Compassione, saggezza e coraggio

Costruire una società globale di pace e coesistenza creativa

Nel celebrare l’anniversario della fondazione della Soka Gakkai Internazionale (SGI), vorrei esaminare le prospettive per la costruzione di una società globale di pace e coesistenza creativa in vista dell’anno 2030.
Sono passati sessantacinque anni dall’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani. Dalla loro istituzione le Nazioni Unite, attraverso questa e altre risoluzioni dell’Assemblea generale e varie conferenze mondiali, hanno chiarito i temi centrali che dovrebbero guidare e spronare la cooperazione internazionale. Questi temi includono i seguenti concetti: lo sviluppo sostenibile come risposta alla povertà, al degrado ambientale e all’instabilità economica; una cultura di pace come risposta ai conflitti e alla violenza strutturale; e la sicurezza umana, argomento di una risoluzione adottata dall’Assemblea generale nel settembre dell’anno scorso.
Nell’insieme questi sforzi per definire dei contesti concettuali evidenziano sia le ineludibili problematiche del mondo contemporaneo, sia le aree che richiedono un’azione prioritaria.
Un esempio concreto di ciò è costituito dagli Obiettivi di sviluppo del millennio (Millennium Development Goals, MDG) definiti nell’anno 2000 dalle Nazioni Unite. L’obiettivo di dimezzare la percentuale della popolazione mondiale in condizioni di estrema miseria è stato raggiunto molto prima della data stabilita, fissata inizialmente nel 2015, ed è stato realizzato anche quello di dimezzare la percentuale di persone senza un costante accesso a una migliore qualità dell’acqua potabile; infine l’obiettivo di eliminare la discriminazione di genere nell’educazione primaria è vicino al compimento.
Allo stesso tempo, se consideriamo l’attuale ritmo di avanzamento, ci sono obiettivi la cui realizzazione entro il 2015 è seriamente in dubbio, e naturalmente anche il pieno raggiungimento degli Obiettivi del millennio lascerà troppe persone in condizioni che minacciano la dignità della vita e la loro stessa esistenza; sono chiaramente necessari ulteriori sforzi.
Questi successi tuttavia dimostrano che si può davvero cambiare il mondo quando si condivide una comune consapevolezza dei problemi immediati e quando ci si pongono scadenze chiare, dando un obiettivo e una direzione all’impegno delle persone.
In seguito alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (Rio+20), avvenuta nel giugno 2012, ci si sta ora impegnando nella definizione di una serie di Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDG), una sorta di proseguimento degli MDG, e nel dicembre del 2012 è stato istituito un gruppo di lavoro con tale incarico: la discussione di questi obiettivi dovrebbe essere l’occasione per convogliare punti di vista diversi dai quali desumere ciò che è necessario realizzare in vista del previsto traguardo temporale del 2030, e delineare così il quadro di una nuova società globale.

Armi nucleari, la massima negazione della dignità della vita

Ora vorrei concentrarmi e offrire proposte concrete su due particolari sfide che il mondo ha davanti a sé: la messa al bando e abolizione delle armi nucleari e la creazione di una cultura dei diritti umani.
Riguardo alla prima, le armi nucleari sono la personificazione moderna del “pugnale che fulmina” di cui parla Goethe.
Il filosofo francese Paul Virilio ha esplorato la questione della velocità in relazione ai diversi problemi della civiltà contemporanea in maniera molto simile all’indagine di Goethe sugli aspetti della psicologia umana che spingono alla ricerca del “pugnale che fulmina”. In Speed and Politics Virilio scrive: «Il pericolo delle armi nucleari, e del sistema degli armamenti che implica, […] non è tanto il fatto che esse possano esplodere, ma che esistono e stanno implodendo nelle nostre menti».26
Naturalmente la distruzione generata da un’esplosione nucleare sarebbe immensa e irreparabile, ma l’intenzione di Virilio è quella di sottolineare l’anormalità di vivere sotto la minaccia dello scontro nucleare e l’impatto spirituale che ciò provoca anche quando queste armi non vengono usate. È una prospettiva importante, senza di essa aspetti essenziali della nostra situazione finirebbero nell’ombra. Ad esempio, specifica Virilio: «In quanto proseguimento di una guerra totale con mezzi diversi, la deterrenza nucleare ha segnato la fine della distinzione tra tempo di guerra e tempo di pace».27
Più di cinquant’anni fa, quando durante la guerra fredda si stava intensificando la competizione per sviluppare armi nucleari sempre più distruttive, il mio maestro, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda (1900-58), pronunciò una dichiarazione che invitava alla loro abolizione. In essa sottolineava il fatto che il possesso delle armi nucleari rappresenta una totale negazione della dignità della vita e lo dichiarò inammissibile in ogni circostanza, invitando a un radicale ripudio di simili modi di pensare: «Sebbene nel mondo stia prendendo forma un movimento per la messa al bando degli esperimenti sulle armi atomiche o nucleari, è mio desiderio andare oltre, attaccare il problema alla radice. Voglio denudare e strappare gli artigli che si celano nelle estreme profondità di simili ordigni».28
In altre parole, pur riconoscendo l’importanza degli sforzi per mettere al bando gli esperimenti nucleari, egli sottolineò che la risposta fondamentale a questo problema ci richiede di sfidare il pensiero originario che permette e giustifica il possesso delle armi di distruzione di massa.
Le armi nucleari non fanno distinzione tra combattenti e civili, distruggono intere città uccidendo grandi quantità di persone in un istante, il loro impatto sull’ambiente naturale è devastante e l’effetto dell’esposizione alle radiazioni infligge prolungate sofferenze alla popolazione. I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki hanno reso evidente la natura indescrivibilmente disumana di quelle armi: quali argomenti allora vengono addotti per giustificare il fatto che si continuano a possedere?
Si tratta, a mio parere, dello stesso atteggiamento psicologico che spinse l’umanità sull’orlo della guerra totale; nei termini dei contesti analizzati precedentemente in questa Proposta, è il modo di pensare che identifica in blocco come nemici tutti quelli che si trovano su una posizione contrapposta, a prescindere dalle differenze individuali. Ciò nega la possibilità di ogni altro modo di relazionarsi con loro, lasciando solo la scelta di una recisione violenta di tutti i legami. Non è forse questo il massimo disconoscimento della dignità della vita?
Niente qui viene mediato dall’atteggiamento che Hannah Arendt definiva «la disponibilità di condividere il mondo con altri esseri umani» contrapponendolo alla crudele freddezza del misantropo che «non considera nessuno degno di gioire insieme a lui nel mondo, nella natura e nel cosmo»,29 una condizione vitale dominata dall’impulso di rifiutare e distruggere l’esistenza altrui che il Buddismo definisce oscurità fondamentale.
È per tale ragione che la determinazione di Toda «di strappare gli artigli che si celano nelle estreme profondità di simili ordigni» e di proteggere il diritto di vivere dei popoli del mondo fu espressa in termini molto forti: «Invoco la pena di morte per coloro che dovessero decidere di utilizzare armi nucleari, che appartengano a un paese vincitore o a un paese sconfitto e a prescindere dalla loro nazionalità».30
In quanto buddista, Toda aveva spesso dichiarato la sua opposizione alla pena di morte, quindi questa sua apparente invocazione della massima punizione va interpretata come espressione della sua posizione di assoluta inaccettabilità dell’uso delle armi nucleari in qualunque circostanza. Fu inoltre un chiaro rifiuto della logica del possesso delle armi nucleari, dietro cui gli Stati perseguono i loro interessi in termini di sicurezza tenendo in realtà in ostaggio le popolazioni mondiali.
Quando Toda fece questa dichiarazione, nel 1957, il mondo era diviso nei blocchi contrapposti di Occidente e Oriente, ed entrambi polemizzavano sull’arsenale posseduto dall’avversario. Al contrario, Toda denunciò le armi nucleari come il male centrale della civiltà contemporanea e lo fece nel nome delle popolazioni mondiali, senza farsi influenzare dalle distorsioni delle ideologie e degli interessi nazionali.
Da allora il numero di nazioni che possiedono armi nucleari ha continuato a crescere e l’opera di prevenzione di una loro ulteriore proliferazione è stata naturalmente considerata un compito urgente. Tuttavia ritengo cruciale occuparsi del problema essenziale delle armi nucleari – la loro fondamentale disumanità – che il mio maestro ha esposto in maniera così netta.
Come ha sottolineato il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon: «Il possesso di armi nucleari da parte di alcuni ne incoraggia l’acquisizione da parte di altri. Questo porta alla proliferazione nucleare e alla diffusione della contagiosa dottrina della deterrenza nucleare».31
Se non affrontiamo la sorgente fondamentale di questo contagio, le azioni per prevenire la proliferazione nucleare non saranno persuasive né efficaci.

Bandire le armi nucleari perché disumane

A partire dalla Conferenza degli Stati parti per la revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (NPT) è sorto un crescente, seppure ancora embrionale, movimento per bandire le armi nucleari basato sulla premessa della loro disumanità.
Il Documento finale della Conferenza esprime una «profonda preoccupazione per le catastrofiche conseguenze umanitarie di un qualunque uso delle armi nucleari» e riafferma «la necessità che tutti gli Stati, in ogni occasione, ottemperino sempre alla legge internazionale pertinente, compresa la Legge umanitaria internazionale».32
Questa dichiarazione rivoluzionaria è stata seguita da una risoluzione da parte del Consiglio dei delegati della Croce Rossa Internazionale e del Movimento della Mezzaluna Rossa nel novembre del 2011, che si appella con forza a tutti gli Stati affinché «perseguano in buona fede e concludano con urgenza e determinazione i negoziati per la proibizione dell’uso e la completa eliminazione delle armi nucleari attraverso un accordo internazionale legalmente vincolante».33
In seguito, alla prima sessione del Comitato preparatorio per la Conferenza di revisione dell’NPT del 2015 che si è tenuta nel maggio del 2012, sedici paesi guidati dalla Norvegia e dalla Svizzera hanno pubblicato una dichiarazione congiunta sulla dimensione umanitaria del disarmo nucleare, dichiarando che «è fonte di grande preoccupazione il fatto che, persino dopo la fine della guerra fredda, la minaccia dell’annientamento nucleare rimanga parte del complesso della sicurezza internazionale del XXI secolo» e sottolineando che «è di estrema importanza che queste armi non siano mai usate di nuovo, in nessuna circostanza. […] Tutti gli Stati devono intensificare i loro sforzi per bandire le armi nucleari e realizzare un mondo libero da tali ordigni».34 Nell’ottobre del 2012 questa dichiarazione, con lievi modifiche, fu presentata al Primo comitato dell’Assemblea generale dell’ONU da trentacinque Stati membri e osservatori.
Nel marzo di quest’anno [2013] si terrà a Oslo, in Norvegia, una conferenza internazionale sull’impatto umanitario delle armi nucleari, con l’obiettivo di esaminare da un punto di vista scientifico gli effetti immediati e a lungo termine di qualunque uso delle armi nucleari e la difficoltà degli aiuti umanitari in casi simili. A settembre, l’Assemblea generale terrà un vertice sul disarmo nucleare.
Nella mia Proposta dello scorso anno ho richiesto l’istituzione di un gruppo di azione per una Convenzione sulle armi nucleari (NWC), composto da ONG e governi lungimiranti. È mia forte speranza che, attraverso gli incontri di cui ho parlato, si sviluppi e cresca un nucleo di ONG e governi che sostengano le dichiarazioni menzionate sopra e che, possibilmente prima della fine dell’anno, diano inizio al processo di stesura di un trattato per bandire le armi nucleari sulla base della loro natura disumana.
Un fattore chiave qui sarà la posizione assunta da quelle nazioni che hanno fatto affidamento sulla “deterrenza estesa” degli Stati possessori di armi nucleari, il cosiddetto ombrello nucleare.
Dei firmatari delle dichiarazioni indicate sopra fanno parte non solo nazioni appartenenti alle Zone libere da armi nucleari (NWFZ, Nuclear Weapon Free Zones) e paesi neutrali, ma anche la Norvegia e la Danimarca che sono membri della NATO e di conseguenza si trovano sotto l’ombrello nucleare dell’Alleanza atlantica. Tuttavia queste due nazioni non solo hanno sottoscritto quelle dichiarazioni, ma hanno anche svolto un ruolo chiave nella loro stesura.
Allo stesso modo il Giappone, che usufruisce della “deterrenza estesa” del suo alleato, gli Stati Uniti d’America, dovrebbe unirsi alle altre nazioni per la messa al bando delle armi nucleari in quanto disumane e lavorare per una più rapida realizzazione di un mondo libero dalla minaccia nucleare.
Il Giappone, anziché accettare che l’esistenza cronica delle armi nucleari renda inevitabile affidarsi alla deterrenza estesa, in quanto nazione che ha vissuto l’esperienza di un attacco nucleare dovrebbe promuovere l’idea che non ci sono distinzioni tra armi nucleari “buone” e “cattive” a seconda di chi le possieda, e dovrebbe svolgere un ruolo guida nel raggiungimento di una Convenzione sulle armi nucleari.
Prima ho fatto riferimento a un’ammonizione di Shakyamuni: «Ponendosi nei panni di un altro, non si dovrebbe uccidere né spingere altri a farlo». I sopravvissuti agli attacchi nucleari su Hiroshima e Nagasaki hanno continuato a dare voce alla duplice richiesta che nessuna nazione possa essere vittima di un attacco nucleare e che nessuna nazione ne metta in atto uno. Similmente il Giappone dovrebbe porsi in prima linea nell’impegno di prevenire costantemente la tragedia causata dall’uso delle armi nucleari.
Inoltre, dopo aver chiarito la propria determinazione a orientarsi verso misure di sicurezza che non si basino sulle armi nucleari, il Giappone dovrebbe adottare quelle misure per costruire la fiducia che costituiscono un ingrediente necessario alla creazione di una NWFZ nell’Asia nordorientale. In particolare il Giappone dovrebbe contribuire efficacemente alla riduzione delle tensioni regionali e alla diminuzione del ruolo delle armi nucleari, creando le condizioni per la loro abolizione globale.

Per un summit allargato sulle armi nucleari nel 2015

Recentemente anche dagli Stati dotati di armi nucleari sono emersi segnali di un cambiamento di atteggiamento nei confronti del loro utilizzo. In un discorso alla Hankuk University di Seul, in Corea, il 26 marzo 2012, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato: «La strategia nucleare della mia amministrazione riconosce che il massiccio arsenale nucleare ereditato dalla guerra fredda è scarsamente adatto a minacce odierne come il terrorismo nucleare».35 Una dichiarazione adottata al Summit NATO del maggio del 2012 sottolinea: «Sono estremamente remote le circostanze in cui potrebbe essere preso in considerazione un qualsivoglia uso di armi nucleari».36
Entrambe le dichiarazioni ipotizzano il proseguimento di una politica di deterrenza finché esisteranno le armi nucleari, e tuttavia puntano a una loro minore centralità all’interno della sicurezza nazionale.
La logica del possesso delle armi nucleari viene messa in discussione anche da un insieme di altre valutazioni. Presso numerose nazioni del mondo sempre più voci si chiedono se sia saggio continuare a possedere armi nucleari alla luce dell’enorme fardello economico che comportano. Ad esempio nel Regno Unito, che avverte ancora gli effetti della crisi economica mondiale, il previsto aggiornamento del vecchio sistema Trident di armi nucleari lanciate da sottomarino è al centro del dibattito nel campo della politica fiscale.
Si stima che la spesa annuale globale per le armi nucleari si aggiri intorno ai centocinque miliardi di dollari,37 rendendo evidente l’enormità del carico imposto alle società semplicemente per il fatto di continuare a possedere tali armi. Se ogni paese reindirizzasse queste risorse finanziarie verso la salute, il benessere sociale e i programmi di istruzione interni, o per aiutare lo sviluppo di altre nazioni, l’impatto positivo sulla vita e la dignità delle persone sarebbe incalcolabile.
Nell’aprile del 2012, un report dal titolo “Carestia nucleare” ha annunciato una nuova importante ricerca sugli effetti della guerra nucleare sull’ambiente. Pubblicata dall’Associazione internazionale dei medici per la prevenzione della guerra nucleare (International Physicians for the Prevention of Nuclear War, IPPNW) e dai Medici per la responsabilità sociale (Physicians for Social Responsibility, PSR), questa ricerca prevede che persino uno scambio nucleare su scala relativamente piccola potrebbe causare un rilevante cambiamento climatico, e che l’impatto su nazioni molto distanti da quelle in guerra potrebbe dare luogo a una carestia che colpirebbe più di un miliardo di persone.38
Originariamente ispirata dalla dichiarazione contro le armi nucleari del 1957 di Josei Toda, la SGI per decenni ha costantemente lavorato per la proibizione e l’abolizione delle armi nucleari. Più recentemente, in collaborazione con la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN), abbiamo predisposto una nuova mostra dal titolo Tutto ciò che ti è prezioso. Per un mondo libero dalle armi nucleari.
Le iniziative per risolvere la questione delle armi nucleari da una prospettiva politica o militare rimangono in stallo e così questa mostra, che nell’agosto scorso è stata presentata per la prima volta a Hiroshima, cerca di riesaminare la questione da molteplici prospettive, inclusa naturalmente la natura disumana delle armi nucleari, insieme alle questioni della sicurezza umana, della protezione dell’ambiente, dello sviluppo economico, dei diritti umani, dell’equità fra i generi e della responsabilità sociale della scienza. Un obiettivo della mostra è coinvolgere l’interesse dei singoli visitatori aiutandoli a fare un collegamento tra le armi nucleari e le proprie preoccupazioni personali, e in questo modo allargare ed estendere la solidarietà per un mondo libero dalle armi nucleari.
Gli sforzi della SGI nella lotta contro le armi nucleari sono basati sul riconoscimento che l’esistenza stessa di queste armi rappresenta la negazione suprema della dignità della vita. È necessario sfidare l’assoluta disumanità contenuta nell’idea che i bisogni degli Stati possano giustificare il sacrificio di un numero incalcolabile di vite umane e la distruzione dell’ecologia globale. Allo stesso tempo riteniamo che la questione delle armi nucleari possa fungere da prisma attraverso il quale individuare singolarmente temi come l’integrità ecologica, lo sviluppo economico e i diritti umani, problemi che il nostro mondo contemporaneo non può permettersi di ignorare, e nello stesso tempo ci aiuta a identificare gli elementi che disegneranno i contorni di una nuova società sostenibile in cui tutte le persone possano vivere con dignità.
A questo fine vorrei fare tre proposte concrete.
La prima: fare del disarmo un tema chiave degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. In particolare propongo che il dimezzamento delle spese militari mondiali relative ai livelli del 2010 e l’abolizione delle armi nucleari e di tutte le altre armi giudicate disumane dalla legge internazionale siano inseriti tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030. Nella proposta che ho presentato in occasione della Conferenza Rio+20 a giugno dell’anno scorso, ho insistito affinché gli obiettivi relativi all’economia verde (green economy), all’energia rinnovabile e alla prevenzione e attenuazione dei disastri venissero inclusi negli Obiettivi di sviluppo sostenibile, e credo che dovrebbero essere presi in considerazione anche gli obiettivi del disarmo. L’International Peace Bureau (IPB), l’Institute for Policy Studies (IPS) e altre organizzazioni della società civile stanno attualmente sostenendo la riduzione globale della spesa militare, e la SGI appoggia tale iniziativa con la consapevolezza che il disarmo è un’azione umanitaria.
La seconda proposta è di iniziare il processo di negoziazione per una Convenzione sulle armi nucleari con l’obiettivo di un accordo su una prima bozza entro il 2015: a questo fine dobbiamo impostare un dibattito attivo e poliedrico – centrato sulla natura disumana delle armi nucleari – per coinvolgere largamente l’opinione pubblica internazionale.
Infine la terza proposta è di organizzare un summit allargato per un mondo libero dalle armi nucleari: il Summit del G8 del 2015, nel settantesimo anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, potrebbe essere l’occasione adatta per un summit del genere, e dovrebbe prevedere la partecipazione aggiuntiva di rappresentanti delle Nazioni Unite e degli Stati non-G8 che possiedono armi nucleari, così come di rappresentanti delle cinque Zone libere da armi nucleari (NWFZ) esistenti e di quegli Stati che hanno svolto un ruolo guida nella campagna per l’abolizione delle armi nucleari. Se possibile la Germania e il Giappone, che saranno i paesi ospiti del G8 rispettivamente nel 2015 e nel 2016, dovrebbero accettare di invertire quest’ordine permettendo che il summit avvenga a Hiroshima o Nagasaki.
Nelle precedenti Proposte di pace ho insistito affinché la Conferenza di revisione dell’NPT del 2015 si tenesse a Hiroshima e Nagasaki in modo da realizzare un summit sull’abolizione del nucleare, e spero ancora che ciò possa verificarsi. Nondimeno le questioni logistiche derivanti dalla riunione dei rappresentanti di circa centonovanta nazioni potrebbe imporre di tenere la riunione presso la sede dell’ONU a New York, come avviene di solito. In quel caso, il summit del G8 previsto alcuni mesi dopo la Conferenza di revisione dell’NPT fornirebbe un’ottima opportunità di far affrontare questa importante questione a un ampio gruppo di leader mondiali.
A tale riguardo mi incoraggiano queste parole del discorso del presidente Obama in Corea, a cui mi sono già riferito: «Ma credo che gli Stati Uniti abbiano una peculiare responsabilità di agire – anzi, abbiamo un dovere morale. Dico questo da presidente dell’unica nazione che abbia mai usato armi nucleari». Tale affermazione, naturalmente, rafforza la convinzione che aveva espresso per la prima volta nel suo discorso di Praga nell’aprile del 2009. E ha proseguito dicendo: «Lo dico soprattutto da padre che desidera che le sue due giovani figlie crescano in un mondo in cui tutto ciò che conoscono e amano possa non essere cancellato in un istante».39
Queste parole esprimono l’anelito a un mondo come dovrebbe essere, un desiderio che non può essere taciuto persino dopo che tutti gli elementi politici e i requisiti della sicurezza sono stati pienamente presi in considerazione; è la dichiarazione di un singolo essere umano che si erge sopra le differenze degli interessi nazionali o le posizioni ideologiche. Un simile modo di pensare può aiutarci a sciogliere il nodo gordiano che troppo a lungo ha legato il concetto di sicurezza nazionale al possesso di armi nucleari.
Non esistono luoghi di maggiore impatto in cui considerare il pieno significato della vita nell’era nucleare rispetto a Hiroshima e Nagasaki. Ciò si è già visto quando nel 2008 a Hiroshima si riunì il G8 dei Presidenti delle Camere. L’ampio summit che invoco erediterebbe quello spirito e rafforzerebbe lo slancio verso un mondo libero da armi nucleari, diventando il punto di partenza per un impegno più ampio volto al disarmo globale a cui miriamo entro l’anno 2030.

Note:

26) Paul Virilio, Ground Zero, trad. di Chris Turner, Verso, London and New York, 2002, p. 52.

27) Virilio, Speed and Politics: An Essay on Dromology (Velocità e politica: un saggio di dromologia), trad. di Mark Polizzotti, Semiotext(e), Los Angeles, 2006, p. 166.

28) Josei Toda, “Dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari”, Toda Josei zenshu (Opere complete di Josei Toda), Seikyo Shimbunsha, Tokyo, vol. 4, p. 565; cfr. La rivoluzione umana, Esperia, vol. 12, p. 95.

29) Arendt, op. cit., p. 25.

30) Toda, “Dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari”, op. cit.

31) Ban Ki-moon, Remarks at Dialogue with Waseda University Students (Note al dialogo con gli studenti dell’Università Waseda), Tokyo, 4 agosto 2010, http://www.un.org/apps/news/infocus/sgspeeches/statments_full.asp?statID=899#.URPut47veXI

32) ONU, Assemblea generale, 2010 Review Conference of the Parties to the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons: Final Document (Conferenza di revisione 2010 degli Stati parti al Trattato di non proliferazione nucleare. Documento finale), New York, NPT/CONF.2010/50, Vol. I, p. 19, http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=NPT/CONF.2010/50

33) ICRC (International Red Cross and Red Crescent), Council of Delegates 2011: Resolution 1, http://www.icrc.org/eng/resources/documents/resolution/council-delegates-resolution-1-2011.htm,

34) UNODA (United Nations Office for Disarmament Affairs), Joint Statement on the Humanitarian Dimension of Nuclear Disarmament (Dichiarazione congiunta sulla dimensione umanitaria del disarmo nucleare), 2012, http://www.un.org/disarmament/WMD/Nuclear/NPT2015/PrepCom2012/statements/20120502/SwitzerlandOnBehalfOf.pdf

35) Barack Obama, Remarks by President Obama at Hankuk University (Osservazioni del Presidente Obama all’Hankuk University), 2012, http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2012/03/26/remarks-president-obama-hankuk-university

36) NATO (North Atlantic Treaty Organization), Deterrence and Defence Posture Review (Revisione della situazione di difesa e deterrenza), Comunicato stampa emanato il 20 maggio 2012, http://www.nato.int/cps/en/natolive/official_texts_87597.htm?mode=pressrelease

37) Haider Rizvi, Govts Boost Nukes While Cutting Aid, Social Services (I governi promuovono lo sviluppo delle armi nucleari e tagliano gli aiuti e i servizi sociali), Inter Press Service, luglio 2012, p. 27.

38) IPPNW (International Physicians for the Prevention of Nuclear War), Nuclear Famine: A Billion People at Risk – Global Impact of Limited Nuclear War on Agriculture, Food Supplies, and Human Nutrition (Carestia nucleare: un miliardo di persone a rischio – Impatto globale di una guerra nucleare circoscritta su agricoltura, risorse alimentari e nutrizione umana), 2012, http://www.ippnw.org/pdf/nuclear-famine-ippnw-0412.pdf

39) Obama, op. cit.

tratto da: Daisaku Ikeda “Costruire una società globale di pace e coesistenza creativa” – Proposta di pace 2013