Verso un futuro comune: costruire un’epoca di solidarietà umana

26/01/2020

di Daisaku Ikeda – Come ogni 26 gennaio (anniversario della fondazione della Soka Gakkai internazionale), anche quest’anno Daisaku Ikeda ha inviato alle nazioni unite la sua proposta di pace.

Come redazione di Senzatomica riportiamo nel seguito una selezione di brani che mettono in luce il tema del disarmo nucleare all’interno della proposta. Per il testo integrale si veda link (italiano) e link (inglese).

Quest’anno la proposta é intitolata “Verso un futuro comune: costruire un’epoca di solidarietà umana“. Nella prima parte vengono sottolineate tre direzioni per costruire una “rete solidale di azione globale”: Non lasciare indietro nessuno; La sfida della costruzione; Iniziative per il clima guidate dai giovani. Negli ultimi quattro capitoli vengono suggerite altrettante azioni concrete che la comunità internazionale potrebbe intraprendere (sia come istituzioni che come società civile) al fine di costruire una società globale sostenibile. In particolare riportiamo quasi per intero i due capitoli “Sostenere l’entrata in vigore del Trattato per la proibizione delle armi nucleari” e “Negoziati multilaterali per il disarmo nucleare”.

INTRODUZIONE

Per celebrare il novantesimo anniversario della fondazione della Soka Gakkai e il quarantacinquesimo della nascita della Soka Gakkai Internazionale (Sgi) desidero presentare alcune proposte per la costruzione di una società globale sostenibile nella quale tutte le persone possano vivere con dignità e sentirsi sicure. […]

Il nostro mondo ha subìto una serie di eventi climatici estremi di portata catastrofica. Lo scorso anno in Europa, in India e in altri paesi si sono avute ondate di caldo record, e in varie zone del mondo si sono verificate alluvioni in seguito a super tifoni e piogge torrenziali. Inoltre l’Australia continua a essere devastata da smisurati incendi boschivi.

Nel settembre dello scorso anno presso le Nazioni Unite si è tenuto il Summit di azione sul clima, in un contesto di crescente preoccupazione per l’impatto sempre maggiore del riscaldamento globale. In tale occasione un terzo degli Stati membri dell’Onu – circa sessantacinque paesi – ha annunciato politiche mirate a ridurre a zero l’emissione dei gas serra entro il 2050.(1) È fondamentale che questa iniziativa assuma porta- ta globale. Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale, nel senso comune del termine, ma rappresenta una minaccia per tutte le persone che vivono attualmente sulla Terra e per le generazioni future. Come nel caso delle armi nucleari, si tratta di una sfida cruciale dalla quale dipende il futuro dell’umanità.

Secondo quanto affermato dal segretario generale dell’Onu António Guterres, il cambiamento climatico è «la questione determinante del nostro tempo»,(2) il cui impatto rischia di rendere prive di senso le iniziative a livello globale per eliminare la povertà e la fame pre- viste dagli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sdg). Ma non dovremmo concentrarci unicamente sull’arre- stare questa spirale discendente, perché il cambiamento del clima è una questione che riguarda tutti e tutte, e dunque ha il potenziale di catalizzare una serie di azioni solidali a livello globale mai viste prima. Il successo o il fallimento nel mettere in atto tale potenziale è davvero la questione determinante del nostro tempo. Il Summit di azione sul clima è stato caratterizzato dalla diffusa richiesta di un cambiamento concreto, avanzata principalmente dai giovani, e anche da iniziative immediate e coraggiose in risposta alla crisi climatica da parte di municipalità, istituzioni accademiche e settore privato.

In questo mese [gennaio 2020] è diventato pienamente operativo l’Accordo di Parigi, grazie al quale la comunità internazionale si impegna a contenere entro 1,5 gradi centigradi l’aumento delle temperature medie dai livelli preindustriali. Una missione cruciale per l’Onu, che celebra il suo settantacinquesimo anniversario, è stimolare la creazione di un circolo virtuoso nel quale le iniziative solidali per affrontare le sfide poste dal cambiamento climatico avanzino di pari passo con il raggiungimento di tutti gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile.

Desidero ora riflettere, da tre diverse angolazioni, sul nostro impegno per costruire questa rete solidale di azione globale.

NON LASCIARE INDIETRO NESSUNO

Il nostro primo impegno deve consistere nel non lasciare indietro nessuna delle persone che stanno affrontando circostanze difficili. […]

La preoccupazione maggiore a livello globale, che l’Onu sottolinea da sempre, riguarda l’impatto di questi eventi, che viene avvertito soprattutto da persone già colpite dalla povertà e da coloro che appartengono ai settori più vulnerabili della società, come le donne, i bambini e gli anziani. Queste persone sono più esposte ai rischi, hanno maggiore difficoltà a ricostruire la loro vita dopo un disastro e necessitano di un sostegno appropriato e continuativo. […]

Ma proprio come il coro del quarto movimento della Nona sinfonia si apre con le parole: «O Freunde, nicht diese Töne!» (Amici, non questi toni!), riusciremo sicuramente anche noi a trasformare le nostre modalità di competizione ormai così radicate. Secondo Makiguchi l’essenza di tale trasformazione deve consistere in quella che egli definisce modalità di competizione umanitaria o umana, in cui si reca beneficio a se stessi e al tempo stesso si agisce per il benessere degli altri. Costruendo una solidarietà globale che si esprime in azioni concrete per contrastare la crisi climatica, possiamo e dobbiamo effettuare questo cambiamento di paradigma, aprendo nuovi orizzonti nella storia umana.

Sono convinto che il punto centrale di tale impresa sia l’intenzione di non abbandonare mai le persone che versano in circostanze difficili. Impegnandoci a tale scopo in ogni circostanza possiamo trasformare la crisi senza precedenti rappresentata dal cambiamento climatico in un’opportunità per imprimere una nuova direzione al corso della storia.

LA SFIDA DELLA COSTRUZIONE

In secondo luogo ritengo necessario impegnarsi affinché si agisca congiuntamente in senso costruttivo invece di limitarsi a trasmettere una diffusa sensazione di crisi. […]

Se ci concentriamo unicamente sulle minacce che abbiamo davanti, corriamo il rischio che chi non ne è direttamente toccato rimanga indifferente; e anche chi ne riconosce la gravità può essere sopraffatto da un senso di impotenza concludendo che non si può fare nulla per cambiare la situazione.

Ciò mi riporta alla mente una considerazione che formulò Elise Boulding (1920-2010), fondatrice degli Studi per la pace, in un nostro dialogo. Negli anni ’60 si trovò a partecipare a una conferenza sul disarmo e chiese agli esperti presenti come immaginassero concretamente un mondo in cui vigesse il disarmo totale. Con sua grande sorpresa le risposero che non ne avevano idea, perché il loro lavoro consisteva semplicemente nel descrivere come il disarmo fosse possibile.(21) Questa esperienza le fece capire che senza una visione chiara e dettagliata di come potrebbe essere una società pacifica, sarebbe stato pressoché impossibile unire davvero le persone nel perseguimento della pace.

Credo che questa prospettiva sia molto importante. Dal canto suo la Sgi ha lavorato per incoraggiare vaste iniziative che permettano di immaginare una società pacifica, ad esempio attraverso la mostra Everything You Treasure – For a World Free From Nuclear Weapons (Tutto ciò che ami – Per un mondo libero da armi nucleari), sviluppata in collaborazione con la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ican) e allestita in circa novanta città del mondo dal 2012.

In genere la questione delle armi nucleari viene associata a immagini di una tale distruzione da minacciare l’esistenza stessa della specie umana, e per questo motivo le persone tendono a distoglierne lo sguardo. Invece i primi pannelli di questa mostra invitano i visitatori a riflettere su ciò che è più importante per loro, incoraggiandoli a immaginare come costruire un mondo che tuteli non solo ciò che essi amano ma anche ciò che altri considerano insostituibile; in questo modo la mostra cerca di suscitare il desiderio comune di compiere azioni costruttive.

Per molti anni l’idea di un trattato che proibisse le armi nucleari era ritenuta impensabile. Ma con il crescere delle preoccupazioni per le catastrofiche conseguenze umanitarie di queste armi, le iniziative per la loro proibizione hanno messo maggiormente a fuoco l’immagine di un futuro migliore, e questo è stato l’elemento chiave che dato impulso alla costruzione di una solidarietà che ha portato all’adozione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPNW) nel 2017.

Il Trattato non si limita a evidenziare quale rischio le armi nucleari rappresentino per la sicurezza di tutta l’umanità ma, come indica il suo preambolo, alla base c’è l’idea che le azioni per promuovere il disarmo nucleare siano indissolubilmente legate a quelle per costruire un mondo che tuteli i diritti umani e la parità di genere, un mondo che protegga la salute della generazione attuale e di quelle future, un mondo che dia priorità all’integrità ecologica. […]

Se le persone vedono il mondo anzitutto come un luogo pieno di sofferenza, rischiano di interagire con esso in maniera errata, per esempio cercando di liberarsi dalla sofferenza solo a livello personale, sentendosi impotenti e rassegnate davanti alle dure realtà sociali o finendo per vivere in modo passivo, aspettando che siano altri a risolvere i loro problemi. […]

INIZIATIVE PER IL CLIMA GUIDATE DAI GIOVANI

In terzo luogo propongo di impegnarci a far sì che i prossimi dieci anni siano dedicati a iniziative per il clima guidate dai giovani, come elementi integranti del Decennio d’azione per raggiungere gli Obiettivi globali appena lanciato dall’Onu.(30) […]

Ascoltare la voce dei giovani non è semplicemente un’opzione o la scelta migliore: è l’unico modo sensato per andare avanti, un passo che non possiamo saltare se siamo davvero preoccupati per il futuro del mondo. Ed egli ne era fermamente convinto. […]

La strada per risolvere il problema del cambiamento climatico e realizzare gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile non sarà facile né piana; tuttavia ho la profonda fiducia che grazie alla solidarietà dei giovani nessuna difficoltà sarà insormontabile.

SOSTENERE L’ENTRATA IN VIGORE DEL TRATTATO PER LA PROIBIZIONE  DELLE ARMI NUCLEARI

Per contribuire alla creazione di una società globale sostenibile, in cui ogni persona possa vivere con dignità e senso di sicurezza, desidero adesso avanzare alcune proposte concrete relative a quattro ambiti principali.

Il primo riguarda il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw). È della massima importanza che entri in vigore quest’anno, in cui cade il settantacinquesimo anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. In tal modo il 2020 sarebbe ricordato come l’anno in cui finalmente l’umanità ha iniziato a lasciarsi alle spalle l’era nucleare.

Dalla sua adozione nel luglio 2017, il Trattato è stato firmato da ottanta Stati e ratificato da trentacinque;(46) altre nazioni devono firmarlo e ratificarlo al più presto affinché si raggiungano le cinquanta ratifiche necessarie per la sua entrata in vigore.

Con la scadenza del Trattato sulle forze nucleari a medio raggio (Inf), una pietra miliare nel processo di disarmo di Stati Uniti e Federazione russa, la corsa alle armi nucleari minaccia di riaccendersi. Le condizioni mondiali sono tali che, come sostiene la direttrice dell’Istituto per la ricerca sul disarmo dell’Onu Renata Dwan, «dopo la seconda guerra mondiale il rischio che vengano impiegate armi nucleari […] non è mai stato alto come in questo momento».(47)

Per realizzare una forte controtendenza è urgente che il Trattato per la proibizione delle armi nucleari entri in vigore. Al momento nessuno Stato possessore di armi nucleari o dipendente da esse vi ha aderito, ma la proibizione dell’uso di questi ordigni «in qualsiasi circostanza»,(48) sancita dal Trattato, ha un enorme significato storico: rappresenta il voto degli hibakusha di tutto il pianeta – le vittime dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki e quelle dei test e della produzione di armi nucleari – di non permettere mai che nessun altro debba soffrire quanto loro.

L’adozione del Trattato ha fatto seguito a una serie di risoluzioni Onu adottate nel corso dei decenni per rispondere al problema delle armi nucleari, a partire dalla prima risoluzione adottata dall’Assemblea generale nel 1946, che ne chiedeva l’eliminazione. Come ha affermato il segretario generale Guterres: «L’eliminazione totale delle armi nucleari è il Dna delle Nazioni Unite».(49)

L’attuale ritmo con cui viene firmato e ratificato il Trattato per la proibizione delle armi nucleari è simile a quello del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), che alla sua entrata in vigore nel marzo del 1970 era stato firmato da 57 Stati e ratificato solo da 47. Ma la norma proibitiva riguardo alla proliferazione delle armi nucleari ha guadagnato sempre più popolarità grazie all’esistenza di tale trattato. Molte nazioni che stavano valutando le proprie opzioni in questo senso scelsero volontariamente di diventare Stati non nucleari. Il Sudafrica, per esempio, che aveva costruito e possedeva armi nucleari, pose fine al programma di sviluppo e smantellò il suo arsenale per aderire al Trattato di non proliferazione.

Fino all’entrata in vigore del Tnp la non proliferazione nucleare era solo un ideale, ma una volta che le ratifiche iniziarono a crescere quell’ideale si trasformò in realtà ed esercitò una forte influenza a livello mondiale. Come dimostra questo precedente, l’entrata in vigore di un trattato può imprimere un nuovo corso al mondo anche se il numero di Stati aderenti all’inizio è limitato.

A proposito del significato di istituire una norma internazionale, desidero citare un importante articolo di Merav Datan e Jürgen Scheffran, che parteciparono alla stesura del Modello di convenzione sulle armi nucleari (Nwc) sottoposta all’Onu nel 1997, antesignana del Trattato per la proibizione delle armi nucleari: «Se la separazione tra la legislazione internazionale e le relazioni internazionali rappresenta il divario fra l’ideale e la realtà, potremmo affermare che il Modello di convenzione sulle armi nucleari incarna l’ideale mentre il Trattato di non proliferazione nucleare rappresenta la realtà. Il Trattato per la proibizione delle armi nucleari li comprende entrambi: rappresenta l’ideale, perché nessuno Stato nucleare lo ha ancora firmato, e al tempo stesso rappresenta la realtà perché esiste».(50)

Scrivono inoltre: «Le tendenze che contrastano il disarmo sono di certo una realtà, ma non possono negare l’evoluzione e il valore delle norme».(51) Sono pienamente d’accordo con loro: è necessario perseguire l’obiettivo di attribuire un tale peso alla proibizione dell’uso delle armi nucleari in qualsiasi circostanza – stabilita con l’entrata in vigore del Trattato per la proibizione delle armi nucleari – al punto che nessuno Stato possa metterla in discussione.

Secondo il rapporto 2019 di Norwegian People’s Aid, partner della Campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari (Ican), attualmente 135 paesi sostengono il Trattato(52) e anche il numero delle municipalità che hanno assicurato il proprio sostegno sta crescendo. L’Appello alle città lanciato da Ican nel 2018 è stato raccolto da città grandi e piccole di Stati nucleari come gli Usa, il Regno Unito e la Francia, e di Stati dipendenti dal nucleare come la Germania, l’Olanda, il Belgio, il Lussemburgo, l’Italia, la Spagna, la Norvegia, il Canada, il Giappone, l’Australia e anche la Svizzera. Fra queste città compaiono Washington e Parigi, capitali di Stati nucleari, e Berlino, Oslo e Canberra, capitali di Stati dipendenti dal nucleare.(53)

Nell’ottobre 2019 è stato sottoposto all’Onu l’Appello degli hibakusha, firmato da dieci milioni e mezzo di persone fra cui molti cittadini di Stati nucleari e dipendenti dal nucleare.(54) La richiesta di una petizione che esortasse tutti gli Stati ad aderire al Trattato per la proibizione delle armi nucleari era stata formulata nel 2016 dagli hibakusha di Hiroshima e Nagasaki ed è stata sostenuta dal Comitato per la pace della Soka Gakkai.

Per compiere un passo avanti decisivo che renda la proibizione delle armi nucleari una norma valida in tutto il mondo, è essenziale riunire insieme le varie espressioni della volontà popolare globale che la sostengono. A tal fine suggerisco di indire un forum della società civile a Hiroshima o Nagasaki dopo la prima riunione degli Stati parti del Tpnw, che secondo il trattato deve avvenire entro un anno dalla sua entrata in vigore.

Il forum dovrebbe riunire gli hibakusha di tutto il mondo, le municipalità che sostengono il trattato e i rappresentanti della società civile. Propongo questo forum perché sono convinto che, per rendere la proibizione delle armi nucleari una norma mondiale valida per l’umanità, sia compito delle persone comuni stimolare un dibattito basato sulla consapevolezza che gli orrori causati da questi ordigni non debbano ripetersi mai più.

Auspico che il Giappone, unico paese ad aver subìto un attacco nucleare in tempo di guerra, continui a lavorare per approfondire il dibattito internazionale sulla natura inumana delle armi nucleari e funga da ponte fra Stati nucleari e non nucleari.

Sono state le tre conferenze internazionali sull’impatto umanitario dell’uso di armi nucleari, iniziate nel 2013, ad aprire la strada ai negoziati per un trattato che proibisce tali ordigni, dopo una tenace resistenza durata più di settant’anni. Queste conferenze hanno messo in luce i seguenti punti:

  1. È improbabile che un qualsiasi Stato o organizzazione internazionale possa affrontare singolarmente in maniera adeguata l’emergenza umanitaria causata da un’esplosione nucleare e fornire appropriata assistenza alle vittime.
  2. L’impatto di un’esplosione nucleare non sarebbe circoscritto entro i confini nazionali, ma causerebbe effetti devastanti e a lungo termine, e potrebbe addirittura minacciare la sopravvivenza dell’umanità.
  3. Gli effetti indiretti di un’esplosione nucleare causerebbero anche distruzione ecologica e ostacoli allo sviluppo socioeconomico, e sarebbero avvertiti soprattutto dai segmenti più poveri e vulnerabili della società.

Le conferenze hanno spostato l’asse del dibattito sulle armi nucleari dalle questioni di sicurezza nazionale all’impatto umanitario del loro uso, contribuendo così a velocizzare l’inizio dei negoziati per un trattato di messa al bando.

Nell’ottobre 2018, dopo l’adozione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, il Comitato dell’Onu per i diritti umani, responsabile del monitoraggio e dell’applicazione della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (Iccpr) del 1966, ha adottato una dichiarazione generale in cui si afferma che la minaccia o l’uso delle armi nucleari è «incompatibile con il rispetto del diritto alla vita»,(55) e si sottolinea che il diritto alla vita «non ammette alcuna deroga»,(56) nemmeno in situazioni di emergenza.

Ciò evidenzia la rilevanza unica di tale dichiarazione all’interno della legislazione internazionale sui diritti umani. È uno sviluppo significativo, che pone in relazione la natura problematica della minaccia o dell’uso delle armi nucleari con uno dei capisaldi della legislazione internazionale sui diritti umani. Questo era anche il punto focale della dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari che pronunciò il mio maestro Josei Toda nel settembre 1957.

Il diritto alla vita dovrebbe rappresentare un tema centrale di questo forum della società civile per un mondo libero dalle armi nucleari, e la legislazione internazionale sui diritti umani potrebbe costituire una lente per mettere a fuoco la natura disumana di tali armi. Il forum inoltre potrebbe inoltre rappresentare un’opportunità per condividere idee riguardo a un mondo in cui tali armi fossero proibite.

Nel corso del dibattito che ha portato alla stesura del Trattato per la proibizione delle armi nucleari è stata una voce femminile a mettere in luce un aspetto, per lo più ignorato, dei danni causati dalle armi nucleari, invitando ad assumere una prospettiva di genere fino ad allora considerata irrilevante in tale ambito. Mary Olson, del Nuclear Information and Resource Service, alla Conferenza di Vienna sull’impatto umanitario delle armi nucleari del dicembre 2014 ha infatti dimostrato che il danno causato dalle radiazioni generate dalle armi nucleari potrebbe essere più grave per le donne che per gli uomini. Ciò ha stimolato ulteriori discussioni e alla fine il concetto è stato incluso nel preambolo del Tpnw: «Riconoscendo che la pari, piena ed efficace partecipazione delle donne e degli uomini costituisce un fattore essenziale per la promozione e il conseguimento di pace e sicurezza sostenibili, e impegnandosi a sostenere e rafforzare l’effettiva partecipazione delle donne al disarmo nucleare…».(57)

Ciò mette in luce da una prospettiva di genere i contorni di una visione del mondo che si potrebbe realizzare con la proibizione delle armi nucleari.

Fra le testimonianze di hibakusha di Hiroshima e Nagasaki raccolte e pubblicate dalla Soka Gakkai nel corso degli anni vi sono storie di numerose donne. In Joseitachi no Hiroshima (Le donne di Hiroshima), pubblicato nel 2016, quattordici donne narrano le sofferenze che hanno patito dopo essere sopravvissute al bombardamento, come per esempio le discriminazioni e i pregiudizi legati al matrimonio o alla nascita dei figli che hanno subìto, vivendo nella paura dei postumi delle radiazioni.(58) Il loro messaggio non si limita alla determinazione di non permettere che altri debbano mai soffrire quanto loro ma, come indica il sottotitolo del libro “Per un futuro luminoso e sorridente”, è animato dalla promessa di lavorare insieme per un mondo pacifico in cui mamme e bambini possano sentirsi al sicuro.

Per sostenere l’entrata in vigore del Trattato per la proibizione delle armi nucleari e affermarne la rilevanza universale, è essenziale che un grande numero di persone condivida speranze e determinazioni che nascono in seno alla realtà della vita quotidiana. Sono convinto che l’efficacia del Trattato come norma globale dell’umanità verrebbe potenziata da questo ampio sostegno popolare al di là delle differenze di nazionalità o ideologia. Il Tpnw infatti riesce a coinvolgere non solo coloro che già lavorano per la pace e il disarmo, ma anche chi si preoccupa dei diritti umani e di genere, o del futuro dei propri figli e della propria famiglia.

NEGOZIATI MULTILATERALI PER IL DISARMO NUCLEARE

Il secondo ambito in cui desidero formulare proposte concrete riguarda le politiche per realizzare progressi sostanziali verso il disarmo nucleare. In particolare suggerisco che nella dichiarazione finale della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, che si terrà presso la sede delle Nazioni Unite a New York ad aprile e maggio prossimi, siano inclusi due accordi: il primo sull’avvio di negoziati multilaterali per il disarmo e il secondo riguardante una seria riflessione sulla convergenza fra nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale, e le armi nucleari.

Rispetto al primo accordo, ritengo essenziale prolungare la durata del Nuovo trattato di riduzione delle armi strategiche (Nuovo Start) fra Stati Uniti e Russia e dare poi inizio a negoziati multilaterali sul disarmo nucleare. Il Nuovo Start, che dovrebbe scadere nel febbraio 2021, sancisce una riduzione delle testate nucleari strategiche di entrambi i paesi a 1.550 e limita a 700 la totalità dei missili balistici intercontinentali (Icbm), di quelli per impiego sui sottomarini (Slbm) e su altri sistemi di trasporto. Il trattato può essere prolungato di cinque anni, ma i negoziati attualmente sono in fase di stallo.

Con la perdita delle clausole del Nuovo Start, che fa seguito alla scadenza del trattato Inf, per la prima volta in cinquant’anni non ci sarebbero più restrizioni alla detenzione di arsenali nucleari per entrambi i paesi e c’è il rischio che questo vuoto inviti a una nuova corsa agli armamenti. Inoltre il rapido sviluppo di testate nucleari miniaturizzate e di armi supersoniche apre alla possibilità futura dell’uso di armi nucleari in conflitti geograficamente circoscritti. Perciò è assolutamente essenziale la proroga di cinque anni del Nuovo Start.

In tal senso la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione dovrebbe incoraggiare una moratoria sulla modernizzazione delle armi nucleari. Gli Stati parti dovrebbero sviluppare l’idea comune della necessità di avviare negoziati per il disarmo multilaterale prima della prossima Conferenza di revisione del Tnp nel 2025. Nei cinquant’anni di storia di questo trattato gli unici accordi quadro stipulati sono stati quelli fra Stati Uniti e Russia, e non è mai stato realizzato alcun disarmo nucleare effettivo attraverso processi multilaterali. La Conferenza di revisione 2020 deve costituire l’occasione per ribadire che il Tnp è l’unico trattato legalmente vincolante nel quale tutti gli Stati detentori di armi nucleari condividono lo scopo del disarmo e si impegnano a raggiungerlo. Inoltre è necessario assicurare visibilità a questa presa di posizione.

Riguardo alle misure concrete da prendere a tal fine vi sono varie strade, ma io proporrei che, sulla base dell’estensione ad altri cinque anni del Nuovo Start, gli Stati Uniti, la Russia, il Regno Unito, la Francia e la Cina diano avvio a negoziati per un nuovo trattato per il disarmo nucleare, a partire da una discussione sui regimi di verifica.

Alla luce della lunga esperienza di verifica accumulata da Stati Uniti e Russia, e del dibattito all’interno del Partenariato internazionale per la verifica del disarmo nucleare fondato cinque anni fa, al quale aderiscono molti paesi, questi cinque Stati dovrebbero iniziare a deliberare riguardo agli ostacoli al disarmo nucleare. La fiducia che scaturirebbe da questo dialogo potrebbe accelerare l’avvio di negoziati relativi a obiettivi numerici di riduzione delle armi nucleari.

Per creare le condizioni di un disarmo nucleare multilaterale ritengo utile riesaminare il concetto di “sicurezza comune”, che contribuì a promuovere le iniziative per porre fine alla guerra fredda. “Sicurezza comune” era il titolo del rapporto scritto da una commissione presieduta dal primo ministro svedese Olof Palme (1927-1986) e sottoposto alla Seconda sessione speciale dell’Assemblea generale sul disarmo (Ssod II) nel giugno 1982. Basandosi sulla consapevolezza che in una guerra nucleare non possono esserci vincitori, il rapporto invitava a una trasformazione delle coscienze: «Gli Stati non possono più ricercare la propria sicurezza a spese di quella degli altri, ma devono farlo attraverso progetti cooperativi».(59)

Anch’io la penso così, e nella mia proposta in occasione del Ssod II scrissi: «Alla luce di uno scontro fra arsenali nucleari giganteschi, è chiaro che nessuna ulteriore espansione militare potrebbe mai condurre a una pace autentica».(60)

Nell’anno precedente, il 1981, caratterizzato da crescenti tensioni fra Stati Uniti e Unione Sovietica, le dichiarazioni del presidente Usa Ronald Reagan (1911-2004) facevano presagire la possibilità di una guerra nucleare limitata. In seguito, ripensando a quei momenti, Reagan disse: «La nostra politica era basata sulla forza e sul realismo. Io volevo la pace con la forza e non con un pezzo di carta».(61)

Ma assistendo alla crescita del movimento antinucleare negli Stati Uniti e in Europa, e prendendo maggiormente coscienza dell’orribile distruzione che l’uso delle armi nucleari avrebbe provocato, Reagan cominciò ad avvertire più profondamente la necessità di evitare un conflitto nucleare. Iniziò anche a considerare più attentamente i veri sentimenti del popolo dell’Unione Sovietica, il paese con il quale gli Stati Uniti erano in competizione. In seguito, come qui racconta, rifletté sulle sue modalità di comunicazione con l’allora segretario generale del Pcus (partito comunista dell’Unione Sovietica) Konstantin Černenko (1911-85): «In una lettera a Černenko scrissi che credevo sarebbe stato utile per noi comunicare direttamente e in via confidenziale. Cercai di usare la tecnica dell’empatia del vecchio attore. […] Gli dissi che mi rendevo conto che in Unione Sovietica alcune persone avevano realmente paura del nostro paese».(62)

In questo modo Reagan riuscì a percepire che i timori avvertiti negli Stati Uniti erano lo specchio di quelli che provavano in Unione Sovietica.

La sua ricerca di un dialogo con i leader sovietici culminò, a novembre 1985, nell’incontro con il segretario generale Michail Gorbaciov durante il Summit di Ginevra. Anche Gorbaciov era convinto della necessità di risolvere la questione nucleare, e il loro dialogo sincero portò a una dichiarazione congiunta che contiene le famose parole: «Una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta».(63)

È un modo di pensare simile a quello della sicurezza comune; condusse alla firma del Trattato Inf nel dicembre 1987 e fu determinante per porre fine alla guerra fredda. Oggi le tensioni sugli armamenti nucleari stanno di nuovo aumentando e il mondo si trova di fronte a una situazione che è stata addirittura definita come una nuova guerra fredda. Adesso più che mai è importante far rivivere lo spirito della sicurezza comune e per questa ragione propongo di includere, nel documento finale della Conferenza di revisione del Tnp, la dichiarazione che «una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta».

L’Agenda per il disarmo pubblicata dall’Onu nel maggio 2018 richiede il «disarmo per salvare l’umanità».(64) Il giorno successivo alla pubblicazione del rapporto, il sottosegretario generale dell’Onu e Alto rappresentante per gli affari del disarmo Izumi Nakamitsu, che aveva partecipato ai lavori, ha sottolineato la relazione fra sicurezza e disarmo con queste parole: «Il disarmo è la forza motrice della pace e della sicurezza internazionale, è uno strumento utile a garantire la sicurezza nazionale […] Il disarmo non è un ideale utopico ma un tentativo tangibile di prevenire i conflitti e mitigarne l’impatto ovunque e in qualsiasi momento essi si verifichino».(65)

Impiegando i negoziati sul disarmo nucleare come strumento per realizzare la propria sicurezza, possiamo ridurre il senso di minaccia e insicurezza percepito dagli altri paesi e iniziare così a eliminare quello che noi stessi percepiamo.

Basandosi su questo approccio “win-win” di mutuo beneficio, è ora tempo di promuovere con forza quella ricerca in buona fede del disarmo nucleare alla quale ci impegna l’Articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare.

Un’altra questione sulla quale spero che la Conferenza di revisione del Tnp ricercherà il consenso è la minaccia posta dagli attacchi informatici ai sistemi di armi nucleari e dall’introduzione dell’intelligenza artificiale per il funzionamento di tali sistemi. Spero che la conferenza sviluppi una maggiore consapevolezza di queste minacce e inizi a prendere decisioni riguardo allo sviluppo di un regime di proibizione.

Per quanto le nuove tecnologie che utilizzano l’intelligenza artificiale, Internet e altri processi informatici abbiano recato molti benefici alla società, desta preoccupazione la loro sempre più vasta applicazione per scopi militari.

Nel marzo 2019 si è tenuta a Berlino una conferenza sui rischi delle tecnologie emergenti. Nell’incontro, a cui hanno partecipato i rappresentanti governativi di paesi Nato, Stati membri dell’Unione Europea, Russia, Cina, India, Giappone e Brasile, è stata riservata un’attenzione particolare ai sistemi di armi autonome letali (Laws), i cosiddetti “robot killer”, e all’impatto che le nuove tecnologie potrebbero avere sulle armi nucleari e di altro tipo. Al termine della conferenza i ministri degli esteri di Germania, Olanda e Svezia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui hanno concordato sulla «necessità di generare la consapevolezza diffusa che un potenziale militare accresciuto dalla tecnologia può cambiare la qualità dei conflitti e influenzare la sicurezza globale».(66)

Questa preoccupazione espressa dagli Stati dipendenti dal nucleare è indicativa della velocità allarmante con cui le nuove tecnologie vengono sviluppate; perciò propongo che si cominci immediatamente a discutere di questo tema nel quadro del Trattato di non proliferazione nucleare.

Quando nel 1995 fu deciso di estendere indefinitamente il Tnp, gli Stati parti concordarono che le conferenze di revisione avrebbero dovuto non solo valutare i risultati delle iniziative passate, ma anche identificare aree per un progresso futuro e i mezzi per realizzarlo.(67) Considerando l’urgenza della questione e la portata dei rischi, deve essere garantita la massima priorità al problema delle nuove tecnologie e delle loro implicazioni per le armi nucleari. Gli attacchi informatici, per esempio, potrebbero colpire non solo i centri di comando e controllo dei dispositivi nucleari ma anche una vasta gamma di sistemi a essi legati, come l’allarme anticipato, le comunicazioni e i trasporti. Nel peggiore scenario possibile un attacco informatico a uno di questi sistemi potrebbe anche condurre al lancio o all’esplosione di qualche ordigno nucleare.

Il segretario generale Guterres ha espresso preoccupazione in proposito: «C’è consenso sul fatto che la legislazione internazionale, compresa la Carta delle Nazioni Unite, valga anche per l’ambito informatico. Ma manca il consenso su come esattamente andrebbero applicate queste normative e su come gli Stati possano rispondere ad atti ostili rimanendo nei limiti della legge».(68) Per stabilire un precedente in tal senso, e come passo concreto per la riduzione del rischio nucleare, andrebbero assunte misure immediate nell’ambito del Tnp che proibiscano attacchi informatici a sistemi legati alle armi nucleari.

Sono molti anche i pericoli associati all’impiego dell’intelligenza artificiale nelle operazioni di gestione delle armi nucleari. Secondo un rapporto pubblicato dall’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri) nel maggio 2019, i vantaggi nell’adozione dell’intelligenza artificiale – dalla prospettiva degli Stati detentori di armi nucleari – riguardano il fatto che, oltre a eliminare certe limitazioni come la fatica e la paura, che nel tempo possono condurre a un peggioramento delle prestazioni umane, essa permette ai sistemi di accedere a zone in cui l’ambiente è poco favorevole all’essere umano, come le profondità marine e le regioni polari.(69)

Ma, sempre secondo il rapporto del Sipri, l’affidarsi sempre di più all’intelligenza artificiale potrebbe aumentare i fattori che destabilizzano le operazioni di gestione delle armi nucleari generando rischi sempre maggiori. Prendiamo l’esempio della deterrenza nucleare, che ha una natura eminentemente psicologica e si basa sulle percezioni delle intenzioni dell’avversario.(70) Il rapporto evidenzia come i recenti progressi nel campo dell’intelligenza artificiale non rendano più possibile percepire le reali intenzioni dell’avversario. Qualora l’intelligenza artificiale svolgesse un ruolo primario nei sistemi di armi nucleari, la natura opaca di queste tecnologie – delle quali è difficile capire il funzionamento interno come in una sorta di scatola nera – renderebbe sempre più difficoltosa la previsione delle intenzioni dell’avversario, incentivando così la crescita di ansie e sospetti.(71) Secondo il rapporto, «durante la guerra fredda Stati Uniti e Unione Sovietica impiegarono grandi quantità di tempo e sforzi per studiare i sistemi strategici e i comportamenti avversari, e i loro rappresentanti militari si incontravano frequentemente, anche se non sempre in maniera produttiva».(72)

Pur parlando di percezione psicologica, credo che il fattore che aumentava la capacità delle parti di predire le mosse reciproche fosse l’accumulo di esperienze legate a questi incontri faccia a faccia. Durante la guerra fredda si verificarono molti casi, assai pericolosi, in cui per informazioni sbagliate o malfunzionamento i sistemi computerizzati segnalarono erroneamente missili in arrivo. Tali crisi furono contenute grazie alla presenza di spirito delle persone che monitoravano questi sistemi, le quali usarono il buon senso e si fidarono dell’istinto che diceva loro che le informazioni sui monitor erano false e che quindi era sconsigliabile un contrattacco. Oggigiorno, se analizziamo i rischi associati ad attacchi come la pirateria informatica o lo spoofing [un tipo di attacco informatico che impiega in varie maniere la falsificazione dell’identità (spoof) per intercettare informazioni riservate, diffondere informazioni false e tendenziose o effettuare altri tipi di attaccon.d.t.], l’utilizzo sempre più diffuso di intelligenza artificiale rende questi sistemi ancora più vulnerabili sia agli errori sia alla deliberata falsificazione delle informazioni.

Per quanto i sistemi di armi nucleari possano diventare dipendenti dall’intelligenza artificiale, sembra improbabile almeno a breve termine che la decisione finale di premere il bottone sia delegata a una macchina. Ciononostante dobbiamo affrontare il fatto che questa fretta nell’impiegare l’intelligenza artificiale da parte degli Stati nucleari pone una seria minaccia alla società globale. Pur portando vantaggi addizionali in termini di velocità e quindi di superiorità militare, potrebbe anche far sorgere dilemmi come quello che dovettero affrontare il presidente statunitense John F. Kennedy (1917-63) e il segretario generale sovietico Nikita Krusciov (1894-1971) durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962, ma con assai meno opportunità di ponderare le varie opzioni.

Ripensando alle lezioni tratte da quella crisi, che scosse profondamente il mondo, Kennedy una volta disse che «le potenze nucleari devono evitare questi scontri che portano l’avversario a dover scegliere fra una ritirata umiliante e una guerra nucleare».(73) Le sue parole riflettono quanto di stretta misura si fosse scampato il disastro e quanto egli si rammaricasse che la situazione si fosse deteriorata fino a quel punto. E in quel caso entrambi i leader ebbero tredici giorni per decidere. Se questa ricerca di una velocità sempre maggiore proseguisse, la crescente pressione di venire sopraffatti dall’avversario lascerebbe molto meno tempo per prendere decisioni basate su un’attenta riflessione.

Secondo il rapporto Sipri, «la ricerca di armi sempre più veloci, più intelligenti, più accurate e versatili potrebbe condurre a una destabilizzante corsa agli armamenti».(74) Sono fortemente convinto che, lungi dall’impedire una guerra nucleare, l’applicazione dell’intelligenza artificiale alle armi nucleari possa solo incoraggiarne l’uso preventivo.

Ritengo che, come afferma il suo preambolo, lo spirito del Trattato di non proliferazione nucleare risieda nell’impegno di compiere ogni sforzo possibile per evitare una guerra nucleare. Per andare avanti è cruciale che tutti gli Stati parti facciano di questo spirito il loro fondamento comune utilizzando il dibattito sugli attacchi informatici e sull’impiego dell’intelligenza artificiale come occasione per interrogarsi sul significato di continuare a basarsi sulle armi nucleari nelle loro dottrine di sicurezza.

RENDERE VISIBILE L’INVISIBILE

La mia terza proposta riguarda il cambiamento climatico e la riduzione del rischio da disastri (Disaster Risk Reduction, Drr).

Le risposte necessarie al cambiamento climatico non si limitano alla riduzione dei gas serra; vi è urgente bisogno anche di misure per limitare i danni arrecati, per esempio, dagli eventi meteorologici estremi. […] In una sessione della Piattaforma globale 2019, in cui si è discusso di una riduzione del rischio da disastri rispettosa delle differenze di genere e diretta al potenziamento della resilienza, è emersa l’idea chiave che «nei disastri è importante rendere visibile l’invisibile».(82)  Poiché le circostanze in cui molte di esse vivono quotidianamente vengono spesso celate da norme sociali e atteggiamenti discriminatori, le donne corrono maggiormente il rischio di essere lasciate indietro nel momento in cui hanno più bisogno di assistenza.

Quando eventi meteorologici estremi o imprevisti rendono necessaria un’evacuazione, spesso le donne sono le ultime a partire perché rimangono a casa a prendersi cura dei bambini e dei parenti anziani o malati, specialmente nei casi in cui i maschi della famiglia si trovano altrove alla ricerca di una fonte di reddito. D’altro canto è innegabile che all’indomani dei disastri le donne rappresentino un’immensa sorgente di forza, per il sostegno e le cure che prestano ai membri delle loro comunità.

Un Women ha sottolineato che i contributi effettivi e potenziali delle donne alla riduzione del rischio da disastri – dalla capacità di coordinare i soccorsi immediati alla costruzione di resilienza nella comunità – sono un patrimonio sociale che rimane largamente inutilizzato.

Quando penso ai fattori strutturali che tendono a oscurare la consapevolezza di persone o cose che in realtà esistono senza ombra di dubbio, mi torna in mente un’analogia contenuta in un sutra mahayana: nonostante in cielo vi siano innumerevoli stelle, ognuna delle quali emana la sua specifica luce, durante il giorno non ce ne rendiamo conto perché c’è la luce del sole.

Sia nella vita normale sia quando si verifica un disastro, le donne svolgono un ruolo cruciale creando reti di mutuo sostegno nelle comunità in cui vivono. Tener conto della loro voce in ogni passo del processo di elaborazione delle misure per gestire i disastri – sia quelli geografici come i terremoti sia quelli dovuti a eventi meteorologici estremi – è la chiave per costruire comunità resilienti ai disastri. […] Perciò sono fermamente convinto che nell’opera di costruzione di comunità resilienti non dobbiamo impegnarci soltanto a garantire che la parità di genere diventi realtà, ma anche a dare la priorità a coloro che tendiamo a trascurare e a lasciare indietro nella vita quotidiana.

Nel corso degli anni, come organizzazione basata sulla fede (Faith-Based Organization, Fbo), la Sgi ha partecipato regolarmente alle conferenze internazionali sulla riduzione del rischio da disastri fra cui la Piattaforma globale, e si è impegnata attivamente nelle operazioni di soccorso e di ricostruzione. Nel 2017 ha contribuito a organizzare un evento in occasione della Piattaforma globale di Cancun, in Messico, dal titolo “Riduzione del rischio da disastri gestita a livello locale dalle Organizzazioni basate sulla fede. Applicare il Protocollo di Sendai”. […]

Nel marzo 2018 la Sgi, insieme ad altre quattro organizzazioni basate sulla fede, ha formato la Coalizione basata sulla fede per lo sviluppo sostenibile della regione Asia-Pacifico (Asia Pacific Faith-Based Coalition for Sustainable Development, Apfc), che nel luglio dello stesso anno ha sottoposto un documento alla Conferenza ministeriale asiatica per la riduzione del rischio da disastri di Ulan Bator, in Mongolia. Nella dichiarazione veniva enunciata la seguente determinazione: «Alla base della missione delle Fbo vi è la volontà di affrontare le cause profonde delle vulnerabilità e portare speranza e benessere alle comunità ai margini della società. […] I gruppi basati sulla fede svolgono un ruolo cruciale a livello locale nella riduzione del rischio, nella costruzione di resilienza e nell’azione umanitaria».(86)

La Sgi condivide questo spirito con la comunità delle Fbo e continuerà a sostenere gli sforzi per incrementare la resilienza, animata dalla visione di una società inclusiva nella quale sia rispettata la dignità di tutte le persone.

Educazione per i bambini e le bambine nelle zone di crisi

L’ultima delle mie proposte riguarda il rafforzamento del sostegno ai bambini e ai giovani che vengono privati di opportunità educative a causa di conflitti armati o di disastri naturali. Ritengo che proteggere i diritti umani e lo sviluppo della prossima generazione sia la base per la realizzazione di una società globale sostenibile. […]

A livello globale più di 104 milioni di bambini e giovani sono attualmente privi di opportunità educative a causa di conflitti o disastri,(89)  eppure meno del 2 per cento dei fondi umanitari viene impiegato in questo senso.(90)  Nelle attività di soccorso si ritiene che l’educazione rivesta meno importanza dell’assistenza alimentare e medica, necessarie per la sopravvivenza. E anche dopo l’inizio della fase di ricostruzione, questa è sempre una delle ultime aree a ricevere attenzione.

Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) sottolinea il ruolo delle scuole per offrire a bambini e bambine luoghi in cui ristabilire la propria vita quotidiana. Trascorrere il tempo con gli amici a scuola costituisce un sostegno psicologico importante per iniziare a guarire dalle esperienze traumatiche dovute alla crescita in zone colpite da conflitti o disastri.

In questo contesto opera un nuovo fondo globale chiamato “L’educazione non può aspettare” (Education Cannot Wait, Ecw), istituito durante il Summit umanitario mondiale del 2016 e ospitato dall’Unicef. È la prima iniziativa di questo genere dedicata all’istruzione in caso di emergenze e crisi prolungate, e ha già raggiunto più di un milione e 900 mila bambini che vivono emergenze umanitarie, fornendo loro opportunità educative.(91) […]

Uno degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile è assicurare a tutte le bambine e a tutti i bambini un’educazione completa e di qualità. È inaccettabile che bambini e giovani che vivono in zone di conflitto o che hanno subìto un disastro siano lasciati indietro e diventino una «generazione perduta».

Nel 2016, l’anno in cui è stato istituito il fondo Ecw, si stimava che per fornire un pacchetto educativo di base a circa 75 milioni di bambini che vivevano questo tipo di emergenze occorressero annualmente 8 miliardi e mezzo di dollari, pari a 113 dollari all’anno per ogni bambino.93  Da allora il numero di bambini bisognosi è aumentato a 104 milioni,(94)  ma basterebbe reindirizzare una piccola frazione della spesa militare globale, che ammonta a 1.800 miliardi di dollari annui,(95)  per offrire un sostegno internazionale all’istruzione che permetterebbe a milioni di giovani in condizioni difficili di sperare di nuovo nella vita. […]

Per far crescere la consapevolezza dell’importanza di costruire una società che soddisfi le necessità dell’educazione, la Sgi si dedica a promuovere l’empowerment delle persone, con le persone e per le persone allo scopo di affrontare la crisi climatica e altre minacce globali con un crescente slancio di solidarietà umana.

Note

1) Onu: “Summit di azione sul clima 2019”, Comunicato conclusivo, 23 settembre 2019, https://www.un.org/en/climatechange/assets/pdf/CAS_closing_release.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

2) António Guterres, “Remarks on Climate Change” (Osservazioni sul cambiamento climatico), 10 settembre 2018, https://www.un.org/sg/en/content/sg/speeches/2018-09-10/remarks-climate-change (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

21) Cfr. Daisaku Ikeda e Elise Boulding, Into Full Flower: Making Peace Cultures Happen, Dialogue Path Press, Cambridge, Massachusetts, 2010, p. 92.

30) Cfr. “Remarks to the General Assembly on the Secretary-General’s Priorities for 2020” (Osservazioni all’Assemblea generale sulle priorità del segretario generale per il 2020), 22 gennaio 2020, https://www.un.org/sg/en/content/sg/speeches/2020-01-22/remarks-general-assembly-priorities-for-2020 (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

46) Onu 2020, Treaty Collection, Status of Treaties, Tpnw, 26 gennaio 2020, https://treaties.un.org/Pages/ViewDetails.aspx?src=TREATY&mtdsg_no=XXVI-9&chapter=26&clang=_en (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

47) Reuters, “Risk of Nuclear War Now Highest Since Ww2, Un Arms Research Chief Says” (Il rischio di una guerra nucleare non è mai stato così alto dalla seconda guerra mondiale), di Tom Miles, 21 maggio 2019, https://www.reuters.com/article/us-un-nuclear/risk-of-nuclear-war-now-highest-since-ww2-u-n-arms-research-chief-says-idUSKCN1SR24H (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

48) Assemblea generale dell’Onu, “Trattato per la proibizione delle armi nucleari”, A/CONF.229/2017/8, adottato dall’Assemblea generale, 7 luglio 2017, https://undocs.org/A/CONF.229/2017/8 (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

49) António Guterres, “Remarks at the University of Geneva on the Launch of the Disarmament Agenda” (Osservazioni all’Università di Ginevra sul varo dell’Agenda per il disarmo), 24 maggio 2018, https://www.un.org/sg/en/content/sg/speeches/2018-05-24/launch-disarmament-agenda-remarks (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

50) Merav Datan e Jürgen Scheffran, “The Treaty is Out of the Bottle: The Power and Logic of Nuclear Disarmament” (Il Trattato non si può fermare: il potere e la logica del disarmo nucleare), Journal for Peace and Nuclear Disarmament 2, issue 1 (2019), pp.114-132. doi: 10.1080/25751654.2019.1584942.

51) Ibidem.

52) Norwegian People’s Aid, “Nuclear Weapons Ban Monitor 2019: Tracking Progress towards a World Free of Nuclear Weapons” (Monitoraggio della messa al bando delle armi nucleari 2019; i progressi verso un mondo libero dalle armi nucleari), ottobre 2019, https://banmonitor.org/files/Nuclear_Weapons_Ban_Monitor_2019.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2020), p. 4.

53) Cfr. Ican (Campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari), 2020, “Ican Cities Appeal” (Appello delle città di Ican), https://cities.icanw.org/list_of_cities (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

54) Unoda (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari del disarmo), “Appeal of the Hibakusha: More Than 10,5 Million Signatures Supporting Call for the Elimination of Nuclear Weapons” (Appello degli hibakusha: più di 10,5 milioni di firme per l’eliminazione delle armi nucleari), 18 ottobre 2019, https://www.un.org/disarmament/update/the-handover-of-the-appeal-of-the-hibakusha-more-than-105-million-signatures-supporting-call-for-the-elimination-of-nuclear-weapons/ (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

55) Iccpr (Convenzione internazionale sui diritti civili e politici), “General Comment No. 36 (2018) on Article 6 of the International Covenant on Civil and Political Rights, on the Right to Life” (Commento generale n. 36 sull’articolo 6 della Iccpr sul diritto alla vita), Comitato dei diritti umani, 30 ottobre 2018, CCPR/C/GC/36, https://tbinternet.ohchr.org/Treaties/CCPR/Shared%20Documents/1_Global/CCPR_C_GC_36_8785_E.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2020), par. 66.

56) Ibidem, par. 2.

57) Assemblea generale, “Trattato per la proibizione delle armi nucleari”, op. cit.

58) Cfr. Soka Gakkai Youth Division, Hiroshima and Nagasaki: That We Never Forget, Daisanbunmei-sha, Tokyo, 2017.

59) Icdsi (Independent Commission on Disarmament and Security Issues), Common Security: A Blueprint For Survival (Sicurezza comune: un progetto per la sopravvivenza), Simon & Schuster, New York, 1982, p. 139.

60) Daisaku Ikeda, Ikeda Daisaku zenshu (Opere complete di Daisaku Ikeda), Seikyo Shimbunsha, Tokyo, 1988-2015, vol. 1, p. 102.

61) Ronald Reagan, An American Life: The Autobiography, Simon and Schuster, New York, 1990, p. 267.

62) Ibidem, p. 595

63) American Presidency Project, “Joint Soviet-United States Statement on the Summit Meeting in Geneva”, 21 novembre 1985, https://www.presidency.ucsb.edu/documents/joint-soviet-united-states-statement-the-summit-meeting-geneva (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

64) António Guterres, “Securing Our Common Future: An Agenda for Disarmament”, 2018, https://front.un-arm.org/documents/SG+disarmament+agenda_1.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2019).

65) Izumi Nakamitsu, “Keynote Speech”, Second Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Science Diplomacy Symposium, High Level Session, Vienna, 25 maggio 2018, https://s3.amazonaws.com/unoda-web/wp-content/uploads/2018/05/HR-Keynote-CTBT-Science-Diplomacy-Session.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

66) Ufficio federale tedesco per gli affari esteri, “Political Declaration: Conference 2019. Capturing Technology. Rethinking Arms Control”, 15 marzo 2019, Berlino, Germania, https://rethinkingarmscontrol.de/wp-content/uploads/2019/03/2019.-Capturing-Technology.Rethinking-Arms-Control_-Political-Declaration.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2020)

67) Assemblea generale dell’Onu, “Strengthening the Review Process for the Treaty: Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons. Draft decision proposed by the President”, NPT/CONF.1995/L.4, 10 maggio 1995, https://digitallibrary.un.org/record/188024 (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

68) António Guterres, “Remarks at the University of Geneva on the Launch of the Disarmament Agenda”, op. cit.

69) Cfr. Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), “The Impact of Artificial Intelligence of Strategic Stability and Nuclear Risk, vol. 1: Euro-Atlantic Perspectives” (L’impatto dell’intelligenza artificiale sulla stabilità strategica e il rischio nucleare, vol. 1: Prospettive euro-atlantiche), a c. di Vincent Boulanin, maggio 2019, https://www.sipri.org/sites/default/files/2019-05/sipri1905-ai-strategic-stability-nuclear-risk.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2020), p.23.

70) Ibidem, p. 95.

71) Ibidem, pp. 19-20.

72) Ibidem, p. 51.

73) John F. Kennedy, “Commencement Address at American University, Washington, D.C.” (Discorso di apertura all’American University di Washington, D.C.), 10 giugno 1963, https://www.jfklibrary.org/archives/other-resources/john-f-kennedy-speeches/american-university-19630610 (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

74) Sipri, The Impact of Artificial Intelligence, p. 121, op. cit.

82) Un Women, “Promoting Women’s Leadership in Disaster Risk Reduction and Resilience”, 31 maggio 2019, https://www.unwomen.org/en/news/stories/2019/5/news-promoting-womens-leadership-in-disaster-risk-reduction-and-resilience (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

86) Apfc (Coalizione basata sulla fede della regione Asia-Pacifico), “Joint Faith Based Organizations’ Statement for the Asian Ministerial Conference on Disaster Risk Reduction”, 3-6 luglio 2018, https://www.unisdr.org/files/globalplatform/amcdrr2018officialstatementjointfbo[1].pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

89) Unicef, “1 in 3 Children and Young People Is Out of School in Countries Affected by War or Natural Disasters”, Comunicato stampa, 18 settembre 2018, https://www.unicef.org/press-releases/1-3-children-and-young-people-out-school-countries-affected-war-or-natural-disasters (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

90) Cfr. Ecw (Education Cannot Wait), “75 Million Crisis-affected Children are in Urgent Need of Education Support”, 2016, https://www.educationcannotwait.org/the-situation/ (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

91) Ecw, “Results Dashboard” (Pannello di controllo dei risultati), 3 dicembre 2019, https://s30755.pcdn.co/wp-content/uploads/2019/12/ECW_Dashboard-Map-3-Dec-2019.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2020).

94) Cfr. Unicef, “1 in 3 Children”, op. cit.