Riportiamo un articolo di Rebecca Johnson pubblicato su Project Syndicate per loro gentile concessione.

LONDRA – Il 6 agosto 1945, la prima bomba all’uranio è esplosa sopra Hiroshima con la forza di 15.000 tonnellate di TNT. 140.000 persone sono morte quell’anno a causa dello scoppio e della palla di fuoco che hanno divorato la città, dei detriti che cadevano, e del fallout radioattivo. Tre giorni dopo, Nagasaki fu distrutta da una bomba al plutonio che corrispondeva a quella che gli Stati Uniti avevano testato nel deserto del New Mexico tre settimane prima.

Il successo di questo test portò lo scienziato a capo del Progetto Manhattan, Robert Oppenheimer, a riflettere sul fatto che era diventato un “distruttore di mondi.” Nei successivi 40 anni, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu (Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito, Francia e Cina) hanno accumulato circa 70.000 armi nucleari, con una forza esplosiva combinata di 15 milioni di tonnellate di TNT.

Il prossimo ottobre segnerà il 50° anniversario della crisi dei missili a Cuba, quando il presidente statunitense John F. Kennedy e il premier sovietico Nikita Khrushchev evitarono – tanto per fortuna quanto per giudizio – di cadere nel baratro di una guerra nucleare. Errori di calcolo e politiche di minaccia hanno portato a molti altri episodi simili prima che gruppi di attivisti della società civile innescassero una riduzione a cascata delle armi nucleari, rafforzata dalla fine della Guerra Fredda.

Negli anni ‘80, gli studi congiunti da scienziati statunitensi e sovietici hanno dimostrato che una vera e propria guerra nucleare tra superpotenze della Guerra Fredda avrebbe causato una devastazione ambientale così grave che il conseguente “inverno nucleare” avrebbe potuto estinguere la vita sulla terra. Questi studi, insieme alla pressione dell’opinione pubblica, motivarono il premier sovietico Mikhail Gorbachev a raggiungere il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan nel 1986, per la redazione di una delle più complete proposte di controllo degli armamenti nella storia.

Ciò nonostante, nel 67° anniversario di Hiroshima – e più di 20 anni dopo la caduta del muro di Berlino – migliaia di armi nucleari minacciano la vita sulla terra – un dato di fatto che la maggior parte delle persone preferisce ignorare. Inoltre, la minaccia di un’ulteriore proliferazione in paesi come Iran e Corea del Nord ha allontanato ulteriormente l’attenzione ufficiale e del pubblico dal pericolo maggiore rappresentato dagli arsenali esistenti.

Di fatto, l’Iran sta accelerando il programma di arricchimento dell’uranio e le attività missilistiche e nucleari collegate comportanto preoccpuazioni. In effetti indipendentemente dal fatto che l’Iran decida di dotarsi dell’arma nucleare, le sue capacità nulceari potrebbero trasformare radicalmente il Medio Oriente, non foss’altro per la vicinanza con altre potenze nucleari quali – Pakistan, India e Israele – che insieme potrebbero possedere qualcosa come 300-400 armi nucleari. L’Iran non ha ancora armi nucleari, e il leader supremo del paese, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha chiamato queste nazioni haraam (religiosamente poribite sotto l’Islam).

La maggioranza delle armi nucleari – circa 19.000 – appartengono ai cinque stati dotati di armi nucleari riconosciuti nel 1968 dal Trattato di non proliferazione nucleare. Mentre tutti dichiarano che una guerra nucleare è sempre meno probabile oggi, questi arsenali – e le dottrine e le operazioni connesse alla loro implementazione – minacciano di infliggere gravi danni a lungo termine sull’ambiente globale, anche se la loro implementazione fosse limitata ad una sola regione.

Effettivamente, una nuova ricerca ha rivelato che 100 bombe nucleari della potenza di quella di Hiroshima sganciate sui centri urbani in India e Pakistan metterebbero a repentaglio più di un settimo della popolazione mondiale. Nel breve termine, le palle di fuoco, le tempeste di fuoco che ne deriverebbero, e le diffuse ricadute radioattive ucciderebbero decine di milioni di persone. Inoltre, le esplosioni solleverebbero milioni di tonnellate di fumo fuligginoso nell’atmosfera, causando l’oscuramento dei cieli, con il calo di temperetura medio in tutto il mondo di 1,25 gradi centigradi, e piogge incessanti.

Questi effetti si manterrebbero per un decennio, provocando una carestia globale che colpirebbe più di un miliardo di persone. Epidemie infettive e un ulteriore conflitto richiederebbero un pedaggio aggiuntivo. Secondo la Croce Rossa, se le armi nucleari fossero utilizzate oggi, le esigenze dei sopravvissuti sopraffarrebbero pesantemente la capacità di assistenza umanitaria globale.

Questo scenario regionale limitato (pari al 0,04% della potenza totale esplosiva degli arsenali esistenti in questo momento) dimostra la fallibilità della deterrenza nucleare, così come la possibile reiterazione dei fattori di rischio che ha portato alla crisi dei missili di Cuba, tra i quali l’errore di calcolo, i problemi di comunicazione, l’escalation militare e, potenzialmente, i comandanti canaglia. Accrescere le capacità di “guerra cibernetica” in molti paesi aggiunge una dimensione di volatilità a un mix già pericoloso.

Questi studi dimostrano chiaramente che anche una guerra nucleare limitata a una regione avrebbe conseguenze umanitarie e di emergenza sanitaria senza precedenti in tutto il mondo – anche per persone che vivono nelle “Nuclear Weapns Free Zones” (ndt. zone franche dalle armi nucleari), come l’Africa, l’America Latina, l’Asia centrale, il sud-est asiatico e il Pacifico.

Nel 67° anniversario dalla bomba su Hiroshima, i leader mondiali dovrebbero ricordare la devastazione provocata da due bombe nucleari relativamente piccole, e riconoscere che un trattato globale per la messa al bando delle armi nucleari è urgente, necessario e realizzabile. Finché i paesi possiederanno queste armi di distruzione di massa disumane, la proliferazione nucleare e le minacce persisteranno. La noncuranza non è opzionabile, i negoziati devono iniziare adesso.

link fonte: http://www.project-syndicate.org/online-commentary/from-hiroshima-to-disarmament-by-rebecca-johnson

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