di Daisaku Ikeda

26 gennaio 2017

Sono trascorsi sessant’anni da quando il mio maestro, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda (1900-1958), pronunciò la sua dichiarazione per la proibizione e l’abolizione delle armi nucleari.

Toda si batté al fianco del presidente fondatore, Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944) per la pace e il bene dell’umanità. Il nucleo del suo pensiero era una visione di cittadinanza globale che affondava le radici nella filosofia del rispetto per la dignità intrinseca della vita, insegnata dal Buddismo.

È la convinzione che nessuno, indipendentemente dal luogo di nascita o dal gruppo di appartenenza, dovrebbe essere soggetto a discriminazione, a sfruttamento o vedere i suoi interessi sacrificati a beneficio degli altri. È un modo di pensare profondamente in sintonia con l’appello delle Nazioni Unite alla comunità internazionale per la creazione di un mondo in cui “nessuno sia lasciato indietro”.1

Lo stesso intenso sentimento spinse Toda a denunciare le armi nucleari come male assoluto, come minaccia fondamentale al diritto alla vita della popolazione mondiale, e ad auspicare la nascita di un movimento con un’ampia base popolare per la loro proibizione. L’8 settembre 1957, sotto il cielo azzurro che segue al passaggio di un tifone, egli si rivolse a circa 5000 giovani radunati nello stadio Mitsuzawa di Yokohama con queste parole: «Spero che, come miei discepoli, ereditiate la dichiarazione che sto per formulare oggi e che ne diffondiate gli intenti, al meglio delle vostre capacità in tutto il mondo».2 Oggi, dentro di me, riecheggia ancora il suono della sua voce.

Da allora i membri della Soka Gakkai in Giappone e in tutto il mondo si sono adoperati insieme a individui e organizzazioni che condividono lo stesso intento per promuovere attività volte alla proibizione e all’abolizione delle armi nucleari.

Nel dicembre scorso, in un contesto in cui nella comunità internazionale cresce la consapevolezza della natura disumana delle armi nucleari, l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato una risoluzione di portata storica nella quale si chiede di dare avvio ai negoziati per un trattato che le proibisca. La prima di queste conferenze di negoziazione dovrebbe avere luogo a marzo presso la sede delle Nazioni Unite di New York.

Oltre alle armi nucleari, il mondo attuale ha di fronte numerose altre gravi minacce fra cui il susseguirsi pressoché infinito di conflitti armati e la sofferenza dei rifugiati che stanno aumentando rapidamente. Tuttavia io non sono pessimista riguardo al futuro dell’umanità, perché ho fede nei giovani del mondo, ognuno dei quali incarna la speranza e la possibilità di un futuro migliore.

Non voglio certo negare che milioni di giovani stiano vivendo in difficili condizioni di povertà e diseguaglianza, e lo dimostra il fatto che i bambini e i giovani sono in cima alla lista dei gruppi che meritano una attenzione speciale secondo gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) dell’Onu annunciati l’anno scorso.

In Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, la risoluzione dell’Assemblea generale che stabilisce gli SDG, i giovani vengono identificati come «agenti critici di cambiamento»3, un’idea che condivido con tutto il cuore. I giovani e il loro energico impegno rappresentano la soluzione alle sfide globali che abbiamo di fronte; detengono le chiavi per realizzare gli scopi stabiliti dall’ONU per il 2030.

In questa proposta intendo concentrarmi particolarmente sul ruolo dei giovani e suggerire alcune riflessioni relative alla realizzazione di quelle società pacifiche, giuste e inclusive di cui parlano gli SDG.

[…]

Abolire le armi nucleari: superare la logica della deterrenza

Desidero adesso offrire proposte concrete in tre ambiti prioritari per la realizzazione di quelle società pacifiche, giuste e inclusive che costituiscono l’intento degli Sdg.

  1. Proibire e abolire le armi nucleari
  2. Rispondere alla crisi dei rifugiati
  3. Costruire una cultura dei diritti umani

Riguardo al primo punto, nel dicembre 2016 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione di portata storica in cui richiede di intraprendere i negoziati per uno strumento legalmente vincolante che proibisca le armi nucleari. La risoluzione prevede che venga convocata una prima conferenza alla fine di marzo e un’altra fra metà giugno e i primi di luglio, entrambe presso la sede dell’ONU, e invita i governi che parteciperanno a fare del loro meglio per stipulare al più presto un trattato.

Nel mondo attuale ci sono ancora più di 15.000 testate nucleari.44 Il progresso verso il disarmo si è arrestato e i piani per l’ammodernamento degli arsenali nucleari progrediscono. La minaccia rappresentata dalle armi nucleari sta aumentando.

Per metterci in guardia da questo rischio il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy (1917-1963) paragonò la questione nucleare a una spada di Damocle ‒ una metafora della Grecia antica ‒ sospesa sulle nostre teste sotto forma della minaccia di una distruzione inimmaginabile per l’umanità e l’ambiente globale. Non è qualcosa che riguarda il passato ma anzi, come sottolinea la risoluzione dell’Assemblea Generale, è «della massima urgenza».45

A questo proposito vorrei formulare varie proposte.

Anzitutto, convocare al più presto un summit Russia-Stati Uniti per rafforzare il processo di disarmo nucleare. Una responsabilità molto grave pesa sulle spalle dei leader di questi due paesi, che detengono massicci arsenali nucleari che minacciano la vita di tutti e hanno il potenziale di ridurre in cenere le civiltà che l’umanità ha costruito nel corso dei millenni.

Da quando le tensioni fra i due paesi sono notevolmente cresciute a seguito della questione ucraina di tre anni fa, il raffreddamento nelle relazioni bilaterali è stato tale da essere paragonato a una nuova Guerra fredda. Dall’entrata in vigore nel 2011 del Nuovo trattato Start, i negoziati per il disarmo nucleare hanno subito una battuta d’arresto e ci si chiede che fine farà il trattato dal 2018 in poi, quando dovrebbe essere completato il processo di riduzione di armi nucleari stabilito in passato.

Donald J. Trump, che è entrato in carica come presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio, ha chiamato il presidente russo Vladimir Putin subito dopo la vittoria elettorale e nella loro conversazione hanno concordato di mirare a un miglioramento delle relazioni bilaterali. Auspico vivamente che i leader di questi due paesi, che insieme possiedono più del novanta per cento delle scorte nucleari mondiali, si impegnino a discutere seriamente la questione nucleare e si adoperino per alleviare le tensioni.

A più di venticinque anni dalla fine della guerra fredda è ancora in vigore la politica della deterrenza e ci sono circa 1.800 armi nucleari in stato di allerta elevato, il che significa che possono essere lanciate all’istante.46 Riflettiamo sul significato di questo dato.

In un recente discorso l’ex segretario della Difesa statunitense William J. Perry ha narrato un episodio scioccante, relativo a quando era sottosegretario alla Difesa dell’amministrazione Carter: nel cuore della notte ricevette dal funzionario di vigilanza la comunicazione che il Comando nordamericano di difesa aerospaziale (Norad) aveva segnalato 200 missili sovietici in volo verso gli Stati Uniti. Si comprese subito che si trattava di un falso allarme, ma se l’informazione fosse stata veritiera il presidente degli Stati Uniti avrebbe avuto solo pochi minuti per prendere la cruciale decisione di sferrare o meno un contrattacco.47

La logica della deterrenza richiede che, pur non auspicando in alcun modo una guerra nucleare, per prevenire un attacco nemico si sia in grado di dimostrare di essere pronti in qualsiasi momento alla rappresaglia. Inoltre, per provare che non si tratta di mere parole, va costantemente mantenuta la capacità di un contrattacco immediato. In queste condizioni non si può abbassare la guardia nemmeno per un istante e la minaccia di una guerra nucleare imminente diventa un carico costante e inevitabile. Penso che ciò descriva adeguatamente la realtà della deterrenza nucleare iniziata con la guerra fredda che perdura ancora oggi.

Nel 1957, quando il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda pronunciò la sua dichiarazione in cui chiedeva l’abolizione delle armi nucleari, i contorni della deterrenza stavano assumendo una forma precisa. Stati Uniti e Russia stavano testando le bombe all’idrogeno, facendo a gara per costruirne di sempre più potenti, ed era in corso una variazione del sistema di lancio, dai bombardieri ai missili balistici.

Nell’agosto del 1957, un mese prima della dichiarazione di Toda, l’Unione Sovietica riuscì a testare con successo un missile balistico intercontinentale (Icbm) capace di lanciare e dirigere un’arma atomica contro qualsiasi località della Terra. Il 6 settembre, solo due giorni prima della dichiarazione, fallirono i negoziati per la riduzione e la proibizione delle armi nucleari che erano stati condotti per quasi sei mesi sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il serrato dibattito tra Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Unione Sovietica e Canada non riuscì a produrre un accordo e i negoziati furono definitivamente sospesi.

Il presidente Toda identificò nella dottrina della deterrenza la ragione della corsa incessante alla costruzione di armi che potevano portare alla catastrofe dell’umanità; vide chiaramente che il motivo addotto per il possesso di armi nucleari – come deterrente per mantenere la pace – in realtà riguardava la sola protezione dei paesi detentori, mentre si rimaneva freddi e indifferenti rispetto agli immensi sacrifici imposti alla maggior parte dell’umanità.

Perciò dichiarò che il suo scopo era «mettere a nudo e strappare gli artigli»48, cioè affrontare e superare il modo di pensare in base al quale si giustificava il possesso delle armi nucleari.

A quel tempo il duello nucleare fra Stati Uniti e Unione Sovietica veniva paragonato a quello fra «due scorpioni in una bottiglia»49, dimenticando che in quella bottiglia c’erano anche tanti altri paesi non nucleari abitati da milioni e milioni di persone. Inoltre quel duello basato sul “pungere o essere punti” aveva messo in ombra la vera realtà della natura apocalittica delle armi nucleari, che le rende fondamentalmente diverse da tutte le altre.

Affermando che «Noi tutti, cittadini del mondo, abbiamo un inviolabile diritto alla vita»50, Toda cercò di dissolvere le illusioni che avvolgevano la teoria della deterrenza nucleare. Dichiarò che era inammissibile che un paese minacciasse tale diritto e che l’uso delle armi nucleari non può mai essere giustificato.

La teoria della deterrenza toglie alle persone la capacità di ragionare fino in fondo. I sostenitori credono esclusivamente nella sua efficacia, rifiutandosi di considerarne le conseguenze catastrofiche in caso di fallimento. Allo stesso modo si rifiutano di accettare l’evidenza che, indipendentemente dalla deterrenza, potrebbe sempre verificarsi un’esplosione nucleare a causa di un incidente o di un guasto.

Questa incapacità di sviluppare il ragionamento fino alle sue logiche conclusioni è una caratteristica anche di coloro che si trovano sotto la deterrenza estesa del cosiddetto ombrello nucleare.

La realtà è che ogni stecca dell’ombrello nucleare è una spada di Damocle. Questa dottrina disumana della sicurezza nazionale presuppone di essere disposti a infliggere i supplizi di Hiroshima e Nagasaki al popolo di un altro paese. Se mai quel bottone fosse schiacciato, e iniziasse uno scontro nucleare, subirebbero danni irreparabili non solo gli attori del conflitto ma anche i paesi vicini e la Terra nel suo complesso.

La logica della deterrenza pone sui due piatti della bilancia della giustizia da un lato la sicurezza del proprio paese e dall’altro la vita di un gran numero di persone e l’ecologia dell’intero pianeta.

Se consideriamo tutto ciò nel contesto della discussione sulla giustizia fatta da Amartya Sen, alla quale accennavo prima, le politiche di sicurezza che cercano di impedire l’attacco nucleare di un altro paese corrisponderebbero alla forma di giustizia di niti, che pone l’accento sulla legittimità dell’obbiettivo. Ma alla luce del concetto di giustizia di nyaya, che riguarda invece la legittimità del risultato – ciò che accade davvero alle persone e alla loro vita – appare chiara l’impossibilità di giustificare in alcun modo dottrine di sicurezza basate sulle armi nucleari, che presuppongono la perdita di milioni di vite e la distruzione dell’ecologia globale.

Il diritto all’autodifesa contro un attacco militare è riconosciuto dalla Carta dell’Onu e, alla luce della legislazione internazionale, la validità della prospettiva di niti sulla sicurezza non potrebbe essere scartata tout-court. Ma quello che io vorrei mettere in discussione è il modo di pensare che accetta la necessità a oltranza delle armi nucleari.

Nel corso del tempo l’idea di deterrenza è stata usata per giustificare il possesso e la costruzione di armi sempre più nuove e letali. Ma la storia umana, fatta di guerre praticamente continue, ha dimostrato che questa idea non ha funzionato e che in innumerevoli occasioni il risultato è stato il conflitto. Come possiamo credere che la deterrenza, che ha fallito così spesso nel passato, si dimostri infallibile nel caso delle armi nucleari?

Nella sua recente opera Cinque miti sulle armi nucleari, Ward Wilson riflette proprio su questa domanda analizzando seimila anni di storia dell’umanità, una storia di guerra e di violenza gruppale. A suo avviso considerare solo i sessant’anni trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale significa pretendere di individuare una tendenza basandosi solo sull’un per cento dei dati. «In particolare, quando si considera un fenomeno radicato in maniera così profonda nella natura umana, ciò appare poco prudente».51 E afferma che un’adeguata considerazione di tale questione richiede quel tipo di prospettiva millenaria, sviluppata da Arnold J. Toynbee, che tiene conto dell’ascesa e della caduta di molteplici civiltà.

Proprio perché la deterrenza è qualcosa di intimamente radicato nella natura umana è necessario guardare direttamente in faccia i grandi rischi nascosti nelle sue profondità.

L’idea della dignità intrinseca della vita fu sviluppata dal Buddismo proprio attraverso un’esplorazione profonda della natura umana, e credo che sia pertinente a questo proposito. Vorrei citare alcune parole attribuite a Shakyamuni mentre faceva da mediatore in un conflitto fra due tribù che reclamavamo i loro diritti sull’acqua: «Guardate quelli che combattono, pronti a uccidere! La paura sorge dal prendere le armi e prepararsi a colpire».52

È interessante come Shakyamuni osservi il funzionamento del cuore di coloro che si preparano alle ostilità. Non si armano per timore dell’avversario, ma si impauriscono quando prendono le armi. Semmai provano rabbia, non paura, verso l’avversario che cerca di prendere la loro acqua. Ma nel momento in cui si ritrovano armati e pronti a sferrare colpi mortali agli avversari, il loro cuore si riempie di terrore.

David Emanuel Hoffman, editorialista di lunga data del Washington Post, descrisse eloquentemente come questa psicologia alimentata dalla paura avesse prodotto scenari da incubo durante la guerra fredda.53

All’inizio degli anni ‘80 i leader sovietici cominciarono a progettare un sistema che avrebbe dovuto funzionare anche dopo la distruzione della direzione politica e militare del paese a causa di un attacco nucleare. Ciò che temevano di più era perdere la possibilità di effettuare una rappresaglia. Così immaginarono un sistema completamente automatico, pilotato da un computer, che avrebbe garantito la rappresaglia in qualsiasi circostanza. Alla fine il progetto fu modificato perché l’esercito respinse l’idea di sferrare un attacco nucleare che non prevedesse alcun intervento umano, e fu deciso di trasferire l’autorità di prendere decisioni agli ufficiali sopravvissuti nei bunker.

In altre parole, negli ultimi anni della Guerra fredda era stato veramente progettato un sistema di rappresaglia nucleare che non poteva essere fermato da agenti umani. Anche se ciò non andò mai al di là della teoria, questa forma estrema di deterrenza incarna la paura profonda che sorge dal possesso di armi nucleari.

Lo scorso ottobre è stato il trentesimo anniversario del Summit di Reykjavík, una pietra miliare che diede inizio al processo che portò alla fine alla Guerra fredda.

Quando Michail Gorbaciov, allora Segretario generale dell’Unione Sovietica, propose al presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan (1911-2004) un incontro nella capitale islandese, a metà strada fra Washington e Mosca, aveva bene in mente il disastro di Chernobyl di sei mesi prima, che lo aveva profondamente preoccupato riguardo ai rischi di una guerra nucleare. È stato detto che anche il presidente Reagan ritenesse intollerabile l’idea di mantenere la pace attraverso la minaccia di un enorme massacro. Entrambi i leader nutrivano gravi preoccupazioni riguardo alle armi nucleari e così la discussione progredì quasi fino a giungere a un accordo per la loro completa eliminazione. Anche se alla fine l’accordo non fu raggiunto, l’anno seguente essi stipularono il Trattato sulle forze nucleari intermedie (Inf), che mise in moto il processo di disarmo nucleare.

È tempo che gli Stati Uniti e la Russia tornino allo spirito di Reykjavík e trovino un terreno comune per la pace globale.

La conferenza delle Nazioni Unite che negozierà un trattato per la proibizione e l’eventuale abolizione delle armi nucleari, il cui inizio è previsto in marzo, ha nella sua agenda misure per la riduzione e l’eliminazione del rischio di una detonazione accidentale di armi nucleari.54 Stati Uniti e Russia hanno vissuto più volte questi rischi durante e dopo la Guerra fredda. Vorrei esortare i leader di entrambi i paesi a impegnarsi in un dialogo che conduca alla revoca dello stato di allerta elevato dai loro armamenti e realizzi progressi significativi nella riduzione delle armi nucleari.

Proibire le armi nucleari; l’eredità di Hiroshima e Nagasaki

La mia seconda proposta riguardo alla proibizione e abolizione delle armi nucleari è che il Giappone, consapevole della sua responsabilità storica come unico paese ad aver subito un attacco nucleare in tempo di guerra, dovrebbe adoperarsi per una partecipazione il più ampia possibile ai prossimi negoziati, che includa anche gli stati che possiedono armamenti nucleari o fanno affidamento su di essi. Recentemente le città di Hiroshima e Nagasaki hanno contribuito a risvegliare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla questione nucleare ospitando una serie di eventi diplomatici e accogliendo varie personalità straniere in visita.

Nell’ottava Riunione ministeriale dell’Iniziativa per la non proliferazione e il disarmo (NPDI), che si è tenuta a Hiroshima nell’aprile 2014, i ministri degli Esteri dei paesi dipendenti dal nucleare, fra cui Australia, Germania e Paesi Bassi, hanno potuto ascoltare le testimonianze di alcuni hibakusha (sopravvissuti alle bombe atomiche). La riunione ha emanato una Dichiarazione congiunta in cui si ribadiva che l’attuale discussione sull’impatto umanitario delle armi nucleari dovrebbe essere il «catalizzatore di un’azione globale congiunta verso lo scopo di un mondo libero dalle armi nucleari».55

Nell’aprile 2016 si è tenuta a Hiroshima la riunione dei ministri degli esteri del G7. In tale occasione i ministri degli esteri di Stati Uniti, Regno Unito e Francia (stati nucleari), e Germania, Italia, Canada e Giappone (stati dipendenti dal nucleare), hanno visitato il Memoriale della pace o Cupola della bomba atomica (Genbaku Dome). La riunione ha adottato la Dichiarazione di Hiroshima sul disarmo e la non proliferazione nucleare che si conclude così: «Condividiamo il profondo desiderio del popolo di Hiroshima e di Nagasaki che le armi nucleari non siano usate mai più».56

Infine, nel maggio 2016, il presidente americano Barack Obama ha visitato Hiroshima; è stato il primo presidente americano in carica a farlo. Ha dichiarato: «Tra le nazioni, come la mia, che detengono un arsenale nucleare, noi dobbiamo trovare il coraggio di sfuggire alla logica della paura e costruire un mondo libero da queste armi».57

Il Giappone dovrebbe incoraggiare gli stati che hanno partecipato a queste discussioni di Hiroshima e Nagasaki, e anche il maggior numero possibile degli altri, a prendere parte ai prossimi negoziati multilaterali per il disarmo nucleare.

È prevedibile che tali negoziati affronteranno ostacoli simili a quelli che incontrò la Conferenza di revisione delle Parti 2015 del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (NPT) dove non si riuscì a creare un ponte che superasse le divisioni fra stati nucleari e non nucleari, e di conseguenza fu impossibile adottare un documento finale comune.

Tuttavia tutti gli stati condividono certamente un sostanziale apprezzamento per l’NPT e si preoccupano delle conseguenze catastrofiche delle armi nucleari. Su questa base si può trovare un terreno comune e riformulare il dibattito sulle armi nucleari.

A questo riguardo possiamo imparare una lezione importante dai negoziati che hanno condotto all’Accordo di Parigi, che ha costituito un punto di svolta nella lotta al cambiamento climatico. Ciò che ha reso possibile la riuscita dell’accordo è stato il concentrarsi sullo scopo comune di un futuro a basse emissioni di carbonio, un risultato auspicabile da tutti gli stati, piuttosto che sulle questioni di chi fossero i responsabili del cambiamento climatico o chi ne dovesse rispondere.

Si potrebbe adottare un approccio simile per le armi nucleari. L’istituzione di un trattato che proibisca la produzione, il trasferimento, la minaccia di uso e l’uso di queste armi dovrebbe essere considerata un’impresa globale che ha lo scopo di impedire che qualche paese ne sperimenti nuovamente gli orrori. Deve manifestarsi il serio impegno di costruire un ampio consenso basato su questa visione.

Come afferma il suo preambolo, l’adozione del NPT fu motivata dalla consapevolezza della «devastazione che una guerra nucleare arrecherebbe a tutta l’umanità» e dalla necessità di «salvaguardare la sicurezza delle persone».58

L’assunto fondamentale delle prossime conferenze è pienamente coerente con l’NPT. Un trattato che proibisca le armi nucleari non sostituirebbe l’NPT ma piuttosto lo rafforzerebbe, portando all’applicazione dell’Articolo VI che richiede la ricerca in buona fede di negoziati che conducano a un disarmo nucleare completo.

Qui è cruciale la partecipazione del maggior numero possibile di stati, allo scopo di identificare i punti di convergenza fra le esigenze di sicurezza nazionale e di difesa, e l’obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari.

Il primo Comitato preparatorio della Conferenza di revisione del NPT 2020 si dovrebbe riunire a Vienna in maggio. Oltre a concentrarsi sull’obbligo di realizzare il disarmo nucleare sancito dall’Articolo VI, dovrebbe realizzarsi lo sforzo di un mutuo riconoscimento delle esigenze di sicurezza di tutti gli stati e uno scambio di vedute sui passi che tutte le parti devono intraprendere per soddisfarle. Se queste consultazioni confluissero nei negoziati sul trattato per la proibizione delle armi nucleari che si terrà a New York in giugno, ne trarrebbero beneficio tutti gli stati. Garantire un collegamento fra le deliberazioni della Conferenza di revisione del NPT e il tentativo di colmare il divario fra le diverse prospettive potrebbe contribuire a rendere questi negoziati veramente costruttivi.

Il tema delle armi nucleari è una questione cruciale che l’Onu sta affrontando sin dalla sua fondazione, più di settant’anni fa. La complessità dei prossimi negoziati per la loro proibizione non dovrebbe essere sottovalutata. Tuttavia sono fiducioso nel fatto che, se gli stati continueranno onestamente a ricercare il dialogo, sarà possibile imprimere uno slancio irreversibile verso un mondo senza armi nucleari.

Un vertice Onu sul disarmo si dovrebbe tenere non più tardi del 2018. L’adozione di un trattato che metta fuorilegge le armi nucleari migliorerebbe le condizioni per dare avvio a un processo di riduzione sostanziale delle attuali scorte fino alla loro eventuale eliminazione.

Una dichiarazione delle persone comuni per un mondo senza armi nucleari

La mia terza proposta per la proibizione e l’abolizione delle armi nucleari è invitare persone di ogni ambito della società civile, in vista dei futuri negoziati, a rilasciare dichiarazioni che raccolte insieme potrebbero andare a formare una dichiarazione delle persone comuni per un mondo senza armi nucleari e costituire la base popolare per un trattato che le proibisca.

La società civile può svolgere un ruolo vitale nel chiarire e dare un volto umano a problemi che hanno una profonda rilevanza per tutti, al di là dei confini nazionali, e ciò a sua volta potrebbe incoraggiare un’azione concertata su scala globale. In caso contrario, tali questioni sarebbero affrontate solo nel contesto delle politiche nazionali.

Il Manifesto Russell-Einstein, pubblicato il 9 luglio 1955 da un gruppo di eminenti scienziati di tutto il mondo per evidenziare i pericoli delle armi nucleari, fu un esempio che fece storia:

«Cercheremo di non dire una sola parola che possa piacere più a un gruppo che un altro. […]

Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto».59

Come dimostrano queste parole, il Manifesto è l’espressione più di un sentire umano condiviso che di una logica di stati o nazioni. In tal modo coloro che leggono sono spinti a considerare le armi nucleari come un pericolo «per loro stessi, i loro figli e i loro nipoti»60 piuttosto che solo in un contesto nazionale.

Lo storico parere consultivo sulla minaccia o l’uso delle armi nucleari espresso dalla Corte internazionale di Giustizia (ICJ) nel luglio 1966 fu il risultato di una vigorosa campagna intrapresa dalla società civile con il Progetto Corte mondiale. All’inizio delle udienze furono presentate all’ICJ «dichiarazioni della coscienza pubblica» di circa quattro milioni di persone in quaranta lingue.

L’ICJ stabilì che la minaccia o l’uso di armi nucleari è in generale incompatibile con la legislazione internazionale e affermò chiaramente che gli stati hanno l’obbligo di ricercare e concludere negoziati che conducano a un disarmo nucleare completo.

Adesso, più di vent’anni dopo, sarà convocata una conferenza dell’ONU per negoziare un trattato che proibisca le armi nucleari. È tempo che la società civile esprima con forza il suo sostegno alla conferenza, dando impulso alla realizzazione di un trattato che abbia la forma di una legge internazionale voluta dalle persone.

Questa conferenza è diventata realtà non solo attraverso l’impegno diplomatico dei paesi che cercano una soluzione alla questione nucleare, ma anche attraverso il lavoro assiduo di individui e gruppi di varie provenienze, fra cui hibakusha di Hiroshima, Nagasaki e di tutto il mondo, scienziati, medici, avvocati, educatori e persone di fede.

Sono molte le forme in cui individui e gruppi possono agire, dall’emanazione di dichiarazioni che facciano parte di un appello popolare per un mondo senza armi nucleari alla realizzazione di eventi a livello di base sul significato del trattato che mirino ad ampliare il sostegno dell’opinione pubblica. Ognuna di queste azioni garantirà «la partecipazione e il contributo delle organizzazioni internazionali e dei rappresentanti della società civile»,61 come chiede la risoluzione dell’Onu che ha convocato la conferenza, e serviranno così a sostenere l’eventuale trattato. Sarebbe un supporto prezioso che ne accrescerebbe l’efficacia e l’universalità, dimostrando in forma tangibile il coinvolgimento profondo del sentimento popolare anche negli stati nucleari o dipendenti dal nucleare.

Una moltitudine di voci sta invocando questa azione. Per esempio più di 7.200 municipalità di 162 aree e nazioni, che comprendono stati nucleari e dipendenti dal nucleare, fanno parte di Mayors for Peace (Sindaci per la Pace), un organismo internazionale che chiede l’abolizione totale delle armi nucleari.

Mi tornano in mente le parole di Adolfo Pérez Esquivel, che donò alla città di Hiroshima una scultura di bronzo da lui stesso realizzata. Nel nostro dialogo sottolineò che «la pace è la dinamica che dà senso e vita all’umanità».62

Ma un regime di sicurezza che dipende dalle armi nucleari può forse produrre questo tipo di dinamica? Sono convinto che la risposta sia no; essa richiede quella pace che si realizza quando le persone si uniscono al di là di tutte le differenze in un impegno condiviso per tutelare la dignità della vita.

Nel 2007 la SGI ha lanciato la People’s Decade for Nuclear Abolition (Decennio delle persone per l’abolizione del nucleare) come parte del movimento di pace fondato sulla dichiarazione del presidente Toda per l’abolizione delle armi nucleari.

La mostra “Everything You Treasure ‒ For a World Free From Nuclear Weapons”, realizzata in collaborazione con la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), è stata esposta in tutto il mondo. Abbiamo raccolto nel 2014 oltre cinque milioni di firme a sostegno di Nuclear Zero, una campagna globale che chiede iniziative in buona fede per il disarmo nucleare.

Abbiamo collaborato alla stesura di dichiarazioni congiunte, realizzate sotto l’egida delle “Comunità di fede preoccupate delle conseguenze umanitarie delle armi nucleari”, che lo scorso anno sono state sottoposte al Gruppo di lavoro aperto a tutti gli stati membri (Open-Ended Working Group, OEWG) per il disarmo nucleare e al Primo Comitato dell’Assemblea generale dell’ONU, che si occupa di disarmo e sicurezza internazionale.

Nell’agosto 2015 la SGI ha contribuito alla realizzazione del Summit internazionale dei giovani per l’abolizione delle armi nucleari di Hiroshima e nel 2016 è stata costituita Amplify, una rete internazionale di giovani per l’abolizione delle armi nucleari, allo scopo di portare avanti i lavori del summit (vedi www.amplifyyouth.org).

Quest’estate la SGI terrà un summit di giovani per la rinuncia alla guerra nella prefettura di Kanagawa, sede della dichiarazione antinucleare di Toda, per commemorarne il sessantesimo anniversario.

La convinzione che alimenta i nostri sforzi nel corso del decennio passato è stata espressa in un documento operativo inviato all’OEWG nel maggio 2016, che è ora agli atti come documento ufficiale ONU: «[Le armi nucleari] minano il significato della vita umana e ostacolano la nostra capacità di guardare al futuro con speranza. […] Il nucleo del problema delle armi nucleari è la radicale negazione degli altri, della loro umanità e del altrettanto loro diritto alla felicità e alla vita. […] La sfida del disarmo nucleare non è qualcosa che riguarda solo gli stati che detengono armi nucleari; deve essere un’impresa veramente globale che coinvolga tutti gli stati e impegni pienamente la società civile».63

Affinché i negoziati ONU che inizieranno a marzo diventino un forum per questa impresa veramente globale, siamo determinati a fare il massimo lavorando insieme a individui e gruppi che condividono le stesse idee per riuscire a riunire e amplificare le voci della società civile.

[…]

NOTE

1) Un General Assembly, “Transforming Our World: The 2030 Agenda for Sustainable Development” (Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile) A/RES/70/1. Adottata dall’Assemblea generale, 25 settembre 2015, http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/70/1&Lang=E (ultimo accesso 26 gennaio 2017), p. 1.

2) Toda Josei, “Declaration Calling for the Abolition of Nuclear Weapons” (Dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari), http://www.joseitoda.org/vision/declaration/read (ultimo accesso 26 gennaio 2017). Cfr. La rivoluzione umana, Esperia, vol. 12, p. 95.

3) Un General Assembly, “Transforming Our World”, op. cit, p. 12.

44) Cfr. SIPRI Yearbook 2016: Armaments, Disarmament, and International Security (Armamenti, disarmo e sicurezza internazionale), Istituto di ricerca internazionale per la pace di Stoccolma, Stoccolma 2016, https://www.sipri.org/yearbook/2016/16, (ultimo accesso 26 gennaio 2017).

45) Un General Assembly, “Taking Forward Multilateral Nuclear Disarmament Negotiations” (Far progredire i negoziati multilaterali per il disarmo nucleare), A/RES/71/258, Adottata dall’Assemblea generale, 23 dicembre 2016,

https://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/71/258 (ultimo accesso 26 gennaio 2017), p. 2.

46) Cfr. SIPRI Yearbook 2016, op. cit.

47) Cfr. William J. Perry, “My Personal Journey at the Nuclear Brink” (Il mio viaggio sull’orlo della catastrofe nucleare), 17 giugno 2013, http://www.europeanleadershipnetwork.org/my-personal-journey-at-the-nuclear-brink-by-bill-perry_633.html (ultimo accesso 26 gennaio 2017).

48) Toda, “Declaration Calling for the Abolition of Nuclear Weapons”, op. cit. (vedi nota 2).

49) J. Robert Oppenheimer, “Atomic Weapons and American Policy” (Armi atomiche e politica americana), Foreign Affairs, luglio 1953, New York, Council on Foreign Relations, p. 529.

50) Toda, “Declaration Calling for the Abolition of Nuclear Weapons”, op. cit.

51) Ward Wilson, Five Myths About Nuclear Weapons (Cinque miti sulle armi nucleari), Houghton Mifflin Harcourt, New York, 2013, p. 96.

52) Hajime Nakamura, Budda no kotoba (Parole del Budda), Iwanami Shoten, Tokyo 1984, p. 203.

53) Cfr. David E. Hoffman, The Dead Hand: The Untold Story of the Cold War Arms Race and Its Dangerous Legacy (La mano morta: la storia mai raccontata della corsa agli armamenti durante la guerra fredda e la sua pericolosa eredità), Doubleday, New York, London, Toronto, Sydney, Auckland, 2009, p. 152.

54) Cfr. Un General Assembly, “Taking Forward Multilateral Nuclear Disarmament Negotiations”, op. cit., pp. 3-4.

55) Npdi (Iniziativa per la non proliferazione e il disarmo), “Joint Statement” (Dichiarazione congiunta), ottava riunione ministeriale, 12 aprile 2016, http://www.uae-iaea.net/media/Joint_Ministerial_Statement_NPDI_12April2014.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2017), p. 7.

56) Mofa (Ministero degli affari esteri del Giappone), “G7 Foreign Ministers’ Hiroshima Declaration on Nuclear Disarmament and Non-Proliferation” (Dichiarazione di Hiroshima dei ministri degli esteri del G7 sul disarmo e la non proliferazione nucleare), 11 aprile 2016, http://www.mofa.go.jp/mofaj/files/000147442.pdf (ultimo accesso 26 gennaio 2017), p. 2.

57) Barack Obama, “Remarks by President Obama and Prime Minister Abe of Japan at Hiroshima Peace Memorial” (Commenti del presidente Obama e del primo ministro giapponese Abe presso il monumento commemorativo per la pace di Hiroshima), 27 maggio 2016, https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2016/05/27/remarks-president-obama-and-prime-minister-abe-japan-hiroshimapeace (ultimo accesso 26 gennaio 2017).

58) Un General Assembly, “Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons,” (Trattato di non proliferazione delle armi nucleari), A/RES/2373(XXII), Adottata dall’Assemblea generale, 12 giugno 1968. http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=a/res/2373(xxii) (ultimo accesso 26 gennaio 2017), p. 5.

59) Pugwash, “The Russell-Einstein Manifesto” (Il manifesto Russell-Einstein), 9 luglio 1955, https://pugwash.org/1955/07/09/statement-manifesto/ (ultimo accesso 26 gennaio 2017).

60) Ibidem.

61) Un General Assembly, “Taking Forward Multilateral Nuclear Disarmament Negotiations”, op. cit., p. 4.

62) Adolfo Pérez Esquivel e Daisaku Ikeda, op. cit., p. 120.

63) Un General Assembly, “Nuclear Weapons and Human Security” (Armi nucleari e sicurezza umana), A/AC.286/NGO/17, presentata dalla Soka Gakkai Internazionale, 3 maggio 2016, https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G16/109/15/PDF/G1610915.pdf?OpenElement (ultimo accesso 26 gennaio 2017), pp. 2-3.

 

fonte: http://www.sgi.org/about-us/president-ikedas-proposals/peace-proposal-2017/index.html