla loro fede. 
Makiguchi, che all’epoca aveva più di settant’anni, morì in prigione il 18 novembre del 1944. Toda fu rilasciato il 3 luglio 1945, dopo due anni di prigionia che avevano messo a dura prova la sua salute.
Dopo la guerra mi sono unito alla Soka Gakkai e ho scelto Toda come mio mentore perché era un uomo che aveva lottato contro il militarismo fascista e si era rifiutato di essere sconfitto nonostante le dure privazioni della prigionia. 
Durante la guerra la mia famiglia ha perso per due volte la casa a causa delle incursioni aeree. I miei quattro fratelli sono stati arruolati nell’esercito e il più grande è stato ucciso durante un’azione di guerra nella zona che oggi è chiamata Myanmar. Le parole che mi disse durante una licenza dal fronte cinese furono: «Non c’è niente di glorioso nella guerra. Quello che l’esercito giapponese sta facendo è terribile. Che arroganza e prepotenza! Mi sento male per il popolo cinese». Le sue parole risuonano ancora oggi nelle mie orecchie. 
Le esperienze personali della guerra e la guida di Toda rappresentano il fondamento incrollabile delle mie azioni per la pace. 
Dopo la guerra Toda si diede da fare con l’unico scopo di ricostruire la Soka Gakkai, abbracciando senza riserve la visione lasciatagli in eredità dal suo mentore Makiguchi. Al tempo stesso coltivò il desiderio ardente della pace in Asia e della felicità di tutti i popoli asiatici, ed esortò i giovani giapponesi a lavorare per la realizzazione di questi obbiettivi.
«Tutti gli stati, grandi o piccoli, cercano seriamente la pace, tuttavia vivono costantemente sotto la minaccia della guerra!».30 L’appassionato appello di Toda ai giovani si concretizzò nella dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari, trovando espressione nella filosofia della cittadinanza globale, un ideale di straordinaria lungimiranza.
Purtroppo Toda non uscì mai fuori dal Giappone e per questo mi lasciò come indicazione più importante questa esortazione: «Oltre l’oceano ci sono grandi continenti. Il mondo è vastissimo. Ci sono popoli afflitti dalla sofferenza. Ci sono bambini che tremano nelle guizzanti ombre della guerra. Devi viaggiare, devi viaggiare per il mondo al posto mio!».
Il 2 ottobre 1960 iniziai il mio primo viaggio oltremare con lo scopo di contribuire alla pace mondiale. Questo avvenne due anni dopo la morte del mio mentore e subito dopo essere stato nominato terzo presidente della Soka Gakkai. Visitai varie località del Nord e del Sud America, portando la foto di Toda nella tasca della giacca vicino al cuore.

Come prima tappa del mio viaggio scelsi le Hawaii, teatro dell’immane tragedia provocata dall’attacco giapponese a Pearl Harbor nel dicembre del 1941. Incisi profondamente nel mio essere quella lezione della storia, riconfermando la mia determinazione a generare una corrente inarrestabile verso un mondo senza guerre.
Visitai varie città fra cui San Francisco, luogo di nascita delle Nazioni Unite, e New York dove partecipai da spettatore a una sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Mi sentii ispirato a riflettere sul ruolo centrale che quell’organismo internazionale avrebbe potuto avere nella creazione della pace mondiale.

CREARE PONTI ATTRAVERSO L’ASIA

Nel 1961 mi recai a Hong Kong, in Ceylon (Sri Lanka), India, Burma (Myanmar), Tailandia e Cambogia. In ognuno di questi luoghi ho offerto sincere preghiere per le vittime della guerra e ho riflettuto profondamente sulla sfida di realizzare una pace duratura in Asia.
Quando visitai Bodhgaya in India, il luogo dove secondo la tradizione Shakyamuni ottenne per la prima volta l’Illuminazione, capii quanto fosse necessario, al fine di gettare le basi per un mondo senza guerre, creare un’istituzione dedicata a un’articolata ricerca del pensiero filosofico tradizionale sia del continente asiatico che del resto del mondo. Nel 1962 fondai l’Istituto di filosofia orientale con lo scopo di realizzare queste ricerche e promuovere il dialogo fra le differenti civiltà e le tradizioni religiose.
Durante la mia visita in Tailandia annunciai i piani per la costituzione della associazione concertistica Min-On, avvenuta nel 1963. Questa iniziativa nasceva dalla convinzione che la comprensione reciproca fra le persone serve da base per la pace, e gli scambi culturali e artistici hanno un ruolo fondamentale nel facilitare questa comprensione. 
Durante il mio viaggio in Asia percepii le scure ombre gettate sulla regione dalle profonde divisioni provocate della Guerra fredda. Subito dopo quella visita il conflitto in Vietnam si estese all’intero paese, con l’inizio degli attacchi aerei degli Stati Uniti contro la parte nord del paese nel febbraio del 1965.
Ciò accadeva solo due mesi dopo aver iniziato a scrivere quella che sarebbe diventata la più grande impresa della mia vita, il romanzo La rivoluzione umana, mentre mi trovavo a Okinawa, che a quel tempo era ancora sotto l’occupazione americana. Il romanzo inizia con queste parole: «Niente è più barbaro della guerra. Niente è più crudele».31 Quando appresi la notizia dell’escalation della guerra in Vietnam, mi sentii pieno di collera per quella nuova tragedia che aveva ancora una volta come scenario l’Asia. 
Con l’intensificarsi dei combattimenti la tensione crebbe al punto da far temere un confronto diretto fra Stati Uniti e Cina. Sentendo l’urgenza di porre fine al conflitto al più presto, nel novembre 1966 feci un appello pubblico per un immediato cessate il fuoco, chiedendo la convocazione di una conferenza di pace che riunisse intorno allo stesso tavolo le parti in conflitto, e nell’agosto 1967 auspicai con forza che si ponesse fine ai bombardamenti nel Vietnam del Nord.
L’8 settembre 1968 avanzai una proposta contenente una serie di passi concreti per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche cino-giapponesi, basandomi sulla convinzione che porre termine all’isolamento della Cina nell’ambito della comunità internazionale fosse una condizione assolutamente indispensabile non solo per la stabilità in Asia ma per la pace globale. 
La mia proposta incontrò feroci critiche in Giappone, dove al tempo la Cina era vista come nazione nemica. Tuttavia era ormai diventata veramente una posizione indifendibile negare alla Cina, una nazione abitata dal venti per cento della popolazione mondiale, di sedere legittimamente all’ONU o di avere relazioni diplomatiche con il vicino Giappone. Anche in questo ero stato ispirato dal mio mentore, Josei Toda, il quale era convinto che la Cina avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella storia del mondo e che l’amicizia tra i due paesi sarebbe stata della massima importanza.

IL DIALOGO GLOBALE

A partire dagli anni settanta ho intrapreso dialoghi con importanti leader e pensatori di vari paesi al fine di creare ponti di amicizia attraverso le spaccature di un mondo sempre più diviso.
Nel 1970 incontrai il conte Richard Coudenhove-Kalergi (1894-1972), uno dei pionieri dell’unità europea, e discussi con lui per un totale di dieci ore su vari temi, come ad esempio le prospettive di una cultura comune nell’area del Pacifico. Nel 1972 e nel 1973 ho condotto un dialogo con Arnold Toynbee (1889-1975), uno dei più autorevoli storici del ventesimo secolo. Durante le nostre conversazioni toccammo vari argomenti, fra cui quello del sentiero verso l’integrazione globale. Proprio per la mia giovane età, Toynbee mi esortò a portare avanti l’azione unificatrice del dialogo e sentii che stava affidandomi un compito che gli stava molto a cuore.
Fino a oggi ho continuato a impegnarmi per promuovere dialoghi con esponenti di primo piano delle più varie religioni, culture e nazioni, i quali stanno agendo nei loro rispettivi campi per il bene del futuro dell’umanità. A oggi ne sono stati pubblicati, sotto forma di libri, quarantatré.
Nel gennaio del 1973 inviai, tramite il suo Consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger, una lettera al presidente degli Stati Uniti dell’epoca Richard M. Nixon (1913-94), chiedendo la fine della guerra in Vietnam. Sempre quell’anno inoltrai al presidente Nixon una proposta con le mie considerazioni sul ruolo dell’America nel mondo. Comunicai il mio profondo rispetto per il brillante patrimonio spirituale che ha caratterizzato la nazione americana sin dalla sua creazione, un patrimonio che si deve manifestare in una leadership per la pace, i diritti umani e la coesistenza, per consentire un vero cambiamento positivo a livello mondiale. 
Animato da questa convinzione, nel settembre del 1993 ho fondato il Centro Ricerche di Boston per il XXI secolo, un’istituzione dedicata all’educazione alla pace e al dialogo, e nel maggio 2001 è stata inaugurata la Soka University of America (SUA).
Nel corso del 1974 e del 1975 visitai la Cina, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti a titolo personale e come privato cittadino, nella speranza di poter contribuire a disinnescare le tensioni esistenti. A quell’epoca c’era il pericolo concreto che il progressivo deterioramento delle relazioni fra gli USA e l’URSS e l’escalation delle tensioni fra Cina e Unione Sovietica potessero provocare una irrimediabile spaccatura del mondo in tre blocchi ostili fra loro.
Durante la mia prima visita in Cina, nel maggio del 1974, vidi con i miei occhi gli abitanti di Pechino costruire una vasta rete di rifugi sotterranei nell’eventualità di un attacco sovietico. Nel settembre dello stesso anno visitai l’Unione Sovietica per la prima volta e incontrai il premier Alexei N. Kossighin (1904-80) al quale comunicai le preoccupazioni dei cinesi riguardo alle intenzioni sovietiche. Chiesi senza mezzi termini se l’Unione Sovietica avesse in programma di attaccare la Cina. Il premier replicò che l’Unione Sovietica non aveva alcuna intenzione né di attaccare né di isolare la Cina.
La volta successiva che mi recai in Cina, nel dicembre dello stesso anno, riferii questo messaggio alla dirigenza cinese e nella stessa occasione incontrai il presidente Zhou Enlai (1898-1976); discussi con lui dell’importanza di promuovere e rafforzare le relazioni di amicizia fra Cina e Giappone e di lavorare insieme per la pace e la prosperità mondiale. Durante il nostro incontro il presidente mi confermò che la Cina non aveva nessuna intenzione di diventare una superpotenza. Questa affermazione e le parole del primo ministro Kosygin mi convinsero che un allentamento della tensione fra i due stati non era lontano. E in effetti così fu.
Nel gennaio del 1975 visitai gli Stati Uniti, dove ebbi uno scambio di opinioni con il Segretario di stato Henry Kissinger. Quando gli riferii dell’intenzione del presidente Zhou Enlai di arrivare a una pace cino-giapponese e concludere un trattato di amicizia, Kissinger si trovò d’accordo manifestando il suo pieno sostegno al progetto.
Sempre lo stesso giorno a Washington incontrai il Ministro delle Finanze giapponese Masayoshi Ohira (1910-80), gli comunicai le parole di Kissinger e la mia personale convinzione sulla necessità di un trattato cino-giapponese. 
Ohira, che successivamente ricoprì la carica di primo ministro, mi espresse la sua totale disponibilità e il suo impegno a realizzare il trattato. Tre anni più tardi, nell’agosto 1978, fu ufficialmente ratificato il Trattato di pace e di amicizia cino-giapponese.
Durante la mia terza visita in Cina, nell’aprile del 1975, incontrai a Pechino il vice premier Deng Xiaoping (1904-97). In quella occasione ebbi anche l’opportunità di incontrare il monarca cambogiano in esilio, il principe Norodom Sihanouk, con il quale parlammo delle prospettive di pace nel suo paese.
È stato nel mezzo di questi sforzi febbrili per promuovere il dialogo che trent’anni fa, il 26 gennaio 1975, è stata fondata la SGI. La riunione inaugurale si svolse sull’isola di Guam – teatro di aspri combattimenti durante la seconda guerra mondiale – e vi parteciparono i rappresentanti di cinquantun paesi, per dare avvio al movimento della gente per la pace diventato oggi una rete estesa in centonovanta paesi del mondo.
A partire da allora la SGI ha sempre cercato di attingere alle risorse di energia e creatività delle persone comuni per costruire un vero e proprio movimento popolare per la pace.
Sin dalla fondazione della Soka Gakkai ho iniziato a riversare le mie energie negli scambi educativi, e in particolare nella promozione dei programmi di scambio a livello universitario con l’obiettivo di formare una nuova generazione di leader. Durante i miei viaggi nei vari paesi ho sempre cercato di trovare il tempo per visitare le università e le istituzioni educative, scambiando opinioni con gli studenti e i docenti.
Come erede spirituale dei presidenti Makiguchi e Toda, nel 1968 ho fondato il sistema scolastico Soka e nel 1971 l’Università Soka. Ero determinato a far sì che queste scuole diventassero dei centri educativi consacrati al perseguimento della pace attraverso la cooperazione con educatori di tutto il globo.
Nell’aprile 1974, poco prima della mia iniziale visita in Cina, fui invitato a tenere per la prima volta una conferenza all’Università della California di Los Angeles; successivamente nel maggio del 1975 presso l’Università statale di Mosca tenni un discorso dal titolo “Una nuova strada verso gli scambi culturali tra oriente e occidente”. Nel mio discorso feci un’affermazione in cui ancora oggi credo fortemente: «In nessuna altra epoca storica vi è stata una simile necessità di una Via della Seta spirituale che si estenda lungo tutto il globo, e trascenda le barriere nazionali e ideologiche al fine di unire i popoli a un livello più profondo».32
In quella stessa occasione ricevetti la laurea honoris causa dall’Università statale di Mosca. Sino a oggi ho avuto il privilegio di ricevere 202 riconoscimenti accademici fra lauree e docenze onorarie da università e istituzioni accademiche di tutto il mondo. Considero le onorificenze ricevute come riconoscimenti all’organizzazione Soka Gakkai Internazionale nel suo complesso, più che riconoscimenti diretti alla mia persona. Essi testimoniano che le università di tutto il mondo sono i palazzi della saggezza dove ci si incontra per condividere il comune desiderio della pace e dell’umanesimo. 
Spero umilmente che il sentiero del dialogo da me creato possa diventare la Via della Seta dello spirito che unisce i cuori della gente, come avevo auspicato nel mio discorso all’Università statale di Mosca.
A partire dagli anni ottanta ho intrapreso dialoghi con vari esponenti mondiali, e in particolare con i leader dei paesi asiatici che hanno subito le atrocità del militarismo giapponese durante la guerra e ancora oggi nutrono sentimenti contrastanti verso il Giappone. Insieme abbiamo discusso delle tragedie del passato e delle prospettive di un futuro pieno di speranza e di pace durevole in Asia.
Fra gli esponenti politici e i capi di stato che ho incontrato al fine di approfondire la fiducia e l’amicizia fra i popoli dell’Asia figurano i presidenti cinesi Jiang Zemin e Hu Jintao, i primi ministri sud-coreani Lee Soo-sung e Shin Hyon-hwak, i presidenti delle Filippine Corazon Aquino e Fidel Ramos, il presidente indonesiano Abdurrahman Wahid, il Sultano Azlan Shah e il primo ministro Mahathir Mohamad della Malesia, il presidente S. R. Nathan e il primo ministro Lee Kuan Yew di Singapore, il re Bhumibol Adulyadej e il primo ministro Anand Panyarachun della Tailandia, i presidenti Natsagiin Bagabandi e Nambar Enkhbayar della Mongolia, il re Birendra Bir Bikram Shah Dev del Nepal, i presidenti Kocheril Raman Narayanan e Ramaswamy Venkataraman e i primi ministri Rajiv Gandhi e Inder Kumar Gujral dell’India. 
Inoltre dal 1983 il 26 gennaio di ogni anno – in occasione del giorno commemorativo della Soka Gakkai Internazionale – presento le mie Proposte di pace in cui espongo le mie idee per il rafforzamento dell’organismo delle Nazioni Unite e per l’individuazione di soluzioni delle problematiche mondiali, con una particolare attenzione alla pace nell’area pacifico-asiatica. 
Per esempio, riguardo alla questione della pace e della stabilità nella penisola coreana, nonostante ci siano ancora parecchi nodi da sciogliere si sono registrati dei progressi nella realizzazione di iniziative che io stesso ho proposto: la convocazione di un summit nord-sud, la firma di un impegno di non aggressione e rinuncia alla guerra, la realizzazione di colloqui multilaterali per risolvere la questione del programma nucleare della Corea del Nord.
Nelle mie recenti Proposte di pace ho auspicato la realizzazione di un progetto di ricerca congiunto per arrivare a una interpretazione condivisa della storia asiatica. Ho anche insistito sulla necessità di richiamarci allo spirito prevalso durante la fase della normalizzazione delle relazioni diplomatiche cino-giapponesi come base per un miglioramento dei rapporti bilaterali. Le mie costanti iniziative di dialogo con personalità della politica e della cultura dei paesi asiatici mirano a creare un clima appropriato per la realizzazione di queste idee. 
È stato per me una fonte di soddisfazione venire a sapere del vertice fra Cina e Giappone e quello fra Corea del Sud e Giappone che si sono tenuti a ottobre del 2006. Dopo decenni di alta tensione, questi colloqui costituiscono un primo passo verso il miglioramento dei rapporti del Giappone con la Cina da una parte e con la Corea del Sud dall’altra. 
Inoltre il ministro sud-coreano del commercio e degli affari esteri Ban Ki-moon si è da poco insediato come Segretario generale dell’ONU, il secondo asiatico a ricoprire questa carica. Esprimo i miei più sinceri auguri per il suo successo e spero che sotto la sua guida gli sforzi delle Nazioni Unite per la pace mondiale avanzino con vigore.

RAFFORZARE LE RELAZIONI IN AMBITO REGIONALE

Quest’anno cade il 400esimo anniversario dell’arrivo in Giappone della prima delegazione diplomatica coreana, alla quale ne sono seguite molte altre nel corso dei secoli. Questa tradizione diplomatica è stata riconosciuta come una pietra miliare nella storia delle relazioni bilaterali. Giappone e Corea del Sud hanno raggiunto accordi su un nuovo programma di scambi di giovani fra alcune città dei due paesi. Questo programma, insieme agli interscambi giovanili già esistenti fra Cina e Giappone, contribuirà senza dubbio a sviluppare i legami di amicizia fra le giovani generazioni di Cina, Corea e Giappone.
La dichiarazione congiunta rilasciata per la stampa a conclusione del vertice di Pechino lo scorso ottobre da Cina e Giappone è la prima nel suo genere dopo otto anni. Essa contiene importanti elementi che serviranno da base per le relazioni bilaterali future. Questo passaggio in particolare ha attirato la mia attenzione: «È solenne responsabilità di entrambi i paesi, attraverso le loro relazioni bilaterali, contribuire costruttivamente alla pace, alla stabilità e allo sviluppo dell’Asia e del mondo».33
Lo spirito di questa dichiarazione è profondamente consono alla visione del futuro della Cina e del Gappone su cui io e il presidente Zhou Enlai concordammo all’epoca del nostro incontro oltre trenta anni fa.
Sono trascorsi trentacinque anni dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Cina e Giappone ed è venuto il tempo di assicurarci che i progressi sinora fatti si consolidino ulteriormente tanto da diventare irreversibili. Dobbiamo fare di tutto per promuovere la cooperazione e lo scambio negli ambiti più diversi e creare legami di fiducia come fondamento incrollabile della pace e della coesistenza nell’Asia orientale.
Fra le raccomandazioni per il 2007 contenute nella dichiarazione congiunta che ho citato prima si ribadisce la necessità di accrescere il sentimento di amicizia fra i due popoli e di sviluppare ulteriormente gli scambi, soprattutto la mobilità giovanile, nell’ambito dell’Anno cino-giapponese della cultura e dello sport. La dichiarazione invita i due stati a «rafforzare la mutua cooperazione nei settori dell’energia, della protezione ambientale, delle finanze, dell’informazione e della comunicazione, e della tutela della proprietà intellettuale».34
In questa sede vorrei proporre che nei dieci anni a partire dal 2008, anno dei Giochi Olimpici di Pechino, si realizzi il “Decennio dell’amicizia cino-giapponese per il ventunesimo secolo”, dedicando ciascun anno a un particolare settore di cooperazione; dopo l’Anno della cultura e dello sport del 2007 possono seguire l’anno della cooperazione energetica, della protezione ambientale e così via.
Inoltre vorrei proporre che nell’ambito delle iniziative di questo decennio si attui un programma di scambio fra i corpi diplomatici dei due paesi. Un programma del genere ha giocato un ruolo determinante nei rapporti fra Germania e Francia, contribuendo al superamento dei ricordi amari della seconda guerra mondiale, dando così un forte impulso al processo di integrazione europea. Il sistema che prevede che i diplomatici di un dato paese svolgano il loro mandato presso il Ministero degli Esteri del paese ospitante è ormai ben collaudato e si è dimostrato efficace nel miglioramento della cooperazione diplomatica e nella prevenzione di possibili incomprensioni fra gli stati.
Il Giappone ha già attuato simili scambi diplomatici con gli Stati Uniti, la Francia e la Germania; estendere questi programmi ai paesi asiatici, come la Cina e la Corea, aiuterebbe sicuramente a consolidare le basi per la creazione in futuro della Comunità dell’Asia orientale. 
Adesso vorrei parlare brevemente dell’India, che insieme alla Cina è una delle potenze emergenti del ventunesimo secolo. A luglio dell’anno scorso, nella giornata del summit del G8 a San Pietroburgo, si è tenuta una conferenza allargata ai leader di Cina, India, Brasile, Messico e Sud Africa per uno scambio di pareri e opinioni sul Piano d’azione del G8 sulla sicurezza energetica globale e su altri documenti prodotti. Questa riunione è stata rappresentativa del fatto che il parere dei maggiori paesi in via di sviluppo è diventato indispensabile per i lavori del summit.
Lo scorso dicembre, in occasione della visita in Giappone del primo ministro indiano Manmohan Singh, è stata firmata una Dichiarazione congiunta per l’istituzione di un partenariato strategico e globale fra Giappone e India. Lieto per questo importante risultato, formulo i miei auguri per un grande successo del “2007 anno dell’amicizia fra India e Giappone”, che commemora il cinquantesimo anniversario dell’Accordo culturale fra i due paesi. 
Per contribuire a questo processo proporrei che l’Università Soka americana aiuti a organizzare una conferenza internazionale di studiosi ed esperti provenienti da Giappone, Stati Uniti, Cina e India sul tema del rafforzamento e dell’espansione della partnership globale nel ventunesimo secolo. Il Centro ricerche del bacino del Pacifico della Soka University americana è dedicato alla ricerca dello sviluppo della pace nella regione pacifico-asiatica e pertanto potrebbe apportare un contributo significativo al successo di questa conferenza.
Infine vorrei avanzare due proposte specifiche per la formazione della Comunità dell’Asia orientale. La prima proposta prevede la costituzione di un’organizzazione dell’Asia orientale per lo sviluppo e l’ambiente. A gennaio di quest’anno si è aperto nelle Filippine il secondo vertice dell’Asia orientale, che segue quello svoltosi in Malesia nel dicembre 2005. Insieme con l’ASEAN+3 (Associazione delle nazioni dell’Asia sud orientale + Cina, Corea e Giappone) questo vertice rientra nel processo di creazione di un clima di fiducia e di rafforzamento delle relazioni intra-regionali attraverso il dialogo.
Molte questioni importanti rimangono irrisolte e la strada per l’integrazione, come ad esempio la formazione della Comunità dell’Asia sud orientale, sembra lunga. A tale proposito credo che la programmazione di progetti pilota su temi specifici consenta di creare forme di cooperazione che in qualche modo delineino i contorni di una futura collaborazione a livello regionale e al tempo stesso accrescano l’entusiasmo e l’interesse in ciascun paese per la creazione della Comunità asiatica.
In particolare auspico l’istituzione di appositi organismi che si occupino di problematiche fondamentali come l’ambiente e l’energia. Cresce il coro di voci che chiedono che si avvii una più qualificata cooperazione attraverso, per esempio, il vertice dei Ministri dell’Ambiente dell’ASEAN+3 che si tiene ogni anno a partire dal 2002. Le iniziative a livello regionale realizzate fino a oggi, come quelle per combattere gli effetti delle piogge acide, dovrebbero essere riunite sotto l’egida di un’organizzazione dell’Asia sud orientale per l’ambiente e lo sviluppo, in modo che si possano dare risposte più efficaci ed esaurienti alle sfide presenti nella regione. 
In secondo luogo vorrei proporre la creazione in Asia orientale di un istituto sul modello del Collegio d’Europa, prestigioso centro di formazione accademica post-laurea fondato subito dopo la seconda guerra mondiale. Questo centro ha sviluppato il talento di giovani che sono diventati protagonisti attivi nei loro rispettivi ambiti di attività. Da più di cinquanta anni il programma accademico del Collegio d’Europa favorisce la formazione di un’identità europea che trascende l’ambito ristretto degli stati nazionali. La costruzione di questo senso di identità fra i laureati del Collegio ha contribuito in modo decisivo al processo di sviluppo dell’Unione Europea. 
In questa fase, la creazione in Asia di un’istituzione equivalente al Collegio d’Europa contribuirebbe a sviluppare un insieme di talenti assolutamente indispensabile per lo sviluppo di qualunque comunità di tipo regionale. Naturalmente il corso di studi non sarebbe limitato soltanto a problematiche di interesse regionale, ma collaborando con istituti come l’Università delle Nazioni Unite questa istituzione potrebbe diventare un centro per una analisi approfondita delle sfide volte alla realizzazione di sistemi di governo globale, sistemi nei quali le Nazioni Unite potrebbero indubbiamente avere un ruolo fondamentale.

VERSO UNA CIVILTÀ DIALOGICA

Esaminando le prospettive per una pace mondiale, nulla è più essenziale del risveglio del senso di solidarietà di tutta la gente del mondo. Solo questo può dare origine a un’irresistibile corrente che porta alla rinuncia alla guerra. 
Ad agosto del 2006 ho avuto l’opportunità di incontrare il Sottosegretario generale delle Nazioni Unite Anwarul K. Chowdhury. Durante il nostro incontro ha sottolineato che solo l’impegno delle persone comuni può rendere il mondo un luogo migliore e più umano. Condivido pienamente le sue parole in quanto rispecchiano esattamente ciò che ho sempre pensato. 
Lo scopo del movimento della SGI, che attualmente è presente in centonovanta paesi del mondo, è quello di mettere in grado i cittadini del mondo di liberare questa terra dalla sofferenza e di realizzare delle vite di pace e felicità. Con questo orgoglio e questa convinzione continueremo a lavorare insieme a quanti hanno lo stesso intento, per creare una cultura globale di pace nel ventunesimo secolo. Inoltre siamo impegnati a realizzare l’ideale di una “civiltà dialogica”: promuovere la comprensione reciproca attraverso il dialogo e fare brillare la dignità umana di tutte le persone.

(Traduzione di Giuseppe Gualtieri)

Conservare le esperienze della guerra
Si tratta di una serie di libri che raccolgono le testimonianze di vittime della guerra. Le esperienze e i ricordi di queste persone vogliono essere un messaggio indirizzato direttamente a coloro che non hanno conosciuto quella realtà, nella speranza che la conoscenza degli orrori della guerra sia la migliore garanzia affinché le generazioni future non abbiano la tentazione di ripercorrere la stessa strada. La divisione giovani della Soka Gakkai ha pubblicato una collezione di ottanta volumi dal titolo Senso o shiranai sedai e (Alle generazioni che non conoscono la guerra) e la divisione donne ha pubblicato venti volumi dal titolo Heiwa e no negai o komete (Speranze per la pace). Una selezione di questi libri è stata pubblicata in inglese col titoloCries for Peace, Peace is Our Duty and Women Against War. È anche disponibile un DVD in giapponese.

La Commissione Blix
La Commissione sulle armi di distruzione di massa è un organismo indipendente presieduto da Hans Blix, ex-presidente della Agenzia Internazionale per l’energia atomica. È composta da quattordici esperti nel campo del disarmo che collaborano a titolo personale. Finanziata dal governo svedese, la Commissione è stata formata nel 2003 con lo scopo di integrare gli approcci multilaterali e occuparsi di quella che lo stesso Blix ha definito la “stagnazione” sul tema del disarmo. Compito specifico della Commissione è quello di individuare percorsi per favorire la cooperazione internazionale sul disarmo e suggerire approcci realistici per la prevenzione della diffusione delle armi di distruzione di massa al fine di giungere alla loro riduzione ed eliminazione. Il rapporto finale della Commissione è stato presentato al Segretario generale nel giugno del 2006.

Il Forum dell’Articolo VI
Il Forum dell’Articolo VI è stato fondato per rispondere alla crisi del regime di non-proliferazione/disarmo, verificatasi a seguito del fallimento della Conferenza di Revisione del Trattato di non proliferazione che si è svolta nel 2005. Nel costituire il Forum, la Middle Powers Initiative – un gruppo di governi e organizzazioni non governative di “potere medio” (middle power) impegnati nell’abolizione del nucleare – ha voluto creare un «contesto informale in cui diplomatici, esperti e organizzazioni non governative possono discutere per individuare percorsi possibili per un rafforzamento del regime di disarmo e non proliferazione stabilito dal Trattato di non proliferazione (NPT)». Il Forum è stato inaugurato a ottobre del 2005 e ha visto la partecipazione di ventotto governi. Il Forum prende il nome dall’articolo del NPT che impegna gli stati in possesso di armi nucleari a eliminare i loro arsenali. La finalità del Forum è quella di far progredire la cooperazione internazionale con l’obbiettivo di prevenire la proliferazione nucleare e far rispettare gli impegni già presi in merito alla riduzione ed eliminazione degli arsenali nucleari.

Il trattato sullo spazio extra-atmosferico
Il Trattato sui principi che governano le attività degli stati in materia di esplorazione e utilizzazione dello spazio extra-atmosferico compresa la Luna e gli altri corpi celesti, detto anche Trattato sullo spazio extra-atmosferico, è entrato in vigore il 10 ottobre 1967. È il secondo dei cosiddetti trattati di non-armamento dopo il Trattato dell’Antartico stipulato del 1961. Il Trattato mira a prevenire nuove forme di “competizione coloniale”.
L’articolo IV contiene le norme sul controllo delle armi e le principali restrizioni nell’uso dello spazio: 
– gli stati contraenti rinunciano a collocare in orbita terrestre oggetti vettori di armi nucleari o di qualsivoglia altro tipo di armi di distruzione di massa;
– gli stati contraenti utilizzano la luna e gli altri corpi celesti a scopi esclusivamente pacifici. Sono vietati l’insediamento di basi e installazioni militari, l’insediamento di opere di difesa militare, gli esperimenti di qualsiasi tipo di arma e l’esecuzione di manovre militari.

La legge per il mantenimento dell’ordine pubblico
La legge per il mantenimento dell’ordine pubblico fu promulgata in Giappone nel 1925, lo stesso anno in cui fu garantito per legge il suffragio universale maschile, proprio allo scopo di controbilanciare gli effetti imprevedibili dell’estensione del diritto di voto. La famigerata legge prevedeva fino a dieci anni di carcere per chiunque si unisse a qualsivoglia organizzazione che avesse l’intento di sovvertire il sistema della proprietà privata o il sistema di governo nazionale, cioè l’autorità dell’imperatore. La legge fu modificata due volte, nel 1928 e nel 1941, sia per ampliare le tipologie di attività perseguibili sia per inasprire le pene, compresa l’introduzione della pena di morte. La legge per il mantenimento dell’ordine pubblico fu il principale strumento di repressione della dissidenza giapponese con decine di migliaia di detenzioni, arresti e processi. Nonostante la pena di morte non fosse mai stata applicata ufficialmente, numerosi detenuti morirono suicidi o torturati. La legge fu abolita dalle autorità di occupazione nell’ottobre del ’45.

Il Collegio d’Europa
Il Collegio d’Europa è un istituto indipendente di studi europei post-universitari. Le origini del Collegio risalgono al Congresso dell’Aia del 1948, su proposta dello statista spagnolo Salvador de Madariaga, pensatore e scrittore in esilio. Il Collegio fu fondato a Bruges (Belgio) nel 1949. Un secondo campus è stato aperto a Natolin (Varsavia) nel 1994 sulla spinta dei grandi cambiamenti nel continente europeo dovuti alla caduta del comunismo.
Il Collegio è finanziato principalmente dall’Unione Europea, dal governo belga e dal governo polacco. È una università multilingue e multiculturale: sono rappresentate più di quarantacinque nazioni con circa trecento studenti a Bruges e centoventi a Natolin. La maggior parte degli studenti conoscono tre o quattro lingue. Vengono organizzati corsi di studi giuridici, politici e amministrativi in ambito europeo, studi economici, relazioni internazionali e diplomazia. I laureati occupano posizioni di responsabilità in organismi internazionali di tutta Europa e nel resto del mondo.

Note
1) Josei Toda, Toda Josei zenshu [Le opere complete di Josei Toda], Tokyo: Seikyo Shimbun, 1984, vol. 4, p. 565.
2) Max Born, Percy W. Bridgman, Albert Einstein, Leopold Infeld, Frederic Joliot-Curie, Herman J. Muller, Linus Pauling et al. 1955, “The Russell-Einstein Manifesto” 
http://www.pugwash.org/about/manifesto.htm.
3) Joseph Rotblat e Daisaku Ikeda, Dialoghi sulla pace. Dalla scienza della guerra a una cultura di pace, Sperling & Kupfer editori, 2006, p. 24. 
4) Albert Einstein, “Atomic Education Urged by Einstein”, The New York Times, May 25, 1946, p. 11. http://select.nytimes.com/gst/abstract.html?res=
F50C14F6345413738DDDAC0A94DD405B8688F1D3.
5) George P. Shultz, William J. Perry, Henry A. Kissinger and Sam Nunn, “A World Free of Nuclear Weapons”, The Wall Street Journal, January 4, A. 15, Eastern edition, 2007.
6) Max Weber, “Profession and Vocation of Politics”, In Weber: Political Writings, ed. Peter Lassman and Ronald Spiers, Cambridge: Cambridge University Press, 1994, p. 369.
7) Daisaku Ikeda, Verso una nuova era di dialogo: esplorare l’umanesimo,Buddismo e società, maggio-giugno 2005, n. 110, p. 12.
8) Norman Cousins, Human Options, New York: Norton, 1981, p. 27.
9) Joseph Rotblat e Daisaku Ikeda, Dialoghi sulla pace. Dalla scienza della guerra a una cultura di pace, Sperling & Kupfer editori, 2006, p. XVI. 
10) Nichiren, Nichiren Daishonin gosho zenshu [Le opere complete di Nichiren Daishonin], Ed. Nichiko Hori, Tokyo: Soka Gakkai, 1952, p. 584.
11) Ibidem, p. 430.
12) Nichikan, Sanjuhidensho [Il triplice insegnamento segreto], inRokkansho [Scritti in sei volumi], ed. Soka Gakkai, Tokyo: Soka Gakkai, 1960, p. 16. 
13) John M. Keynes, “Economic Possibilities of our Grandchildren”, in Essays in Persuasion, London: Macmillan, 1931, pp. 359-60.
14) Ibidem, pp. 365-66.
15) Max Weber, The Protestant Ethic and the Spirit of Capitalism, Trans. Talcott Parsons, London: George Allen and Unwin, 1930, p. 182; cfr. trad. it.: L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, 1977.
16) John M. Keynes, “Economic Possibilities of our Grandchildren”, in Essays in Persuasion, London: Macmillan, 1931, p. 369.
17) Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, 1992, p. 585.
18) John F. Kennedy, “American University Speech”, 1963, 
http://www.pbs.org/wgbh/amex/presidents/35_kennedy/psources/ps_ameruniv.html.
19) André Comte-Sponville, Le capitalisme est-il moral? [Il capitalismo è morale?], Paris: Éditions Albin Michel, 2004, p. 81.
20) Mahatma Gandhi, Autobiography or the Story of My Experiments with Truth, Ahmedabad: Navajivan Publishing House, 1940, p. 371.
21) Iwanami Shoten Henshubu, Nihon no ikikata to heiwa mondai [Il Giappone e il problema della pace], Tokyo: Iwanami Shoten, ed. 1983, pp. 46, 55.
22) Carl Gustav Jung, “The Fight with the Shadow”, in The Collected Works of C. G. Jung, ed. William McGuire et al., Princeton: Princeton University Press, 1978, vol. 10, p. 226.
23) Daisaku Ikeda, La rivoluzione umana, Esperia, 1993, vol. 1, p. IV.
24) Mohamed ElBaradei, “CTBT: Synergies with Science (1996-2006 and Beyond)”, 2006,http://www.iaea.org/NewsCenter/Statements/2006/ebsp2006n017.html.
25) IAEA (International Atomic Energy Agency), “Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons”, 1970,http://www.iaea.org/Publications/Documents/Infcircs/Others/infcirc140.pdf
26) WMDC (Weapons of Mass Destruction Commission), “Weapons of Terror: Freeing the World of Nuclear, Biological, and Chemical Arms”, 2006,http://www.wmdcommission.org/files/Weapons_of_terror.pdf.
27) IAEA (International Atomic Energy Agency), “Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons”, 1970,http://www.iaea.org/Publications/Documents/Infcircs/Others/infcirc140.pdf
28) WMDC (Weapons of Mass Destruction Commission), “Weapons of Terror: Freeing the World of Nuclear, Biological, and Chemical Arms”, 2006,http://www.wmdcommission.org/files/Weapons_of_terror.pdf.
29) Tsunesaburo Makiguchi, Jinsei chirigaku [La geografia della vita umana],Makiguchi Tsunesaburo zenshu [Le opere complete di Tsunesaburo Makiguchi], Tokyo: Daisan Bunmeisha, 1983, vol. 1, p. 26.
30) Josei Toda, Toda Josei zenshu [Le opere complete di Josei Toda], Tokyo: Seikyo Shimbun, 1981, vol. 1, p. 127.
31) Daisaku Ikeda, La rivoluzione umana, Esperia, 1993, vol. 1, p. 1.
32) Daisaku Ikeda, “Una nuova strada verso gli scambi culturali tra oriente e occidente”, in Un nuovo umanesimo: conferenze in celebri atenei in tutto il mondo, Esperia, 2004, p. 70.
33) MOFA (The Ministry of Foreign Affairs of Japan), “Japan-China Joint Press Statement”, 2006, http://www.mofa.go.jp/region/asia-paci/china/joint0610.html.
34) Ibidem.

fonte: Daisaku Ikeda – “Ristabilire le connessioni umane.  Il primo passo verso la pace mondiale” Proposta di Pace 2007

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