Dr.-Daisaku-Ikeda.-Credit-Seikyo-Shimbun

di Daisaku Ikeda

(pubblicato su Inter Press Service a cura di Kitty Stapp)

Tokyo, 21 novembre 2014.

Man mano che ci avviciniamo al 70° anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki il prossimo anno, crescono le richieste di porre al centro delle discussioni che riguardano le armi nucleari le conseguenze umanitarie del loro impiego.

La Dichiarazione Congiunta sulle Conseguenze Umanitarie delle Armi Nucleari presentata all’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel mese di ottobre è stata sostenuta da 155 governi, più dell’80% di tutti gli Stati membri.

Il punto di vista espresso chiaramente nella dichiarazione congiunta, e cioè che è “nell’interesse della sopravvivenza stessa dell’umanità che le armi nucleari non vengano mai utilizzate di nuovo, in nessun caso”, esprime il sempre più ampio consenso al disarmo da parte di tutte le persone.

La Terza Conferenza Internazionale sulle Conseguenze Umanitarie delle Armi Nucleari si terrà a Vienna l’8 e il 9 dicembre. Questa conferenza e le considerazioni che verranno fatte dovrebbero fornire un ulteriore impulso agli sforzi per porre fine all’era delle armi nucleari, un’epoca in cui queste armi apocalittiche sono state viste, da diversi governi, come perno centrale della sicurezza nazionale. Ciò potrà avvenire soltanto se l’obiettivo di un mondo libero dal nucleare verrà considerato un’impresa condivisa dall’umanità a livello globale, con il pieno coinvolgimento della società civile.

All’interno del programma della Conferenza di Vienna ci sono due punti in particolare che ci impongono di adottare la prospettiva dell’impresa globale condivisa. Il primo è l’esame dei fattori di rischio che riguardano l’uso involontario o imprevisto di armi nucleari a causa di un errore umano, un guasto tecnico o di sicurezza informatica. Durante la Crisi dei Missili di Cuba nel 1962, le persone rimasero pietrificate dall’orrore mentre il mondo barcollava sull’orlo di una guerra nucleare di vasta scala. Ci vollero 13 giorni di disperati tentativi da parte dei leader degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica per disinnescare la crisi. Oggi, se venisse accidentalmente lanciato un missile che trasporta una testata nucleare, sarebbero necessari solamente 13 minuti prima che raggiunga il suo obiettivo. Mettersi in fuga o evacuare la zona sarebbe impossibile, e la città obiettivo del missile finirebbe devastata insieme ai suoi abitanti. Inoltre, se un tale uso involontario di un’arma nucleare incontrasse delle ritorsioni anche di forma estremamente limitata, l’impatto sul clima globale e sull’ecologia si tradurrebbe in una “carestia nucleare” che potrebbe interessare ben due miliardi di persone. L’uso anche di una sola arma nucleare può annientare e rendere vani gli sforzi pazienti di intere generazioni di esseri umani finalizzati alla creazione di vite felici e di società culturalmente ricche. È in questo oltraggio indicibile, più che nel calcolo numerico del loro potenziale distruttivo, che la natura disumana delle armi nucleari si palesa in maniera netta.

Il secondo punto del programma che metterà in luce la natura indiscutibilmente raccapricciante delle armi nucleari, cioè l’aspetto che le rende sostanzialmente diverse dagli altri tipi di armi, è l’impatto [umanitario] che hanno i test nucleari. I cittadini di Hiroshima e Nagasaki non sono gli unici ad aver vissuto l’esperienza diretta dei terrificanti effetti di queste armi. Come ci suggerisce l’utilizzo comune del termine “hibakusha” [lett. giapp. “sopravvissuti”, utilizzato oggi ad indicare una “persona affetta dall’esplosione” ndt], un grande numero di persone continua tuttora a soffrire le conseguenze dei più di duemila test nucleari effettuati fino ad oggi.

In aggiunta a ciò, negli stati provvisti di armi nucleari, gli abitanti delle zone limitrofe alle strutture in cui queste armi vengono sviluppate hanno subìto forme di contaminazione radioattiva severa, e permane la preoccupazione circa l’impatto sulla salute di coloro che hanno lavorato in queste strutture o vissuto nei loro pressi. Come questi esempi dimostrano, la decisione di continuare a detenere armi nucleari – anche se di fatto non utilizzate – minaccia gravemente la dignità e la vita degli esseri umani.

Si ritiene che la spesa annuale globale per le armi nucleari superi i 100 miliardi di dollari. Se questa enorme somma fosse destinata non soltanto a migliorare le vite dei cittadini negli stati che detengono armi nucleari, ma anche a sostegno di quei paesi i cui abitanti lottano ancora oggi contro la povertà e servizi sanitari insufficienti, il beneficio per l’umanità sarebbe incalcolabile. Che uno stato continui a stanziare grosse somme di denaro per mantenere il suo posizionamento nucleare va chiaramente contro lo spirito espresso dallo Statuto delle Nazioni Unite, nel quale si auspica il mantenimento della pace e della sicurezza globali a fronte del minor impiego possibile delle risorse umane ed economiche del mondo per fini bellici. Un’istanza rivendicata anche nel Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT).

Bisogna poi riconoscere francamente la disumanità insita nel perseguire un ordine mondiale distorto nel quale persone le cui vite potrebbero essere facilmente migliorate sono costrette a vivere in condizioni pericolose e degradanti. Abbracciando questi temi, la Conferenza di Vienna metterà chiaramente in luce la natura di fondo della minaccia che il genere umano impone su sé stesso mantenendo l’atteggiamento corrente e aumentando la durata di questa “era nucleare”. Allo stesso tempo, sarà un’opportunità importante per esaminare gli accordi sulla sicurezza basati sulle armi nucleari, e farlo dal punto di vista dei cittadini del mondo, ognuno dei quali è costretto a vivere all’ombra di questa minaccia.

Nel 1957, nel bel mezzo di una corsa sempre più frenetica agli armamenti nucleari, il secondo presidente della Soka Gakkai e mio diretto maestro Josei Toda (1900-58) denunciò che le armi nucleari sono una minaccia al fondamentale diritto all’esistenza delle persone. Egli dichiarò il loro uso inammissibile – in qualsiasi circostanza, senza eccezioni. Gli sforzi compiuti dalla SGI in collaborazione con altre Organizzazioni Non-Governative trovano le loro radici più profonde in tale dichiarazione. Mettendo le persone in grado di comprendere e affrontare la realtà delle armi nucleari, abbiamo puntato alla costruzione di una rete solidale di cittadini del mondo che si dedicano ad eliminare queste inutili sofferenze dalla faccia della terra.

Il fervente desiderio dei sopravvissuti ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, e di tutti gli hibakusha del mondo, è che nessun altro debba soffrire ciò che essi hanno patito. Questa determinazione è supportata a gran voce da tutta la società civile, che sostiene la Dichiarazione Congiunta adottata da 155 governi del mondo. Persino tra quei governi la cui concezione del bisogno di sicurezza nazionale impedisce il supporto aperto alla Dichiarazione Congiunta ci sono preoccupazioni concrete sulla natura disumana delle armi nucleari.

Confido che la Conferenza di Vienna servirà a creare una sfera sempre più ampia di preoccupazione condivisa. Ciò dovrebbe in seguito portare a quel tipo di azione condivisa che romperà lo stallo in cui si trova attualmente la questione delle armi nucleari, proprio nei mesi che precedono il 70° anniversario degli unici due esempi al mondo di utilizzo bellico di questo tipo di armi.

Traduzione italiana a cura di Daniele Santi e Irene Terracina

link fonte: http://www.ipsnews.net/2014/11/opinion-from-shared-concern-to-shared-action-thoughts-on-the-vienna-conference-on-the-humanitarian-impact-of-nuclear-weapons/

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