di Ray Acheson | Reaching Critical Will, Women’s International League for Peace and Freedom

8 luglio 2017

Ieri, abbiamo messo al bando le armi nucleari.

È ancora difficile credere che sia successo davvero. L’enormità di quanto avvenuto non è stata ancora completamente assimilata. Anche se i sopravvissuti, gli attivisti, i politici, e i diplomatici stavano celebrando a New York e in tutto il mondo, molti hanno espresso grande meraviglia che ce l’avessimo fatta.

È stata una campagna lunga. L’attivismo contro le armi nucleari è stato forte e determinato per oltre settant’anni. Ma solo di recente, quando un piccolo gruppo di diplomatici assieme a un gruppo di rappresentanti della società civile – che lavoravano come parte o in collaborazione con la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari – hanno deciso di fare un salto nel buio, siamo stati in grado di produrre una legge internazionale che condanna e proibisce queste ultime armi di distruzione di massa.

Lavorando assieme, abbiamo schierato nella prima linea delle nostre azioni la resistenza e la speranza. Resistenza alla pressione da parte degli stati nucleari e dei loro alleati. Resistenza agli atteggiamenti di cinismo e disfattismo. Resistenza a proseguire nella direzione giusta, a rimanere calmi, a sentirsi dire di essere pazienti, che le nazioni “importanti” si sarebbero occupate della questione. Speranza che il cambiamento è possibile. Speranza che lavorando assieme possiamo raggiungere qualcosa che può interrompere alcune delle strutture e dottrine più potenti e pesantemente militarizzate del mondo intero. Speranza che un senso condiviso di umanità prevalga su tutte le probabilità. Nel suo commento di venerdì il Ministro degli Esteri irlandese Simon Coveney, citando Seamus Heaney, ha affermato che “la speranza non è l’ottimismo che aspetta che le cose vadano per il verso giusto, ma qualcosa radicato nella convinzione che vale la pena darsi da fare affinché questo accada”.

Ci sono stati incredibili ostacoli sul nostro cammino. Stavamo sfidando il potere. In risposta, molte di quelle forze di potere si sono scatenate contro di noi a livello politico, a volte anche personale. Nel suo discorso conclusivo l’Ambasciatrice del Sud Africa Nozipho Mxakato-Diseko ha dichiarato “l’incredibile pressione” esercitata sul suo continente affinché non partecipasse. Siamo stati testimoni di questa pressione esercitata su molti Stati a ottobre prima che l’Assemblea Generale votasse per l’inizio di queste negoziazioni. Siamo stati testimoni di ciò persino quando gli Stati stavano organizzando conferenze per esaminare l’impatto umanitario delle armi nucleari.

Non concedere a questi ostacoli di essere insormontabili è stata la chiave. Questa è una scelta. Uno può gettare la spugna o continuare a lottare. Nessun ostacolo è realmente troppo grande; si tratta di trovare il modo di passarci sotto, intorno, sopra o attraverso. Venerdì 7 luglio 122 governi hanno votato sì all’umanità. Hanno manifestato coraggio nel loro impegno condiviso e nel sostenere la società civile, riempiendo il vuoto alle loro spalle oltre le proprie capacità. Hanno manifestato coraggio nel loro “dovere morale”, per usare le parole dell’Ambasciatore Mxakato-Diseko, che ha poi aggiunto “votare no sarebbe stato come dare uno schiaffo sulla faccia alle vittime di Nagasaki e Hiroshima”.

Mettere al bando le armi nucleari non era una sfida insormontabile, come non lo è la loro totale eliminazione. Il giorno dopo l’adozione di questo Trattato siamo già testimoni del fiume di commenti sull’inutilità di quello che abbiamo fatto. Del fatto che questo Trattato non cambierà niente; di come abbiamo solo creato spaccature; di come non abbiamo eliminato una sola bomba atomica. Continuerà ad essere un’epica sessione maschilista di spiegazioni fino a quando i troll, che hanno investito le loro carriere accademiche o politiche per rafforzare lo status quo spiegando fino alla nausea che questo è il modo in cui le cose sono e che le cose non possono mai cambiare, si saranno annoiati e se ne andranno. (Dimostrare che hanno torto sembra non essere sufficiente – dicevano che non avremo mai potuto mettere al bando le armi nucleari e adesso che lo abbiamo fatto, la questione riguarda l’utilità di ciò, non più la possibilità).

È giusto che abbiamo lo spazio di protestare e criticare – se lo sono sempre presi questo spazio – e fintanto che ci impegneremo ulteriormente per smontare le strutture che li tengono al sicuro e protetti in quello spazio, continueranno a farlo. Nel frattempo, le femministe, quelli strani, le persone di colore, i sopravvissuti, i diplomatici determinati, i politici appassionati, gli accademici coscienziosi, gli attivisti feroci – i ribelli e i coraggiosi – continueremo a fare il possibile per contribuire al cambiamento. Lo facciamo per onorare le persone che hanno sofferto la violenza nucleare. Lo facciamo per assicurare che rispetto, dignità, coraggio e amore siano i tratti dominanti dell’umanità, piuttosto che la nostra capacità di auto-distruzione, l’egoismo e la paura.

C’è un tempo per celebrare ma non per auto-congratularsi. È tempo di lavorare ancora di più. Proprio come hanno affermato le critiche, questo Trattato non ha magicamente eliminato le armi nucleari in una notte. Abbiamo sempre saputo che sarebbe stato molto più complicato. Ma come dichiarato venerdì dalla sopravvissuta di Hiroshima, Setsuko Thurlow, nel suo meraviglioso discorso di chiusura alla conferenza di negoziazione, “Questo è l’inizio della fine delle armi nucleari”. Questo Trattato è stato concepito come strumento che possa aiutare a cambiare la politica e l’economia delle armi nucleari, come un mezzo di facilitazione al disarmo. Il testo che abbiamo adottato venerdì riveste bene questo ruolo. È una solida base per cambiare le politiche e le pratiche, così come per spostare il modo di pensare la discussione sulle armi nucleari, ancora più di quanto non sia stato fatto finora.

Non siamo stati in grado, come specie, di trovare il modo di risolvere tutto in una volta sola. A volte il nostro sforzo è semplicemente quello di rimanere sul giusto sentiero, insicuro e stretto come a volte può essere. Ma possiamo lavorare insieme per fare cose straordinarie – e dovremmo farlo più spesso. Serve solo coraggio. Suona troppo semplicistico, ma davvero non lo è. Ci è stato insegnato che questo è un approccio ingenuo al mondo – nel momento in cui diventiamo adulti viene inciso dentro di noi che quell’idealismo e attivismo sono proiezioni da giovani. Non lo sono. Sono lo scopo dei coraggiosi, di qualsiasi età, origini e credo.

Questo è un Trattato fatto dalle persone. Dai diplomatici che sono stati ispirati da un’idea e sono tornati a casa per far cambiare posizione ai loro governi. Dagli attivisti che hanno scritto, pensato e si sono riuniti, facendo incontrare governi e gruppi della società civile per trovare il modo di fare funzionare le cose. Dai sopravvissuti che hanno condiviso le loro testimonianze non curanti del trauma e della sofferenza che rivivere la loro esperienza comportava. Dai gruppi di attivisti che sono stati arrestati per aver irrotto nelle strutture nucleari, per aver fermato convogli che trasportavano armi nucleari o aver bloccato gli ingressi delle basi militari. Dagli attivisti che si sono mobilitati a livello nazionale per accrescere la consapevolezza e la pressione sui governi. Dai politici che hanno davvero rappresentato la volontà dei propri cittadini e detto la verità nei parlamenti. Dagli accademici che scrivono la teoria o registrano i processi.

Questo Trattato è l’incredibile impresa dell’azione collettiva delle persone che si sono unite per fare qualcosa che non era mai stato provato prima. Come ogni cosa creata dalle persone, ha le sue imperfezioni. Ma è un buon inizio sulla strada dell’abolizione, e ci dà un’idea di cosa sia possibile in questo mondo. Fosse anche solo per questo, ha significato.

fonte: http://www.reachingcriticalwill.org/disarmament-fora/nuclear-weapon-ban/reports/11789-nuclear-ban-daily-vol-2-no-15

Photo: Clare Conboy

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