Pubblichiamo la news n.15 – dicembre 2013 di Archivio Disarmo riguardante la pubblicazione del paper di Roberta Daveri dal titolo “L’accordo di Ginevra sul nucleare iraniano” del 24 novembre 2013.

Al termine di due mesi di intenso negoziato, nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2013, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania (P5 +1) hanno siglato con l’Iran il primo elemento di un accordo quadro in grado di portare nel corso dei prossimi sei mesi alla negoziazione di un “accordo complessivo” sul tema del nucleare. In cambio, il gruppo P5 +1 hanno deciso di eliminare parte delle sanzioni contro Teheran. L’accordo siglato a Ginevra può giustamente essere visto come prodromico a una fase di “limbo” in cui l’Iran e gli Stati Uniti valuteranno l’affidabilità delle intenzioni e delle azioni della controparte. Tutto ciò allo scopo di individuare concretamente i termini e le modalità di una graduale ripresa delle relazioni per la normalizzazione dei rapporti diplomatici. Nell’entusiasmo generale, tuttavia, non mancano già gli ostacoli causati dalla presenza di diversi interessi in gioco.

 

Capitolo I: Il contenuto dell’accordo di Ginevra 

Al termine di due mesi di intenso negoziato, nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2013, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania (P5+1) hanno siglato con l’Iran il primo elemento di un accordo quadro in grado di portare, nel corso dei prossimi sei mesi, alla negoziazione di un “accordo complessivo” sul tema del nucleare. In cambio, il gruppo P5+1 (o, per essere più precisi, gli Stati Uniti e l’Unione Europea) hanno deciso di eliminare parte delle sanzioni contro l’Iran. Ciò permetterà a quest’ultimo di riprendere limitate relazioni commerciali con gli Stati Uniti nei settori del petrolio e del gas, in quello petrolchimico e automobilistico, nel commercio di oro e metalli preziosi: il beneficio risultante per l’Iran ammonterà a 5-7 miliardi di dollari. Questo accordo, tuttavia, non è solo una questione di affari: il gruppo P5+1 ha inoltrato, infatti, la richiesta che l’Iran spenga e smantelli le centrifughe già operative.

Più in dettaglio, sono otto i punti principali di questo accordo preliminare, il quale dovrà essere adempiuto nella sua completezza entro un anno, così da regolarne gli aspetti tecnico-gestionali e renderlo pienamente efficace ed operativo:

1. L’Iran ha acconsentito ad interrompere la propria capacità di arricchimento al 20%, impegnandosi nella conversione dei materiali già arricchiti in barre combustibili. In tal modo verrà a mancare il presupposto per una capacità di utilizzo a scopo militare, fugando ogni sospetto circa l’intenzione di perseguire un programma bellico.

2. Verrà poi sospesa ogni attività del reattore ad acqua pesante di Arak, di cui era imminente l’entrata in servizio e su cui la Francia aveva già fatto naufragare la possibilità di un accordo nell’ultimo incontro ginevrino. L’Iran si è anche impegnato a non realizzare il progettato sistema di ritrattamento al fine di impedire qualsiasi uso del plutonio e scongiurarne in tal modo un possibile utilizzo bellico.

3. L’Iran si è impegnato nei confronti dell’AIEA a una politica di totale trasparenza, fornendo dettagli non solo sul ciclo industriale, ma anche su quello dell’attività mineraria e di procurement, con l’autorizzazione a ispezioni a sorpresa, quotidiane o periodiche, in tutti gli impianti inclusi nel documento negoziale sul programma nucleare. 

4. Come contropartita, i paesi del 5+1 si sono impegnati a garantire all’Iran l’immediata revoca delle sanzioni sulle esportazioni di petrolio e quelle sui servizi associati. In tal modo sarà permesso a Teheran di riprendere in modo pressoché integrale la propria politica commerciale nel settore degli idrocarburi attraverso un programma che potrebbe, anche a breve, riportare le compagnie straniere a investire nel Paese.

5. È stata, quindi, concessa all’Iran una limitata capacità di esportazione di prodotti non petroliferi, di fatto sancendo la possibilità di operare commercialmente soprattutto nelle aree di prossimità geografica. Saranno rimossi i vincoli delle sanzioni sui prodotti petroliferi e del settore automobilistico, aprendo il mercato a importanti evoluzioni soprattutto nel rapporto con i partner stranieri.

6. Verrà inoltre rimosso il divieto di commerciare oro e metalli preziosi con l’Iran, in modo da favorirne la possibilità di ottenere e proporre modalità di pagamento alternative alle proprie controparti commerciali. Questa limitazione aveva penalizzato fortemente, in particolar modo nell’ultimo anno, i rapporti economici fra Teheran e numerosi Paesi africani.

7. Saranno definitivamente abolite le sanzioni sulle forniture al settore del trasporto aereo commerciale iraniano, il che permetterà di agevolarne l’ammodernamento e facilitare l’approvvigionamento dei ricambi e delle strumentazioni più moderne.

8. Infine, verrà definito un sistema finanziario internazionale che consentirà la fornitura di generi alimentari, medicinali, macchinari sanitari e altre voci all’Iran che saranno pagati tramite i proventi della vendita di prodotti petroliferi ancora bloccati all’estero. Sarà così risolto uno dei più spinosi e complessi capitoli del contenzioso.

Ciò che l’Iran non ha ottenuto (e su cui aveva fortemente puntato sin dall’inizio dei negoziati) è stato l’ufficiale riconoscimento del diritto all’arricchimento. Su questo aspetto, considerato da Teheran non negoziabile sino a pochi mesi fa1 , le Parti sono riuscite a venirsi incontro: Teheran ha dimostrato insperata flessibilità, accogliendo una delle principali richieste degli Stati Uniti, fortemente sotto pressione sullo specifico argomento da parte di Israele2 e dell’Arabia Saudita. L’Iran e i Paesi del 5+1 hanno, dunque, un anno di tempo per concordare i termini funzionali e operativi del programma nucleare iraniano, definendo i dettagli dei limiti nell’arricchimento, della gestione dei materiali risultanti dal processo e dello sviluppo degli impianti interessati dal programma. I 5+1 dovranno impegnarsi, dal canto loro, per la rimozione delle voci concordate del piano sanzionatorio, dando alla Repubblica Islamica la possibilità di alleviare la propria crisi economica e migliorare lo stato delle proprie finanze pubbliche3.

 

Capitolo II: Dietro le quinte

Nonostante l’entusiasmo dovuto all’insperato risultato negoziale4 , non va dimenticato però che, tanto per cominciare, le concessioni iraniane dureranno solo pochi mesi e che, inoltre, Teheran ha già offerto in passato concessioni di così vasta portata in trattative per un accordo preliminare, riprendendo però in seguito le attività che aveva sospeso. Nell’accordo di Parigi del 15 novembre 20045 , infatti, con i ministri degli esteri di Gran Bretagna, Germania e Francia, l’Iran aveva accettato, su basi volontarie, di continuare e ampliare l’esistente sospensione dell’arricchimento includendo ogni attività relativa all’arricchimento e al riprocessamento. Ciò significava che l’Iran stava rinunciando a ogni attività volta alla fabbricazione, assemblaggio, installazione e sperimentazione di centrifughe o loro componenti. Il leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, ebbe a quel punto l’impressione che si trattasse di una sospensione a tempo indeterminato e vi si oppose. Khamenei si ammorbidì solo dopo che Hassan Rouhani, allora coordinatore capo della politica nucleare gli assicurò che si trattava di una misura temporanea che sarebbe durata solo fino al raggiungimento di un accordo che legittimasse l’arricchimento iraniano. Dopo che gli europei rifiutarono di negoziare, nel marzo del 2005, una proposta iraniana per una soluzione complessiva che avrebbe offerto garanzie contro l’arricchimento al livello di armamenti, Khamenei interruppe i negoziati e l’Iran pose fine alla sua sospensione delle attività collegate all’arricchimento6.

In un incontro a margine del vertice di Ginevra, tenutosi tra i dirigenti USA e la stampa a tarda notte di sabato 23 novembre 2013, è stato chiarito, infatti, come nei prossimi sei mesi l’Iran dovrà “occuparsi” delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le quali richiedono che l’Iran sospenda ogni attività di arricchimento e ogni lavoro al suo reattore pesante di Arak. Analogamente, i dirigenti USA hanno affermato che l’Iran deve adeguarsi ai suoi obblighi in base al Trattato di non proliferazione nucleare (TNP)7 e a quelli nei confronti dell’AIEA8 . Tali dichiarazioni sono sembrate indicare come l’amministrazione USA intenda insistere su un’interruzione completa di ogni arricchimento (almeno temporaneamente) e sulla fine di tutto le attività ad Arak. Il testo dell’accordo raggiunto domenica afferma, tuttavia, che sia i P5+1 sia l’Iran “saranno responsabili della conclusione e attuazione di mutue misure a breve termine”, con apparente riferimento alle misure necessarie per portare a conclusione le valutazioni del Consiglio di Sicurezza sul problema del nucleare iraniano.

La volontà degli Stati Uniti di accettare l’accordo richiede, nondimeno, qualche spiegazione riguardo: in primo luogo, sul perché l’atteggiamento USA sul programma nucleare iraniano abbia subito un cambiamento così repentino; in secondo luogo, sul fatto che i diplomatici statunitensi erano impegnati in colloqui segreti con l’Iran da quasi un anno9 ; infine, sul perché dopo più di 30 anni di ostilità, Washington abbia deciso di cedere su alcune richieste. Anche se Mahmud Ahmadinejad è stato sostituito da Hassan Rouhani10, il presidente iraniano non è altro che il capo del governo. Tutte le questioni di principio sono decise dall’Ayatollah Khamenei, leader spirituale e supremo dell’Iran, il quale è sempre al suo posto. La risposta, quindi, può avere più a che fare con la politica interna statunitense che con l’Iran.Gli Stati Uniti, del resto, sono a lungo dipesi dal proprio potere militare predominante per praticare una “diplomazia coercitiva” nei confronti di Teheran, con la minaccia di attaccare l’Iran come asso nella manica. Ma già nel corso dell’amministrazione di George W. Bush tale extrema ratio cominciò a perdere credibilità quando divenne chiaro che l’esercito statunitense si sarebbe opposto alla guerra all’Iran proprio in ragione del suo programma nucleare. Oggi, i dirigenti dell’amministrazione Obama si stanno appunto comportando come se ritenessero che le sanzioni rappresentino un asso diplomatico nella manica più efficace dell’”opzione militare” andata perduta.1

Dopo i contatti segreti preliminari con l’Iran di agosto e settembre 2013, infatti, l’amministrazione Obama aveva rivisto i suoi calcoli negoziali alla luce dell’apparente ansia iraniana di raggiungere un accordo. A metà ottobre 2013 Jeffrey Goldberg, di Bloomberg, aveva scritto che la Casa Bianca e i Dipartimenti di Stato e del Tesoro erano interessati ad un’idea proposta da Mark Dubowitz (il direttore esecutivo della Fondazione per la Difesa delle Democrazie), che aveva esercitato con successo pressioni sull’amministrazione Obama per sanzioni mirate soprattutto a tagliare le entrate iraniane dalle esportazioni petrolifere.12. La proposta Dubowitz consisteva nel consentire all’Iran di accedere a parte dei suoi fondi congelati in conti all’estero in cambio della fornitura di concessioni verificabili sulla riduzione del proprio potenziale nucleare. Nel frattempo, gli Stati Uniti e altre Potenze avrebbero mantenuto l’intera struttura del regime delle sanzioni, almeno nel periodo transitorio, senza alcun cambiamento. Il piano avrebbe offerto contropartite maggiori per lo smantellamento totale anziché che per concessioni minori. Se l’Iran si fosse rifiutato, il piano avrebbe sollecitato sanzioni ancor più punitive contro il settore iraniano del gas naturale. Questa è stata, essenzialmente, la politica adottata dall’amministrazione Obama nei negoziati di Ginevra. Nell’accordo sul primo passo l’Iran ha, pertanto, accettato di interrompere ogni arricchimento al 20%, di ridurre a zero le intere scorte di uranio arricchito al 20%, di convertire tutto l’uranio a basso arricchimento in una forma che non può essere arricchita a un livello maggiore e di consentire agli ispettori dell’AIEA accesso quotidiano ai siti di arricchimento.

 

Capitolo III: Fautori e detrattori dell’accordo di Ginevra

L’accordo siglato a Ginevra può giustamente essere visto come prodromico a una fase di “limbo” in cui l’Iran e gli Stati Uniti valuteranno l’affidabilità delle intenzioni e delle azioni della controparte. Tutto ciò allo scopo di individuare concretamente i termini e le modalità di una graduale ripresa delle relazioni per la normalizzazione dei rapporti diplomatici. Nell’entusiasmo generale, tuttavia, non mancano gli ostacoli causati dalla presenza di diversi interessi in gioco. Primo tra tutti, Benjamin Netanyahu ha già definito l’accordo raggiunto come un “errore storico”; non meno pessimistico è stato il giudizio dell’Arabia Saudita, come si vedrà, che vede con enorme timore ogni ipotesi di riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran. Non mancano già, quindi, forti e costanti pressioni sia sul piano della sicurezza regionale (la Siria rischia di diventare un vero e proprio banco di prova per la tenuta dell’accordo), sia su temi umanitari (la spinosa questione delle libertà individuali e dei diritti umani sarà certamente un nuovo fronte di pressione sull’Iran).

Gli oppositori dell’accordo di Ginevra non scarseggiano neanche all’interno della stessa Repubblica Islamica e degli Stati Uniti. Non poche sono, infatti, in Iran le rendite di posizione determinate dall’isolamento e dalla politica sanzionatoria, con la conseguente determinazione di veri e propri conglomerati economici sorti e cresciuti sul presupposto di una limitata capacità di interazione del Paese.13 Negli Stati Uniti, invece, non è venuta meno la tradizionale riluttanza degli ambienti più conservatori nei confronti di qualsiasi politica di apertura ad un Iran governato dall’attuale sistema istituzionale. In seno ai gruppi più fortemente neoconservatori, con estese ramificazioni nel Congresso e con un consistente supporto delle lobbies filo-israeliane e filo-saudite, l’accordo viene giudicato pericolosamente sbilanciato a favore delle continuità dell’attuale classe dirigente della Repubblica Islamica: ossia, in aperta contrapposizione alla logica di supporto al regime change, che ha, al contrario, da sempre caratterizzato la linea portata avanti da tali gruppi. I detrattori dell’accordo denunciano, infatti, il netto vantaggio conseguito dall’Iran a fronte di limitazioni tutto sommato modeste e della contestuale possibilità di ristabilire lo status quo ante in tempi brevissimi.14

Pochi sono i dubbi, tuttavia, sul fatto che questa volta Washington abbia davvero intenzione di andare avanti: Barack Obama è stato tra i primi a supportare il nuovo accordo. In un discorso alla Casa Bianca del 23 novembre 2013, il presidente USA ha dichiarato che questo accordo è “solo un primo passo”, ma è molto importante per raggiungere un accordo globale sul programma nucleare iraniano. Gli Stati Uniti, nello specifico, hanno programmano di affrontare il problema dello sviluppo nucleare iraniano in due fasi. La prima è il raggiungimento di un accordo interinale di sei mesi che, secondo l’US National Security Advisor Susan Rice, “fermerà il progresso del programma nucleare dell’Iran per ridurlo con modalità precise”. La pausa di sei mesi, come previsto dagli statunitensi, dovrebbe permettere di negoziare “una soluzione completa, a lungo termine che risponda pienamente alle preoccupazioni della Comunità Internazionale”. Fino al raggiungimento di questo accordo, la sospensione delle sanzioni contro l’Iran sarebbe “limitata, temporanea e reversibile”. Le sanzioni, dunque, si confermano restare l’argomento principale della Casa Bianca. Dal punto di vista dell’amministrazione statunitense, infatti, la leadership iraniana fa sul serio sull’accordo nucleare solo a causa della pressione economica senza precedenti sull’Iran. Su questa base, dunque, l’amministrazione Obama cerca di convincere i senatori a non affrettarsi ad adottare altre sanzioni contro l’Iran, assicurando contemporaneamente i membri del Congresso che lo scongelamento dei beni promesso a Teheran darà all’economia iraniana non più di 10 miliardi di dollari.

Il bisogno di aggirare i senatori è del resto comprensibile, poiché la maggioranza del Congresso sostiene l’accelerazione del processo di adozione di nuove sanzioni. La loro logica è semplice: se le hard sanctions hanno costretto il governo iraniano ad accettare seri negoziati sul programma nucleare, allora, un’ulteriore pressione sull’Iran rafforzerà la posizione degli Stati Uniti in questa finestra di dialogo. Per questo motivo, quindi, non vedono alcun vantaggio per gli Stati Uniti nell’accordo provvisorio con l’Iran. Per ora, tuttavia, entrambe le Camere del Congresso hanno concordato per il rinvio dell’introduzione di nuove sanzioni e la lobby ebraica ha perso la battaglia presso l’opinione pubblica degli Stati Uniti sulla questione iraniana. Un sondaggio condotto negli Stati Uniti sulla questione dell’accordo con l’Iran, infatti, ha mostrato che il 65% degli statunitensi è d’accordo con l’allentamento delle sanzioni contro l’Iran in cambio di concessioni di Teheran sul suo programma nucleare.15

I membri europei del P5+1, Francia in primis, hanno visto la prospettiva di un riavvicinamento iraniano-statunitense con una certa dose di gelosia, temendo per i propri interessi nell’economia iraniana; gli avversari regionali di Teheran, peraltro, temono una minaccia diretta alla loro sicurezza nel nuovo corso del presidente Rouhani.16 Non solo in Israele, ma anche tra gli alleati arabi degli Stati Uniti (in prima linea l’Arabia Saudita), guadagna slancio la convinzione che non rappresentino più un partner affidabile in Medio Oriente. Dopo i fallimenti dei piani statunitensi in Iraq e in Afghanistan, infatti, i Paesi della Regione hanno motivo di dubitare della capacità degli Stati Uniti di garantire un risultato affidabile in Medio Oriente. Non è chiaro, oltre a ciò, come la situazione interna instabile in Egitto si connetterà alla nascente ripresa delle relazioni tra USA ed Iran, come l’Arabia Saudita reagirà a tali cambiamenti politico-strategici regionali, se la Turchia sarà soddisfatta del suo ruolo secondario e, soprattutto, come evitare che la Siria diventi un “Afghanistan arabo”17. In quasi tutti questi scenari, di fatti, si osserva l’indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti nei Paesi del Medio Oriente, ancora incapaci di difendere i propri interessi, mentre si sembra svilupparsi un vuoto nell’alleanza con le grandi Potenze mondiali. In tali circostanze, i leader mediorientali iniziano a rivalutare le loro relazioni con la Federazione Russa, che viene sempre più considerata l’alternativa al focus strategico unilaterale su Washington.

La Russia, pertanto, potrebbe svolgere un ruolo importante in Medio Oriente: gli esperti considerano che il punto di svolta del suo ritorno alla Regione sia la recente visita dei ministri russi al Cairo. Se il Cremlino, infatti, già presente nella sicurezza in Siria con stretti rapporti con l’Iran, continua a sviluppare la cooperazione con l’Egitto, è del tutto possibile che ciò comporterà l’inizio di una nuova èra nelle sue relazioni con il Medio Oriente. Questa tendenza è diventata evidente, ad esempio, in Iraq, il cui primo ministro Nuri al-Maliqi ha compiuto due viaggi a Mosca nel 2012 e neanche uno a Washington. Non vi sono, comunque, seri motivi per pensare che la Russia cerchi in questo modo di scacciare gli Stati Uniti dalla Regione. Anzi, si può parlare del desiderio del Cremlino di essere un partner alla pari della Casa Bianca, il cui parere è tenuto in conto nella risoluzione dei problemi regionali. La Russia, di conseguenza, risulta assumere un ruolo di facilitatore della normalizzazione dei rapporti iranianostatunitensi, in primo luogo per la risoluzione del problema nucleare iraniano. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, infatti, ha dato la seguente chiara sintesi dell’essenza del compromesso raggiunto a Ginevra: “This deal means that we agree that it is necessary to recognize Iran’s right to peaceful atoms, including the right to enrichment, provided that the questions that remain to the Iranian nuclear program and the program itself come under strict control of the IAEA. This is the final goal, but it has already been set in today’s document”.18 La posizione di principio di Mosca sulla soluzione del problema nucleare iraniana, ben nota ai suoi partners e rimasta immutata negli anni, è stata infatti utile ai partecipanti del P5+1, compresi gli Stati Uniti.

L’approccio della Russia si basa, dunque, sul riconoscimento del diritto dell’Iran di arricchire l’uranio come suo diritto inalienabile nell’ambito del TNP e sull’obbligo di sottoporre il programma nucleare iraniano al controllo internazionale globale. Se sarà raggiunto un accordo, allora la Russia proporrà la rimozione di tutte le sanzioni. La fuoriuscita dell’Iran dall’isolamento internazionale aumenterà l’influenza di Teheran in Medio Oriente e questo sarà probabilmente un vantaggio per la Russia, dato che ha già una forte partnership con l’Iran. Mosca, del resto, si oppone da sempre alle sanzioni economiche e commerciali, anche perché venivano considerate come preparativi per la guerra: stante le convinzioni del Cremlino, infatti, gli Stati Uniti e Israele non hanno ancora abbandonato la possibilità di chiudere con la forza il dossier del nucleare iraniano.

Per quanto riguarda, invece, i maggiori oppositori all’accordo, essi insistono sul fatto che l’Iran può in questo modo mantenere il potenziale per creare un’arma nucleare, in quanto tutta la sua infrastruttura di arricchimento dell’uranio rimane intatta. Un deluso Benjamin Netanyahu ha commentato, infatti, a caldo : “I emphasize: the deal does not envisage the elimination of a single centrifuge”.19 Nonostante per molti anni la politica estera d’Israele sia stata unilaterale ed orientata esclusivamente agli Stati Uniti, Israele ha apertamente ostacolato i negoziati sull’accordo provvisorio con l’Iran, cercando di sabotare la finestra di dialogo per poi emettere un ultimatum a Teheran. Molti esperti hanno rilevato, effettivamente, che una grande infrastruttura nucleare come quella in possesso dell’Iran, consistente in circa 17000 centrifughe per l’arricchimento, sarebbe necessaria per rifornire 12-15 centrali nucleari operative. Finora, tuttavia, l’Iran ha una sola centrale nucleare, a Bushehr, che tra l’altro riceve il combustibile dalla Russia; gli iraniani hanno, in effetti, trovato sempre difficoltà nello spiegare perché abbiano bisogno di tante centrifughe, ma si sono comunque detti pronti a qualsiasi forma di controllo, tra cui l’installazione di videocamere, rivelatori e ispezioni improvvise.20

La prospettiva di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran significa essenzialmente che Washington rinuncia a far capitolare Teheran e, quindi, al cambio del regime lì esistente. Questo è il motivo principale per lo sconforto d’Israele verso gli USA. Alla luce del deterioramento delle relazioni con Washington, secondo il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman è giunto di conseguenza il momento di cercare nuovi alleati che desiderino collaborare con Tel Aviv “sulla base di nuovi punti di vista sulla situazione”. Tale scenario per ora non fornisce, tuttavia, indicazioni certe della messa in atto di un tentativo di riorientare completamente la politica d’Israele. Mentre il capo della diplomazia israeliana ha criticato Washington per la sua disponibilità a raggiungere un compromesso con l’Iran sul programma nucleare, infatti, il ministro della Difesa di Israele Moshe Ya’alon ha incontrato il suo collega statunitense Chuck Hagel: nonostante le controversie relative alla questione iraniana, le Parti hanno confermato la prospettiva di sviluppare la cooperazione militare. Le relazioni speciali tra i responsabili della sicurezza dei due Paesi non sembrano essere dunque in questione; l’alleanza militare tra Israele e Stati Uniti difficilmente potrà essere sottoposta a una significativa revisione nel prossimo futuro.

Un ulteriore aspetto dell’accordo sul nucleare iraniano riguarda gli interessi particolari di quel gruppo di Paesi che fino all’ultimo hanno remato contro e continuano a farlo. Israele, ovviamente, come appena detto. Ma anche l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Turchia. Secondo molti commentatori, infatti, quest’ultima è stata subito pronta a congratularsi con i negoziatori al solo scopo di guadagnarsi un certo credito presso il nuovo vincente fronte sciita, a seguito delle ripetute batoste subite nel tentativo di porsi alla guida dell’islam sunnita. Il premier turco, reduce dallo scontro a colpi di ambasciatori ritirati con l’Egitto, sta cercando riparo modificando in corsa la sua politica estera, la quale voleva avere “zero problemi” con i vicini, ma avendo sposato la causa perdente dei Fratelli Musulmani si ritrova nei guai. Così il ministro degli esteri Davutoglu è dovuto volare in missione a Baghdad e molti dicono si prepari anche a recarsi a Teheran.

Di certo il ritorno di Teheran non piace neanche ai Paesi sunniti del Golfo. Riad, da parte sua, preferisce mantenere un basso profilo, ma lo schiaffo ricevuto da un’America sempre più prossima all’indipendenza energetica brucia. Il consulente esteri dello Shura Council Abdullah al Askar ammette, infatti, l’allarme nazionale per l’espansionismo di Teheran. La corona saudita, però, diversamente dai giorni della retromarcia di Washington sull’intervento in Siria, tace. Gli analisti ritengono che cercherà di avere una compensazione (forse più libertà di manovra in Siria), essendole ormai impossibile condannare chiaramente un accordo applaudito dal governo sciita di Baghdad e dal presidente siriano Assad (contro cui Riad finanzia la rivolta). Secondo l’ex ambasciatore americano a Riad Robert Jordan, i sauditi potrebbero sentirsi addirittura meno minacciati dall’atomica iraniana (rispetto alla quale ripetono ancora di essere pronti ad acquistarne una dal Pakistan) che dalla neo superpotenza sciita, sponsor di Damasco, degli Hezbollah libanesi, dell’Iraq post Saddam, del Bahrain e delle irredente provincie orientali saudite. In una prospettiva più ampia, quindi, un Iran riammesso nella comunità internazionale e più forte economicamente, nonché riavvicinatosi agli Stati Uniti, potrebbe ben contrastare le ambizioni dell’Arabia Saudita costringendola a rimodellare le proprie politiche regionali.21 L’Egitto, infine, vigila cupo. El Baradei si compiace dell’apertura con l’Iran, ma l’ex presidente dell’AIEA è ormai considerato un traditore in patria, dove di certo la giunta militare al potere non apprezza il contenuto dell’accordo. Dopo la deposizione dell’ex presidente Morsi, il Cairo, infatti, ha ricongelato i rapporti con la Repubblica degli Ayatollah. Inoltre, alla ricerca di una posizione di forza, i generali si sono messi a cercare di riallacciare i rapporti con Mosca per far capire a Washington che la vecchia alleanza non era garantita. Un bluff, concordano gli analisti, che potrebbe finire male se gli Stati Uniti, concentrati sull’Iran, li prendessero in parola.22

In conclusione, in pochi speravano che dopo la telefonata di disgelo fra Rouhani ed Obama a fine settembre 2013 alle Nazioni Unite, nemmeno otto settimane dopo l’Iran sarebbe stato pronto a questo passo. Obama può considerarlo uno dei suoi più brillanti risultati in politica estera, ma nei prossimi sei mesi si troverà sulle spalle tutta la responsabilità della verifica e del raggiungimento di risultati definitivi, irreversibili e tranquillizzanti, contro un Congresso che, come precedentemente illustrato, invece di allentarle vorrebbe imporre sanzioni ancora più restrittive contro Teheran. Se ciascuno rispetterà gli impegni nel grande Medio Oriente si apre adesso una nuova stagione politica dove gli equilibri potrebbero saltare perché l’Iran, che ha già molta influenza su Iraq e Siria, di fatto si candida a diventare il Paese leader dell’area quando cadranno le ultime sanzioni soprattutto sul petrolio che rimangono le più paralizzanti.23

 

1http://www.foreignaffairs.com/articles/140270/gary-samore/nuclear-rights-and-wrongs
2Per un approfondimento riguardo il programma nucleare di Israele, anche in rapporto con i dettami del trattato di non proliferazione nucleare, si rimanda a: http://www.archiviodisarmo.it/siti/sito_archiviodisarmo/upload/documenti/55910_Angelucci- _Il_programma_militare_nucleare_israeliano_2010.pdf http://www.archiviodisarmo.it/siti/sito_archiviodisarmo/upload/documenti/76026_Angelucci_Isra ele.2_Finale.pdf
3http://temi.repubblica.it/limes/laccordo-sul-nucleare-e-il-limbo-tra-usa-e-iran/54869
4http://www.foreignaffairs.com/articles/140295/mohsen-milani/persian-parley
5http://www.swissinfo.ch/ita/politica/Ci_si_sarebbe_potuti_arrivare_10_anni_fa.html?cid=37409506
6http://www.zcommunications.org/u-s-officials-hint-at-reservations-on-final-nuclear-deal-by- gareth-porter.html http://www.armscontrol.org/factsheets/Iran_Nuclear_Proposals
7Per maggiori approfondimenti sul Trattato di non proliferazione si rimanda a: I. Abbate e R. Daveri, Passato, presente e futuro del TNP ed il ruolo dell’Italia, in “Nuclear News” 8/2013, http://www.archiviodisarmo.it/siti/sito_archiviodisarmo/upload/documenti/57020_Abbate_Daveri _TNP _ ott_2013.pdf
8Per una più completa trattazione del processo di istituzione e delle funzioni dell’AIEA, si consiglia la lettura: http://www.archiviodisarmo.it/siti/sito_archiviodisarmo/upload/documenti/32249_Cicioni_AIEA_1.pdf http://www.archiviodisarmo.it/siti/sito_archiviodisarmo/upload/documenti/48780_Cicioni_AIEA_parte _2.pdf
9http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2013/11/24/nucleaire-plusieurs-mois-de- negociations-secretes-entre-les-etats-unis-et-l-iran_3519399_3218.html
10http://www.foreignaffairs.com/articles/140296/suzanne-maloney/saved-by-the-deal
11http://znetitaly.altervista.org/art/13244
12http://www.bloomberg.com/news/2013-10-23/obama-skips-syria-focuses-on-iran.html http://www.bloomberg.com/news/2013-10-16/america-s-plan-to-reward-iran-without-lifting- sanctions.html
13http://www.foreignaffairs.com/articles/140287/stephen-kotkin/rouhanis-gorbachev-moment
14http://temi.repubblica.it/limes/laccordo-sul-nucleare-e-il-limbo-tra-usa-e-iran/54869
15http://www.strategic-culture.org/pview/2013/11/27/behind-the-scenes-of-the-geneva-accord- with-iran.html
16Ibidem.
17Per un maggiore approfondimento sull’argomento, si rimanda a: Maged Srour “Armi e Medio Oriente: l’alleanza perfetta”, in Archivio Disarmo, “Sistema Informativo a Schede”, Novembre 2013 http://www.archiviodisarmo.it/siti/sito_archiviodisarmo/upload/documenti/95405_SROUR_M._- _Armi_e_Medio_Oiente_nov._2013.pdf
18http://temi.repubblica.it/limes/usa-e-iran-laccordo-sul-nucleare-e-solo-linizio/5489
19Ibidem.
20IAEA Director General Yukiya Amano, 28 November 2013 – Iran has invited inspectors from the International Atomic Energy Agency to visit a nuclear heavy water facility. http://www.un.org/apps/news/story.asp/www.iaea.org/dv100908.flv/petition/html/html/story.asp? NewsID=46612&Cr=nuclear&Cr1=#.Up2rXCivFqM

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