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Abolire le armi nucleari

Il secondo ambito di azione condivisa che vorrei prendere in considerazione è la realizzazione di un mondo libero dalle armi nucleari.

La prima risoluzione presa alla sessione inaugurale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite appena insediata – nel gennaio del 1946 – riguardava il problema delle armi atomiche. Durante il processo di stesura della Carta delle Nazioni Unite l’esistenza di tali armi doveva ancora diventare di pubblico dominio e le discussioni erano concentrate più sulla sicurezza che sul disarmo. Tuttavia, alla fine del giugno 1945, solo poco più di un mese dopo l’adozione della Carta, bombe atomiche furono sganciate sulle città di Hiroshima e Nagasaki. Quando la notizia di questo spaventoso evento si diffuse in tutto il mondo, furono lanciati appelli sempre più incalzanti affinché le Nazioni Unite rispondessero prontamente alla nuova sfida.

Con quella risoluzione, che invitava «all’eliminazione dagli arsenali nazionali delle bombe atomiche e di tutte le altre principali armi adattabili alla distruzione di massa»,36 l’Assemblea Generale perseguì unanimemente l’eliminazione completa di quelle armi, senza eccezioni.

Questo richiamo finì quasi dimenticato in mezzo alle crescenti tensioni della guerra fredda. Tuttavia, l’Appello di Stoccolma del 1950 raccolse milioni di firme in tutto il mondo e si disse abbia pesato sulla decisione di non usare le armi nucleari nella Guerra di Corea, mentre nel 1957 furono create le Conferenze Pugwash37 da scienziati di entrambi gli schieramenti Est-Ovest per affrontare le minacce poste dalle armi nucleari. Queste e altre azioni della società civile alimentarono lo slancio verso una piattaforma legale internazionale sulle armi nucleari.

In aggiunta al monito rappresentato da incidenti come la Crisi dei missili di Cuba del 1962, che portò il mondo sull’orlo di una guerra nucleare, si arrivò alla fine al Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (Npt), che entrò in vigore nel 1970. I firmatari dell’Npt si impegnarono al perseguimento in buona fede del disarmo nucleare, un progetto ancora incompiuto avviato per la prima volta dalle Nazioni Unite ai suoi esordi. Oggi, però, quarantacinque anni dopo l’entrata in vigore di quel trattato, l’abolizione delle armi nucleari deve ancora trovare realizzazione e il progresso verso il disarmo sta ristagnando.

Recentemente il movimento che invita a un mondo senza armi nucleari ha assunto una nuova forma. L’ottobre scorso centocinquantacinque paesi hanno firmato una Dichiarazione congiunta sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari. Grazie a questo documento, più dell’ottanta per cento degli Stati membri ha chiaramente espresso il desiderio comune che le armi nucleari non vengano mai usate, in nessuna circostanza.

Le conseguenze umanitarie dell’uso di armi nucleari sono state argomento di tre importanti conferenze internazionali, a cominciare dalla Conferenza sull’impatto umanitario delle armi nucleari del marzo 2013 a Oslo, in Norvegia, seguita dalle conferenze internazionali a Nayarit, in Messico, e più recentemente a Vienna, in Austria, il mese scorso (dicembre 2014, n.d.r.).

Tra le conclusioni emerse da questa serie di conferenze, credo che siano particolarmente importanti i tre punti seguenti:

 

  1. è improbabile che uno Stato o un organismo internazionale possa affrontare in maniera adeguata l’immediata emergenza umanitaria causata dallo scoppio di un’arma nucleare e fornire assistenza sufficiente alle persone colpite.
  2. L’impatto dello scoppio di un’arma nucleare non rimarrebbe circoscritto ai confini nazionali, ma causerebbe devastanti effetti a lungo termine e potrebbe persino minacciare la sopravvivenza del genere umano.
  3. Gli effetti indiretti di uno scoppio includerebbero il blocco dello sviluppo socioeconomico e il caos ambientale, con conseguenze concentrate in particolare sui poveri e i vulnerabili.

 

Alla Conferenza di Vienna, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che partecipavano per la prima volta, hanno riconosciuto pubblicamente il complesso dibattito in corso sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari. È la dimostrazione che le conseguenze dell’uso di una qualunque arma nucleare sono di tale portata che la realtà deve essere affrontata da tutti, compresi gli Stati dotati di armi nucleari.

Tuttavia, quando si tratta di come procedere, le opinioni sono divergenti. La maggioranza dei partecipanti alla Conferenza condivide l’opinione che l’unico modo certo per scongiurare le conseguenze devastanti dell’uso delle armi nucleari sia la loro abolizione. Al contrario, tra le nazioni che possiedono armi nucleari e i loro alleati è ben radicata l’idea che vada mantenuta la deterrenza e che il modo migliore per realizzare un mondo libero dalle armi nucleari sia un processo graduale.

Anche se queste due posizioni sembrano separate da un abisso che può apparire incolmabile, in realtà sono collegate da una preoccupazione comune fondamentale relativa all’impatto devastante delle armi nucleari. È una preoccupazione sentita sia da coloro che hanno sottoscritto la Dichiarazione congiunta che da chi non l’ha fatto. Credo quindi sia importante partire da questa preoccupazione comune per cercare un’azione condivisa verso un mondo libero dalle armi nucleari.

Una volta compreso ciò, è fondamentale che gli Stati dotati di armi nucleari prendano in considerazione quale tipo di iniziativa sia necessaria per prevenire un danno irreparabile non solo per se stessi e i propri alleati, ma per tutte le nazioni.

Ora vorrei esaminare da vari punti di vista la natura inumana delle armi nucleari al di là della loro semplice potenzialità distruttiva. Sono questi aspetti che contraddistinguono le armi nucleari e le rendono fondamentalmente diverse da altri generi di armamenti.

Il primo aspetto riguarda la gravità del loro impatto, ciò che sono in grado di annientare immediatamente.

Sono rimasto colpito da queste parole contenute nella Relazione e Sommario delle conclusioni della Conferenza di Vienna: «Come nel caso della tortura, che nega l’umanità ed è ora del tutto inaccettabile, la sofferenza causata dall’uso delle armi nucleari non è solo una questione legale, ma necessita di una valutazione morale».38 Questo richiamo riflette il punto che il mio maestro, Josei Toda, sottolineò nell’appello per l’abolizione delle armi nucleari che pronunciò nel settembre del 1957, in un momento in cui le tensioni della guerra fredda stavano crescendo e la corsa alle armi nucleari stava accelerando. In quella dichiarazione Toda argomentò: «Anche se nel mondo ha preso vita un movimento per la messa al bando degli esperimenti sulle armi atomiche, è mio desiderio andare oltre, affrontare il problema alla radice. Desidero rivelare e strappare gli artigli che si celano negli aspetti profondi di quelle armi».39

Il Buddismo insegna che la minaccia più seria alla dignità umana è il male che deriva dall’illusione fondamentale inerente a tutte le forme di vita, nota come paranirmitavasavarti-deva o Re demone del sesto cielo. Questa è una condizione che manifesta la volontà di ridurre l’esistenza di ogni individuo all’insignificanza e di privare la vita del suo significato più essenziale. Toda asseriva che ciò che si cela nel profondo delle armi nucleari è la forma più estrema del male.

Egli spingeva dunque ad andare oltre la messa al bando degli esperimenti sulle armi nucleari e a rifiutare la logica della deterrenza nucleare, che si basa sull’essere pronti a sacrificare la vita di un grande numero di persone. Il rifiuto della logica della deterrenza è la soluzione fondamentale di fronte alla minaccia delle armi nucleari e deve essere perseguita in nome del diritto alla vita di tutte le popolazioni mondiali.

[Il fisico premio Nobel per la pace] Joseph Rotblat (1908-2005), che ricoprì a lungo un ruolo centrale nelle Conferenze Pugwash – create nel 1957, lo stesso anno in cui Toda pronunciò la sua dichiarazione – una volta condivise con me questa valutazione: «Sono stati adottati due approcci verso le armi nucleari. Uno è l’approccio legale, l’altro è l’approccio morale. Toda, da persona religiosa, adottò il secondo».40

Esiste un assoluto divieto normativo contro la tortura, che ritiene l’azione ingiustificabile in qualunque circostanza. Allo stesso modo, è arrivato il momento di sfidare le armi nucleari da una prospettiva morale.

Dopo la seconda guerra mondiale, seguendo le orme degli Stati Uniti, l’Unione Sovietica ha sviluppato le proprie armi nucleari con successo; la Gran Bretagna, la Francia e la Cina hanno fatto lo stesso. La proliferazione di armi nucleari è proseguita persino dopo che il Npt è entrato in vigore, e lo stallo nucleare globale è visto ormai come una realtà immutabile e inamovibile all’interno della comunità internazionale. Alla base di ciò c’è la politica di deterrenza nucleare secondo la quale, in termini elementari, è accettabile l’idea di annientare una popolazione nemica in cambio di (per evitare) un forte danno prolungato da sopportare.

Come svelò Toda, ciò va al di là di qualsiasi distinzione tra amico o nemico e nega immediatamente tutte le conquiste della società e della civiltà cancellando la prova di ognuna delle nostre vite e privando l’esistenza di significato.

Masaaki Tanabe, che guida un progetto per ricostruire immagini di Hiroshima prima della bomba atomica, dichiara: «Ci sono cose che non possono essere ricreate neppure con la più avanzata tecnologia di grafica computerizzata».41 Le sue parole illustrano vivacemente la natura insostituibile di ciò che è stato perduto.

Un mondo di deterrenza nucleare – un mondo reso sicuro dalla prospettiva di una distruzione imminente – rende ogni cosa fragile e accidentale. L’assurdità di questa situazione genera un nichilismo che ha un effetto profondamente corrosivo sulla società e la civiltà umana. Ciò non può essere tollerato.

Inoltre, come è stato discusso alla Conferenza di Vienna nel dicembre del 2014, c’è sempre il pericolo di una detonazione nucleare accidentale a causa di un errore umano, di un difetto tecnico o di un cyber-attacco. Non solo questo problema non è previsto all’interno della teoria della deterrenza, ma è un pericolo che aumenta in proporzione diretta al numero di nazioni che adottano o mantengono una politica di deterrenza nucleare.

Durante la Crisi dei missili di Cuba, i leader di Stati Uniti e Unione Sovietica ebbero tredici giorni per cercare delle strade per sciogliere la crisi. Oggi, se un missile che porta una testata nucleare dovesse essere lanciato accidentalmente, potrebbero volerci solo tredici minuti prima che raggiunga l’obiettivo. Fuga o sgombero sarebbero impossibili, e la città e gli abitanti che si trovano nel suo mirino ne uscirebbero devastati.

Per quanto grande sia stato lo sforzo che le persone possono aver investito cercando di vivere esistenze felici e per quanto lungo sia stato l’arco di tempo attraverso il quale la loro cultura e la loro storia si sono sviluppate, tutto ciò perderebbe significato. È in questa inesprimibile assurdità che va trovata la natura inumana delle armi nucleari, a prescindere dalle misure quantificabili del loro enorme potere distruttivo.

Il secondo aspetto dell’inumanità delle armi nucleari che vorrei esaminare è la distorsione strutturale generata dal loro costante sviluppo e modernizzazione.

Alla Conferenza di Vienna, l’impatto dei test nucleari è stato incluso per la prima volta in agenda. Il termine hibakusha viene usato oggi per tutti coloro che hanno sofferto di contaminazione da radiazioni causate dalle armi nucleari, e questo naturalmente include le persone colpite dai più di duemila test nucleari che sono stati eseguiti in tutto il mondo.

È stato stimato che la Repubblica delle Isole Marshall ha sperimentato il carico equivalente di 1,6 bombe della grandezza di Hiroshima ogni giorno per tutti i dodici anni in cui sono stati compiuti test nucleari.42 Questo fatto testimonia i reali effetti provocati dalla politica della deterrenza nucleare, nonostante essa rivendichi di aver tenuto lontano l’uso delle armi nucleari. In altre parole la politica della deterrenza nucleare, dove alla minaccia si risponde con la minaccia, ha provocato una corsa agli armamenti nucleari e un numero enorme di test nucleari generando, come afferma il Ministro degli affari esteri delle Isole Marshall Tony de Brum, «un carico che nessuna nazione e nessuna popolazione, dovrebbe mai sopportare».43

Dall’adozione del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty, Ctbt) nel 1996, il numero di test che implicano esplosioni nucleari è sceso quasi a zero. Tuttavia il fatto che il Ctbt non sia entrato in vigore nonostante ci siano centottantatré firmatari rende fragile questa moratoria de facto.

Inoltre il Ctbt non proibisce la modernizzazione delle armi nucleari, e finché persiste la politica della deterrenza nucleare sussiste un incentivo strutturale in base al quale una nazione sta dietro alla modernizzazione di un’altra con sforzi personali di modernizzazione. Si prevede che la spesa annuale relativa alle armi nucleari, che in tutto il mondo ha già raggiunto i centocinque miliardi di dollari, avrà un ulteriore incremento.44 Se questa somma enorme fosse destinata a migliorare la salute e il benessere negli Stati dotati di armi nucleari, e al supporto degli Stati in via di sviluppo dove la popolazione continua a lottare contro povertà e privazione, la vita e la dignità di un numero rilevante di persone ne risulterebbero rafforzate.

Continuare a sviluppare armi nucleari non solo va contro lo spirito dell’Articolo 26 della Carta delle Nazioni Unite, che invoca «la riduzione al minimo del dispendio di risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti», ma causa anche l’inumanità di perpetuare un ordine globale distorto a causa del quale le persone le cui esistenze potrebbero essere facilmente migliorate sono costrette a vivere costantemente in condizioni pericolose e degradanti.

Il terzo aspetto dell’inumanità delle armi nucleari che vorrei toccare è come il mantenimento di una posizione nucleare obblighi le nazioni a una costante tensione militare.

Tra i punti di azione immediata individuati alla Conferenza di revisione del Npt nel 2010, gli Stati dotati di armi nucleari si sono impegnati a «diminuire ulteriormente il ruolo e il significato delle armi nucleari in tutte le concezioni, dottrine e politiche militari e di sicurezza».45 L’anno scorso è stata presentata una relazione sull’avanzamento di tali punti, ma il cambiamento è stato poco significativo. Molti leader degli stati nucleari riconoscono che è estremamente difficile immaginare situazioni in cui potrebbero essere impiegate le armi nucleari, e che per loro natura a gran parte delle minacce contemporanee non si può rispondere con le armi nucleari. Tuttavia l’adesione alle politiche di deterrenza nucleare impedisce la realizzazione di questo impegno al disarmo.

A questo punto, può anche essere difficile che gli Stati dotati di armi nucleari si liberino completamente dalla preoccupazione di essere oggetto, essi stessi come i loro alleati, di un attacco nucleare. Nonostante tali preoccupazioni, però, dovrebbe essere considerata prioritaria la graduale rimozione delle cause che stanno alla base delle tensioni e lavorare per creare le condizioni in cui una reazione che includa l’uso di armi nucleari non sia più considerata l’unica opzione.

Come fu chiarito nel Parere consultivo della Corte internazionale di giustizia nel 1996, dovrebbe in genere essere considerato illegale non solo l’uso delle armi nucleari ma anche la minaccia di usarle.

Il giudice Ferrari Bravo, in una Dichiarazione allegata al Parere consultivo, ha commentato che «l’abisso che separa l’Articolo 2 del paragrafo 4 dall’Articolo 51 [della Carta delle Nazioni Unite] si è allargato in conseguenza del grande ostacolo della deterrenza che vi è stato inserito».46 Come si evince, il proseguimento della politica di deterrenza nucleare ha modificato la comprensione e la pratica del diritto all’autodifesa rispetto al modo in cui erano state concepite dai legislatori della Carta. Mentre l’Articolo 2 del paragrafo 4 stabilisce che la minaccia o l’uso della forza sono illegali per principio, l’esistenza delle armi nucleari ha reso necessari costanti preparativi per l’autodifesa individuale o collettiva, che nell’Articolo 51 sono definiti come misura temporanea da prendere finché il Consiglio di sicurezza non è pronto ad agire. Così, ciò che era una misura eccezionale è diventata pratica regolare, sovvertendo l’intento della Carta.

Persino dopo la fine della guerra fredda tale struttura non è cambiata. Anche senza scontro armato o ostilità tra le nazioni, la minaccia dell’uso di cui è premessa la deterrenza nucleare continua a creare tensioni militari che coinvolgono un grande numero di nazioni.

Gli Stati dotati di armi nucleari e i loro alleati finiscono vittime dell’ossessione della segretezza e della sicurezza per proteggere le informazioni riservate relative alle loro armi nucleari e alle attrezzature associate. Allo stesso tempo, gli Stati che si sentono minacciati da quelli dotati di armi nucleari sono incentivati a sviluppare le loro armi nucleari e a perseguire l’espansione militare. Nel peggiore dei casi questa spirale conduce a prendere seriamente in considerazione un’azione militare preventiva.

La deterrenza nucleare è stata costantemente identificata dai suoi sostenitori come la chiave per prevenire l’uso di queste armi. Ma quando il quadro generale per la valutazione della natura delle armi nucleari si allarga a includere tutte le implicazioni della vita nell’epoca nucleare, l’enormità del carico imposto al mondo in conseguenza di queste politiche diventa dolorosamente chiaro.

Credo che il fatto che le armi nucleari non siano state usate in tempo di guerra dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki può essere attribuito più a una consapevolezza del peso della responsabilità per l’impatto umanitario devastante legata al loro impiego che a un qualunque effetto deterrente. Ed è un fatto che le nazioni che non si trovano sotto la protezione di un ombrello nucleare non sono mai state oggetto di minaccia di attacco nucleare. È il peso morale dell’impegno ad abbandonare l’opzione nucleare – per esempio grazie alla creazione di Zone Libere dalle Armi Nucleari (Nuclear-Weapon-Free Zones, Nwfz) in cui le nazioni rifiutano collettivamente di inseguire gli armamenti nucleari – che ha chiaramente segnato una linea che altri Stati ritengono di non poter attraversare.

Nella Conferenza di Vienna del mese scorso, alla luce delle inaccettabili conseguenze umanitarie e dei rischi associati alle armi nucleari l’Austria ha fatto una promessa – nel suo ruolo di paese partecipante e non di paese ospite e di presidenza della Conferenza – di cooperare con tutti gli attori coinvolti, Stati, organizzazioni internazionali e società civile, per realizzare l’obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari.

Prima della conferenza, la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican), il Consiglio ecumenico delle chiese (Wcc) e la Sgi hanno organizzato all’interno di un Forum della società civile un comitato interconfessionale con praticanti del Cristianesimo, dell’Islam, dell’Induismo e del Buddismo per discutere una strada verso l’abolizione delle armi nucleari. Il risultato della discussione è stato riassunto in una Dichiarazione congiunta che esprime l’impegno dei partecipanti a lavorare per un mondo libero dalle armi nucleari. La Dichiarazione congiunta è stata presentata durante il dibattito alla Conferenza di Vienna come espressione della società civile.

La chiave per creare un’azione condivisa per un mondo libero dalle armi nucleari sta nel riuscire a concentrare l’energia di questi impegni nell’arco di quest’anno, il settantesimo anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki.

Ora vorrei proporre due iniziative specifiche.

La prima è lo sviluppo di un nuovo modello istituzionale per il disarmo nucleare, basato sul Trattato di non proliferazione nucleare. Nel dicembre del 2014 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato un’importante risoluzione che sollecita gli Stati a esplorare, durante la Conferenza di revisione del Npt del 2015, «opzioni per l’elaborazione di misure efficaci [per il disarmo nucleare] immaginate e richieste dall’Articolo VI del Trattato».47

Dalla decisione del 1995 di estendere indefinitamente il Npt, l’implementazione dei vari accordi raggiunti ha fatto pochi progressi e le sfide continuano ad accumularsi. Questa risoluzione esprime il profondo senso di urgenza presente nei centosessantanove paesi che l’hanno sostenuta di fronte al protrarsi dello stallo intorno alle questioni che riguardano le armi nucleari.

Dato questo contesto, vorrei sollecitare i capi di governo di tutti gli Stati a partecipare alla Conferenza di revisione del Npt di quest’anno. Suggerisco anche di organizzare all’interno della Conferenza di revisione un forum nel quale poter condividere i risultati della Conferenza internazionale di Vienna sull’impatto umanitario delle armi nucleari.

Alla luce del fatto che alla Conferenza di revisione del 2010 tutte le parti del Npt hanno espresso unanimemente la loro preoccupazione riguardo alle conseguenze umanitarie catastrofiche dell’uso delle armi nucleari, spero che ogni capo di governo o delegazione nazionale presenti il piano di azione nazionale per evitare simili conseguenze alla Conferenza di Revisione di quest’anno. Insisto inoltre affinché la Conferenza stimoli il dibattito sulle misure efficaci per il disarmo nucleare che l’Articolo VI del Npt richiede, e che a questo scopo stabilisca un nuovo modello istituzionale.

Il Npt è concepito come se fosse costruito su tre pilastri: non-proliferazione, uso pacifico dell’energia nucleare e disarmo nucleare. Per i primi due obiettivi lavorano l’Organizzazione del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organization, Ctbto) attraverso la convocazione di vertici sulla sicurezza nucleare e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (International Atomic Energy Agency, Iaea). Al contrario, non esiste istituzione dedicata a un dibattito prolungato e al controllo del rispetto degli obblighi di disarmo del Npt.

Partendo dall’«inequivocabile impresa da parte degli Stati dotati di armi nucleari di realizzare l’eliminazione totale del loro arsenale nucleare per arrivare al disarmo nucleare», riaffermata alla Conferenza di revisione del 2000, propongo la creazione di una “commissione disarmo” del Npt come organo sussidiario al Npt per assicurare la pronta e concreta realizzazione di questo impegno.

Il Npt stabilisce che venga convocata una conferenza speciale per prendere in considerazione proposte di emendamento al Trattato, se richiesto da un terzo o più degli Stati sostenitori; la commissione disarmo del Npt potrebbe essere creata attraverso questo processo. Tale commissione opererebbe per riunire piani di disarmo e regimi di verifica per raggiungere il punto critico positivo del disarmo nucleare su vasta scala, verso un mondo libero dalle armi nucleari.

La seconda iniziativa che vorrei proporre riguarda l’adozione di una convenzione sulle armi nucleari. Benché sussistano varie sfide e compiti da svolgere, credo fermamente che il settantesimo anniversario dello scoppio delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki provochi uno slancio capace di avviare la negoziazione di una convenzione di questo tipo. Più specificamente, suggerisco di stabilire una piattaforma per queste negoziazioni basata su un’attenta valutazione del risultato della Conferenza di revisione del Npt di quest’anno.

Due anni fa le Nazioni Unite convocarono un Gruppo di lavoro aperto a tutti gli Stati membri (Open-Ended Working Group, Oewg) con lo scopo di elaborare progetti di negoziato sul disarmo nucleare multilaterale avente, come fine ultimo, quello di raggiungere e mantenere un mondo senza armi nucleari. Potremmo partire da questo gruppo e farlo diventare un forum per le negoziazioni che includa la partecipazione legalizzata della società civile.

Inoltre, una risoluzione dell’Assemblea Generale del 2013 ha richiesto che venisse indetta, al più tardi entro il 2018, una conferenza internazionale Onu ad alto livello sul disarmo nucleare. Propongo che questa conferenza abbia luogo nel 2016 e che dia inizio al processo di stesura di una convenzione sulle armi nucleari. Spero vivamente che il Giappone, in quanto nazione che ha sperimentato l’uso delle armi nucleari in guerra, lavori con altri paesi e con la società civile per accelerare il processo di creazione di un mondo libero dalle armi nucleari.

La Conferenza delle Nazioni Unite sulle questioni del disarmo avrà luogo a Hiroshima in agosto, e il Forum delle vittime nucleari nel mondo si terrà a ottobre e novembre, sempre a Hiroshima. Allo stesso modo, a novembre si terrà a Nagasaki l’annuale Conferenza Pugwash.

È in via di pianificazione un summit mondiale dei giovani per l’abolizione delle armi nucleari, da tenersi a Hiroshima a settembre come iniziativa congiunta della Sgi e di altre Ong. L’anno scorso i membri giovani della Soka Gakkai in Giappone hanno raccolto 5,12 milioni di firme per petizioni che chiedevano l’abolizione delle armi nucleari. Spero che il summit adotti una dichiarazione dei giovani che si impegni a porre fine all’era nucleare e che contribuisca a sviluppare una solidarietà più ampia tra i giovani del mondo a sostegno di un trattato che proibisca le armi nucleari.

Nel nostro dialogo lo storico Arnold Toynbee sottolineò che la chiave per risolvere la questione delle armi nucleari si trova nell’adozione globale di un «veto autoimposto»48 relativo al possesso di tali armi. Il 21 gennaio di quest’anno gli Stati Uniti e Cuba hanno avviato le negoziazioni per ripristinare normali relazioni diplomatiche, che si interruppero l’anno prima della Crisi dei missili di Cuba. Riesaminando questa storia, si potrebbe dire che la crisi fu risolta grazie all’utilizzo di un veto autoimposto – la decisione di astenersi dall’uso di armi nucleari – da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica.

Il processo che immagino per giungere a un trattato per la messa fuori legge delle armi nucleari è quello in cui ogni paese si impegna in un simile veto autoimposto, e dove tali atti di autolimitazione vadano a formare un tessuto sovrapposto che introduce a una nuova era in cui i popoli di tutte le nazioni possano godere della certezza che non dovranno mai sopportare gli orrori provocati dall’uso di armi nucleari.

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Note:

36) Un General Assembly, “Establishment of a Commission to Deal with the Problems Raised by the Discovery of Atomic Energy” (Creazione di una Commissione per Gestire i Problemi sollevati dalla Scoperta dell’Energia Atomica) A/RES/1(I), adottato dall’Assemblea generale, 24 gennaio 1946, http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/1 (I) (ultimo accesso 09 marzo 2015).

37) Pugwash Conferences on Science and World Affairs.

38) Ministero federale austriaco per l’Europa, l’integrazione e gli affari esteri. “Report and Summary of Findings of the Conference: Presented under the Sole Responsibility of Austria” (Relazione e sommario delle conclusioni della conferenza: presentato dall’Austria sotto la sua sola responsabilità), Conferenza di Vienna sull’impatto umanitario delle armi nucleari, 9 dicembre 2014, http://www.acronym.org.uk/sites/default/files/HINW14_Chair_s_Summary.pdf (ultimo accesso 09 marzo 2015), 2.

39) Toda, op. cit., vol. 4, p. 565.

40) Ikeda e J. Rotblat, A Quest for Global Peace, I.B. Tauris. London, 2007, p. 52, (trad. it. Dialoghi sulla pace, Sperling & Kupfer 2006).

41) Tanabe, Soka Shimpo, “Hiroshima, Nagasaki, Okinawa seinen-bu ga heiwa samitto” (Summit per la Pace organizzato dai membri della Divisione giovani di Hiroshima, Nagasaki e Okinawa), 15 agosto 2012, p. 1.

42) de Brum, “Statement at the General Debate of the 3rd Meeting of the Preparatory Committee for the 2015 Nuclear Non-Proliferation Treaty Review Conference” (Dichiarazione al Dibattito generale della Terza riunione del Comitato di preparazione per la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare del 2015), 28 aprile 2014, http://unrcpd.org/wp-content/uploads/2014/04/28April_MarshallIslands.pdf (ultimo accesso 09 marzo 2015), p. 1.

43) Ibidem.

44) Global Zero, “World Spending on Nuclear Weapons Surpasses $1 Trillion per Decade” (La spesa mondiale per le armi nucleari supera il trilione di dollari ogni decennio), Relazione tecnica del Global Zero, giugno, 2011, http://www.globalzero.org/files/gz_nuclear_weapons_cost_study.pdf (ultimo accesso 09 marzo 2015), p. 1.

45) Un General Assembly, “2010 Review Conference of the Parties to the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons: Final Document”, (Conferenza di Revisione delle parti sul Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari del 2010: Documento finale), 2010, NPT/CONF.2010/50 (vol. I), http://www.un.org/en/conf/npt/2010/ (ultimo accesso 09 marzo 2015), p. 21.

46) Icj (Corte Internazionale di Giustizia), Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, Advisory Opinion, I.C.J. Reports 1996. (Legalità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, Opinione consultiva, Relazioni dell’ICJ del 1996), 1996, http://www.icj-cij.org/docket/files/95/7507.pdf (ultimo accesso 09 marzo 2015), p.

47) Un General Assembly, “Towards a Nuclear-weapon-free World: Accelerating the Implementation of Nuclear Disarmament Commitments” (“Verso un mondo libero dalle armi nucleari: accelerare l’implementazione degli impegni per il disarmo nucleare”), A/RES/69/37, Adottato dall’Assemblea Generale, 11 dicembre 2014, http://www.un.org/en/ga/69/resolutions.shtml (ultimo accesso 09 marzo 2015), p. 6.

48) Ikeda e A. Toynbee, Choose Life (Scegliere la vita), I. B. Tauris, London, 2007, p. 194, cfr. Dialoghi. L’uomo deve scegliere, Bompiani, 1988, p. 211.