cover-tsur-55-1di James E. Doyle [specialista di sicurezza nucleare e non proliferazione presso il Laboratorio Nazionale di Los Alamos. È editor di Nuclear Safeguards, Security, and Nonproliferation: Achieving Security With Technology and Policy (Elsevier, 2008)]

Traduzione di Riccardo Antonini [membro del Comitato Scientifico della campagna Senzatomica]

Testo Originale Pubblicato in: Survival | vol. 55 no. 1 | February–March 2013 | pp. 7–34 DOI 10.1080/00396338.2013.767402.

Questa è una traduzione non ufficiale di un articolo Taylor & Francis che è apparso in una pubblicazione Taylor & Francis. Taylor & Francis non ha approvato questa traduzione.

Il 5 aprile 2009 a Praga, il presidente americano Barack Obama ha affermato l’impegno degli Stati Uniti a “cercare la pace e la sicurezza di un mondo senza armi nucleari”. Egli stava aggiungendo la sua voce e l’impegno della sua amministrazione al crescente numero di leader mondiali, dei cittadini e delle organizzazioni della società civile che perseguono l’eliminazione di queste armi.[1] La messa al bando della bomba è stata una appassionata e spesso popolare crociata sin dalla sua creazione ed il suo primo utilizzo, ma in tutto questo tempo non è mai stato un obiettivo strategico serio per qualsiasi stato in possesso di armi nucleari.[2] Perché un presidente degli Stati Uniti in carica, corre il rischio politico e strategico di dichiarare che il progresso verso questo scopo fosse un elemento chiave della politica di sicurezza nazionale americana?

Non c’è una risposta semplice. Un insieme vasto e complesso di interessi, problemi, teorie, esperienze e convinzioni influenza le visioni individuali e nazionali in materia di armi nucleari, visioni che coprono una gamma di conoscenze pratiche, politiche, morali e psicologiche. Alcuni recenti argomenti a favore dell’eliminazione delle armi nucleari coprono nuovi settori e derivano dalla convinzione che il contesto di sicurezza globale del XXI secolo è sostanzialmente diverso da quello della Guerra Fredda. Alcuni sostenitori affermano che i cambiamenti storici hanno minato la capacità, da parte delle armi nucleari e del concetto di deterrenza, di garantire benefici in termini di sicurezza per la maggior parte delle nazioni. Altri criticano i precedenti calcoli circa il valore di tali armi e le valutazioni dell’equilibrio tra i rischi e i benefici di una strategia di deterrenza nucleare.

Inoltre, studi recenti nel campo della storia e della teoria della deterrenza mettono in discussione credenze profondamente radicate riguardo a come le armi nucleari possano influenzare il comportamento dei decisori nazionali. Ad esempio, documenti ufficiali declassificati della Guerra Fredda rivelano occasioni in cui una catastrofe nucleare è stata evitata solo dalla fortuna o da eventi apparentemente casuali, piuttosto che da un’azione, chiaramente identificabile, della deterrenza nucleare. Ci sono altri esempi in cui le caratteristiche esistenziali stesse di forze nucleari allertate sembrebbero aver causato crisi che sono quasi sfociate nel loro effettivo utilizzo. Infine, un numero crescente di strateghi e di élite tecniche e politiche considerano le armi nucleari e la teoria deterrenza come anacronistica. Alcuni vedono l’idea generale di armi nucleari come avulsa rispetto alle minacce globali di oggi, al senso del potere ed alla nozione di diritti dell’uomo e allo Stato di diritto. Cambiamenti strutturali emergenti nel sistema internazionale (quali la globalizzazione) minano alla base le teorie tradizionali di deterrenza nucleare, mentre le tendenze delle tecnologie dell’informazione rendono possibili forme molto più agili e discernenti del potere militare. Questi argomenti si innestano con altri, che affermano come la nostra comprensione dei sistemi ambientali della Terra e l’interdipendenza del genere umano con tali sistemi, abbia reso più saliente la necessità di eliminare le armi nucleari. Uno scambio abbastanza limitato di armi nucleari contro aree urbane potrebbe innescare o accelerare la catastrofe climatica globale (raffreddamento, piuttosto che il riscaldamento), che porterebbe alla morte anche milioni di persone non coinvolte nel conflitto stesso. Molti cittadini, scienziati e laici, vedono l’abolizione delle armi nucleari come una tappa essenziale nello sviluppo della civiltà umana, una campagna morale, ideologica e pratica che potrebbe catalizzare la trasformazione delle relazioni internazionali e migliorare le prospettive di civiltà in un momento critico.

L’umanità si trova in un momento storico cruciale, di fronte a molteplici minacce interconnesse all’interno di un lasso di tempo compresso. Oltre al potenziale uso di armi nucleari, queste minacce includono il degrado ambientale, la scarsità di risorse, il cambiamento climatico, la sovrappopolazione, le pandemie di malattie globali, le crisi finanziarie e le catastrofi naturali. Il tipo di cooperazione internazionale necessaria per ridurre il numero di armi nucleari è simile a quella necessaria per affrontare queste altre minacce transnazionali. L’eliminazione delle armi nucleari potrebbe, almeno simbolicamente, migliorare le possibilità di affrontare con successo anche le altre minacce esistenziali.

Obama, e altri che cercano un mondo senza armi nucleari, hanno ragione. Eliminare le armi nucleari è profondamente nell’interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dei loro alleati e amici. Senza grandi progressi verso l’eliminazione delle armi nucleari, inoltre, è improbabile che il mondo sarà in grado di evitare l’uso dell’arma nucleare per un periodo prolungato o di rispondere in modo adeguato alle sfide di sicurezza legate ai cambiamenti climatici, la scarsità delle risorse e il degrado ambientale. La comunità internazionale deve rifiutare i miti ed esporre i rischi dell’ideologia della deterrenza nucleare, se vuole affrontare con successo le sfide reciproche globali del XXI secolo.

Sfidare i miti

Gli Stati Uniti e le altre nazioni armate nuclearmente hanno a lungo mantenuto la minaccia di ritorsioni nucleari per scoraggiare atti di aggressione contro di loro. Durante l’ostile conflitto ideologico della Guerra Fredda, gli strateghi di entrambe le parti hanno concluso che solo la prospettiva della distruzione reciproca assicurata avrebbe potuto infondere prudenza ed evitare che i decisori lanciassero sfide politiche o militari risultanti in un alto rischio di condurre ad conflitto militare.[3] La strategia di deterrenza nucleare è stata adottata in Occidente, a malincuore, come la scelta del male minore per la gestione di ciò che si credeva essere una vera e propria lotta contro il comunismo sovietico per il dominio del pianeta e l’ideologia sociale e politica dell’umanità. L'”equilibrio del terrore” e la “distruzione reciproca assicurata” (MAD) [Mutually Assured Distruction ndt] non erano strategie desiderabili, esse sono stati viste come il meglio che si poteva realizzare, date le circostanze della Guerra Fredda. Ciò è avvenuto nonostante la consapevolezza universale che uno scambio di attacchi nucleari in risposta alle aggressioni avrebbe inflitto danni senza precedenti ai cittadini ed al territorio di una nazione.[4] L’uso delle armi nucleari sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki nel 1945 ha instillato nella psiche collettiva la natura immensamente distruttiva della bomba in maniera profonda. Data la mancanza di chiare alternative, le élite della sicurezza nazionale si sono adeguate al paradosso della deterrenza nucleare e hanno messo a punto complessi formalismi teorici sostenendo che i rischi di una tale strategia sarebbero risultati gestibili e accettabili. Nel mondo della deterrenza nucleare, gli strateghi si erano riconciliati con il fatto che, per essere al sicuro, bisognava essere disposti ad essere pazzi. Come Winston Churchill ha messo in luce nel 1955, la sicurezza sarebbe “il figlio robusto del terrore e la sopravvivenza il fratello gemello dell’annientamento”.[5]

Il mondo del 2013 è totalmente diverso, e cambierà ancora più profondamente nei prossimi decenni. Il problema oggi è quello di vedere se una strategia basata sulla deterrenza nucleare continui ad essere il modo più efficace per i governi per affrontare le tensioni internazionali e proteggere se stessi, o se siano disponibili strategie alternative con maggiori benefici e minori rischi. La risposta dipende in parte da come si è evoluta la nostra comprensione della deterrenza nucleare, e se essa rimane stabile e saliente, come la maggior parte della comunità strategica credeva che fosse durante la Guerra Fredda.

Armi di rischio accettabile?

Nessuno mette in dubbio le conseguenze catastrofiche di una guerra nucleare. La rapida distruzione anche di un piccolo numero di grandi aree urbane in ogni nazione porterebbe devastazione e perdita di vite umane senza precedenti. Nessun obiettivo politico, economico o militare potrebbe giustificare questo risultato. Né vi è qualcuno che creda che ogni essere umano o dispositivo tecnologico, sistema o strumento, funzionerà per sempre senza guasti o errori. Tuttavia accettiamo il rischio di una guerra nucleare che fa affidamento su una strategia di deterrenza nucleare perché siamo convinti che il rischio sia basso e perché nessuna scuola tradizionale di pensiero strategico sta promuovendo un’alternativa.

Il concetto di rischio comprende il rapporto tra conseguenze e probabilità di un dato evento. Se le conseguenze di un evento sono estremamente negative, come la devastazione derivante dalla guerra nucleare, si desidera quindi che la probabilità che qell’evento si verifichi sia infinitamente piccola, il più vicino possibile allo zero. Ma le questioni relative alla probabilità di una guerra nucleare, e quali fattori possano determinare cambiamenti in questa probabilità nel corso del tempo, sono state soggette a poche analisi scientifiche o accademiche. Si tratta di una palese omissione nel discorso strategico. Sappiamo che la deterrenza nucleare può venir meno, sia attraverso decisioni sbagliate, escalation durante una crisi, una serie di errori meccanici e umani, o atti malevoli che portino ad un uso involontario.[6] Infatti più volte essa è venuta meno, e l’esempio più famoso è la Crisi dei missili di Cuba del 1962.

Una catena di eventi che porti alla guerra nucleare può emergere anche quando nessun leader politico ritienga che sia nell’interesse dello Stato iniziare la guerra, ed entrambe le parti agiscano in modo inteso ad evitarlo. La lunga lista di incidenti nucleari, malfunzionamenti, contrattempi, falsi allarmi e incidenti mancati per un soffio, spesso innescati da errore meccanico e umano, continua a crescere. Tali incidenti sono incidenti relativi ad aerei e sottomarini armati nuclearmente, sistemi di allarme che scambiano stormi di oche o riflessi di luce solare per lanci di missili nemici, squadre di manutenzione che fanno cadere utensili e fanno saltare in aria silos di missili, e la perdita temporanea o lo smarrimento di ordigni nucleari.[7]

Nel 2002 è stato rivelato che due episodi durante la crisi dei missili di Cuba avevano portato la guerra nucleare molto più vicina di quanto fosse stato precedentemente creduto. Il 26 ottobre 1962, il cacciatorpediniere USS Beale che inseguiva un sottomarino sovietico aveva lanciato bombe di piccole dimensioni (delle dimensioni delle bombe a mano) per segnalarne in superficie la posizione. Senza che la US Navy lo sapesse, il sommergibile era armato di un siluro nucleare con testata da 15 kiloton. A corto di aria, la nave sovietica circondata da navi da guerra americane e in un disperato bisogno di risalire superficie, aveva anche considerando di difendersi. Il capitano ordinò quindi l’armamento del siluro nucleare, d’accordo con l’ufficiale politico. Fortunatamente, a bordo, vi era anche il comandante di brigata sottomarina, che annullò l’ordine del capitano e disinnescò la minaccia di un attacco nucleare contro la flotta americana che avrebbe quasi sicuramente portato a una reazione nucleare. Nemmeno sapevano, l’esercito degli Stati Uniti ed i servizi di intelligence, che le testate nucleari sovietiche per i missili tattici erano arrivati a Cuba già nel settembre 1962. I sistemi a corto raggio erano operativi già al momento in cui il presidente John F. Kennedy stava prendendo in considerazione un’azione militare per distruggere le basi missilistiche nel mese di ottobre. Sulla base di conoscenze incomplete, i suoi consiglieri militari considerarono bassa le probabilità che attacchi americani convenzionali sui i siti dei missili cubani avrebbero portato ad una escalation nucleare. Ma non erano a conoscenza del fatto che ai comandanti locali sovietici delle basi dei missili tattici era stato dato il potere di lanciare i loro missili in caso di attacco. Se fossero state ordinate incursioni aeree da parte degli Stati Uniti, come molti leader militari di alto rango raccomandavano, è molto probabile che avrebbe fatto seguito uno scambio nucleare, potenzialmente crescente, consistente in attacchi diretti contro città americane e sovietiche.

Il rischio di fallimento della deterrenza rimane significativo. La deterrenza nucleare è un sistema complesso e strettamente connesso. È vulnerabile alla natura imprevedibile e incontrollabile dell’errore umano, del guasto meccanico e dell’incidente.[8] Se si guasta, come alla fine fanno quasi tutti questi sistemi, si rischia la catastrofe e il causare sofferenze umane senza precedenti. Il pubblico americano (e il cittadino di altri Stati dotati di armi nucleari) dovrebbe esigere che il proprio governo valuti probabilisticamente i rischi di scenari che potrebbero coinvolgere l’utilizzo di armi nucleari.[9] Le industrie nucleari, chimiche, della salute e del trasporto sono tenute ad utilizzare questa scienza per giustificare la sicurezza di molte azioni e prodotti e per dimostrare che i rischi sono stati sistematicamente identificati e tenuti in debito conto. Perché dovremmo chiedere meno alle istituzioni alle quali ci affidiamo per la nostra difesa? Senza un tentativo di determinare la probabilità di venir meno della deterrenza, sotto diversi scenari ipotizzabili, è impossibile condurre una razionale valutazione del rapporto rischio-beneficio del mantenere la deterrenza nucleare come un elemento chiave della strategia di sicurezza nazionale.

Armi di pace e di forza?

Dopo l’uso di armi nucleari contro il Giappone, e in assenza di una guerra nucleare tra le nazioni dotate di armi nucleari, emerse una forte convinzione circa i benefici strategici delle armi nucleari. Un pilastro centrale di questa credenza era l’ipotesi e l’affermazione, da parte della maggior parte degli osservatori in Occidente, che i bombardamenti atomici degli Stati Uniti fossero stati il fattore decisivo nella decisione del Giappone di arrendersi. Ciò ha consentito di affermare che l’uso delle armi atomiche aveva effettivamente salvato decine, se non centinaia, di migliaia di vite americane e giapponesi, mettendo fine alla guerra senza la necessità di invadere le Grandi Isole Giapponesi. I sostenitori della deterrenza nucleare sostengono anche che questa ha dimostrato di essere uno degli strumenti più efficaci mai concepiti al fine di evitare la guerra tra i maggiori stati.[10] Questa convinzione è comprensibile, data la frequenza delle guerre convenzionali prima dello sviluppo di armi nucleari e la relativa assenza di guerra diretta tra grandi potenze dopo aver acquisito le armi nucleari stesse. L’élite della sicurezza nazionale di molte nazioni ha abbracciato questi due punti di vista, secondo i quali le armi nucleari possono essere determinanti in un conflitto e possono prevenirne il verificarsi. In effetti questi sono divenuti canoni di pensiero strategico, anche se, curiosamente, molto di più tra gli esperti di difesa civile che tra i militari professionisti che potrebbero essere chiamati all’uso di queste armi.

Studi recenti hanno contestato sia la logica che la precisione storica di argomenti a sostegno dell’efficacia delle armi nucleari nella guerra contro il Giappone e la visione secondo la quale la deterrenza nucleare è la principale causa della mancanza di guerra fra grandi potenze dal 1945.[11] Ad esempio, vi è un punto di vista emergente tra gli storici secondo il quale, nella decisione del Giappone di arrendersi, l’ingresso dell’Unione Sovietica nella guerra del Pacifico il 9 agosto 1945 è stato più determinante che npn la minaccia di ulteriori bombardamenti atomici. Il Giappone era già in gran parte sconfitto e non aveva la forza armata o la capacità industriale di combattere una guerra su due fronti. Il bombardamento convenzionale delle città giapponesi aveva inflitto devastazione simile o superiore a quella delle bombe atomiche, ma non era riuscita a provocare la resa. Inoltre, un’attenta analisi della corrispondenza e del comportamento della leadership giapponese rivela una reazione più forte alla dichiarazione sovietica che ai bombardamenti atomici.[12]

Né le armi nucleari hanno posto fine al conflitto interstatale, anche tra potenze nucleari. Le cause specifiche di assenza di guerre importanti sul continente europeo o tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica fra il 1949 e il 1991 non possono essere conosciute. Ma un disciplinato esperimento mentale circa le cause più probabili di questa relativa calma cercherebbe la prova che vi fosse in effetti l’intenzione di usare la forza militare da parte di uno stato di fronte a una potenza nucleare e che i leader non siano riusciti a impiegare la forza a causa della loro paura della guerra nucleare. L’evidenza a supporto di una tale prova è scarsa, soprattutto al di fuori del contesto di crisi generate da incidenti e percezioni errate tra le grandi potenze, che sono continuate, nonostante la presenza di armi nucleari. Inoltre, durante queste crisi l’esistenza di armi nucleari ha intensificato il livello di tensione e ha posto i decisori in situazioni in cui è stata aumentata la probabilità di un errore di calcolo e di un errore umano. Ciò solleva la possibilità che la visione tradizionale sulla deterrenza nucleare come stabilizzatore delle crisi potrebbe non essere corretta.

Un altro approccio per indagare il ruolo che le armi nucleari possano aver giocato nella calma della Guerra Fredda sarebbe quello di controllare altre spiegazioni plausibili del fatto che sia stata evitata la guerra durante quel periodo. Può la mancanza di intenzione di usare la forza militare per obiettivi nazionali meno che vitali essere una causa significativa della pace? Che si può dire di una avversione per le conseguenze devastanti di una grande guerra convenzionale da parte dei leader e dei cittadini, molti dei quali la avevano vissuta per due volte nel corso della loro vita? [13] Infine, si possono escludere completamente le nozioni secondo le quali la guerra è diventata meno probabile come risultato di spostamenti di orientamento politico dei governi nazionali, crescente interdipendenza economica e culturale, o progressi in materia di informazione, di scienze della vita e tecnologie ambientali? Certo è plausibile che le alleanze di sicurezza regionale, i dialoghi di sicurezza Est-Ovest in corso e l’evoluzione dell’integrazione europea abbiano svolto un ruolo per evitare una terza guerra mondiale.[14] Queste spiegazioni alternative non sono state esaurientemente esplorate e non possono essere respinte. Che gli studiosi occidentali e gli strateghi le abbiano ampiamente trascurate dopo la Guerra Fredda è un peccato. Questo non vuol dire che le armi nucleari non abbiano svolto alcun ruolo nel mantenimento della pace, ma è ragionevole concludere che la mancanza di grande guerra tra gli stati in questo periodo abbia avuto cause molteplici ed è possibile che le armi nucleari abbiano svolto solo un ruolo secondario. Sebbene non approfondito né peer reviewed, è stato condotto uno sforzo di ricerca che tenta, argomentandone le ragioni, di assegnare accurati pesi o gradi di influenza alle varie cause che possono aver giocato un ruolo in questo risultato storico.

È chiaramente irragionevole affermare che l’evidenza supporta l’affermazione che la deterrenza nucleare sia stata la causa principale del fatto che si sia evitata la guerra. Questa affermazione è una credenza, non supportata da nulla che si avvicini ad un corpus forte e chiaro di prove storicamente documentate. In realtà non vi è motivo di sostenere che la lunga pace dopo la seconda guerra mondiale, sia più probabilmente una benedizione dell’era nucleare piuttosto che la logica conclusione di un sostanziale processo storico, e per la quale, in contrasto con i sostenitori di deterrenza nucleare, ci sono precedenti. Alcuni studiosi mettono in discussione anche la visione secondo la quale la pace del dopo-guerra sia una vera anomalia storica che abbia bisogno di una spiegazione speciale.[15] Il problema con la forza della convinzione che la deterrenza nucleare abbia causato la cosiddetta lunga pace, è che questa convinzione svia il pensiero strategico in un modo che aumenta la fede nel valore delle armi nucleari senza solide prove. Questa percezione di un loro alto valore aumenta la tolleranza nei confronti dei rischi della deterrenza nucleare. L’evidenza storica che è emersa dopo la fine della Guerra Fredda indebolisce ulteriormente la tesi che la deterrenza nucleare possa essere stata la principale causa della pace. Dopo aver studiato, gli archivi politici e militari dell’Unione Sovietica e attraverso interviste ai membri del suo Stato Maggiore, gli studiosi hanno scoperto che non c’è mai stato alcun intento da parte dell’Unione Sovietica di invadere l’Europa occidentale o attaccare gli Stati Uniti. Nonostante il fatto che l’opinione comune in Occidente abbia sostenuto che i sovietici stavano lavorando ad un dispositivo di forze nucleari che avrebbe permesso loro di vincere una guerra nucleare, la leadership militare sovietica in realtà ha sempre considerato la vittoria come irraggiungibile in alcun modo significativo. Secondo interviste di prima mano realizzate dopo il 1991, lo Stato Maggiore sovietico avava compreso la devastazione che sarebbe derivata da una guerra nucleare e, pertanto, non ha sviluppato alcuna definizione operativa di vittoria.[16] Ironia della sorte, ma non sorprende, i Sovietici avrebbero percepito gli Stati Uniti come in preparazione per attaccare per primi. Questa predominanza del caso peggiore speculare, con entrambe le parti che assumono che l’altro creda di poter vincere, e che quindi propenda per iniziare una guerra nucleare, contraddice il fatto che le armi nucleari tendano a migliorare la comunicazione tra gli avversari. Nel caso USA-URSS, sembra che fosse proprio vero il contrario. Invece di contribuire ad evitare la guerra, sembra che la strategia della deterrenza nucleare fosse in gran parte irrilevante per dissuadere le parti da una grande guerra USA-URSS o NATO-URSS. Nessuna delle due parti ha mai visto un vantaggio proprio nell’avviare un tale conflitto.[17]

Oltre al contributo incerto apportato dalle armi nucleari alla mancanza di guerra diretta USA-URSS durante la Guerra Fredda, è chiaro che queste hanno avuto un ruolo trascurabile per quel che riguarda l’assenza di un conflitto tra la Russia e gli Stati Uniti anche negli ultimi 20 anni. Questa pace è molto più soddisfacentente spiegata con la mancanza di un fondamentale conflitto politico e ideologico e con lo sviluppo di una gamma molto più ampia d’interessi comuni tra gli ex avversari. Il basso rischio residuo di una guerra nucleare tra la Russia e gli Stati Uniti è ascrivibile in misura molto minore alla loro relazione di mutua deterrenza nucleare di quanto non lo sia rispetto invece ai pericoli inerenti al continuo dispiegamento ed al funzionamento di forze nucleari in allerta le quali sono suscettibili di incidenti, furti o uso involontario o non autorizzato.

Il contributo che le armi nucleari portano oggi nella direzione di scoraggiare le minacce più probabili alla sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati è dubbio anch’esso. L’America esiste in un mondo in cui nessuno degli altri Stati in possesso di armi nucleari (con la possibile eccezione della Corea del Nord, la forza delle rudimentali capacità delle cui armi nucleari rimane sconosciuta) ha obiettivi statali o conduce una politica estera fondamentalmente ostile agli interessi degli Stati Uniti d’America. Oggi un attacco terroristico è considerato essere molto più probabile di un attacco da parte di un altro Stato. Le armi nucleari USA non scoraggiano attacchi terroristici. Al-Qaeda ha attaccato Stati Uniti, Gran Bretagna, Pakistan, alcuni paesi della NATO, e cittadini israeliani ed i rispettivi interessi. Anche la Russia ha subito attacchi terroristici. Tutti questi stati sono in possesso di armi nucleari o alleati con potenze nucleari.

L’esistenza di armi nucleari nell’era del terrorismo globale crea un onere di sicurezza molto reale per tutti gli stati. L’incertezza chiave nel contesto di sicurezza non è se le nazioni saranno attaccate da terroristi e da attori non statali, ma se tali attori acquisiranno i mezzi per spostarsi dagli esplosivi convenzionali a quelli nucleari, rendendo i loro inevitabili attacchi forieri di conseguenze molto maggiori. Per prevenire un attacco nucleare da parte di terroristi e attori sub-statali, gli Stati devono elaborare con successo una strategia per negare loro la possibilità di acquisire armi nucleari. Le attuali tendenze strategiche sono in contrasto con tale obiettivo. Si producono più materiali per armi nucleari, più conoscenze utili per la costruzione di armi nucleari vengono diffuse, e le organizzazioni terroristiche divengono sempre più interessate ad acquisire capacità nucleari. Le priorità e le esigenze di questo approccio sono molto diverse da quelle di una strategia di deterrenza nucleare. Tale strategia basata sul negare l’accesso alle armi e ai materiali nucleari ha come priorità il raggiungimento di scorte assolutamente minime in tutto il mondo e il prevenirne la diffusione ad altri stati, perché la loro diffusione aumenta la probabilità che i terroristi ne possano acquisire. Una siffatta strategia di negazione sottolinea inoltre la necessità di una sicurezza, il più possibile efficace, per le armi nucleari e materiali nucleari che già esistono. Ma la sicurezza perfetta per tali elementi non potrà mai essere raggiunta. Nel settembre 2007, ad esempio, sei missili da crociera armati di testate nucleari sono stati erroneamente trasportati su di un bombardiere strategico B-52 dal North Dakota alla Louisiana, dove rimasero sulla pista di un aeroporto per ore privi di sicurezza adeguata perché nessuno sapeva che erano là.[18] Tali incidenti evidenziano il fatto che l’obiettivo finale di una strategia di negazione è l’eliminazione di tutte le armi nucleari, e del materiale fissile per armi, in modo che non ce ne siano che possano cadere nelle mani di terroristi. Nella ricerca di un mondo libero dalle armi nucleari, Obama cerca anche la sicurezza di un mondo con un rischio notevolmente inferiore di terrorismo nucleare.

Armi di prudenza e di stabilità?

Un’altra affermazione fatta da sostenitori della deterrenza nucleare riguarda il fatto che essa indurrebbe cautela durante le crisi, renderebbe i leader più avversi al rischio e più riluttanti a intraprendere un’azione militare, e permetterebbe la risoluzione delle crisi prima che si trasformino in un crescendo di eventi militari maggiori.[19] Questa è forse la speranza che Churchill aveva in mente quando ha detto “la sicurezza sarà il figlio robusto del terrore”. La fede nella capacità delle armi nucleari di migliorare le carenze storiche delle capacità dei leader nazionali volte ad evitare le guerre è cresciuta durante la Guerra Fredda per il fatto che nessuna grande guerra scoppiò e molte crisi USA-URSS passarono senza l’uso di tali armi. Questo è stato accettato come prova dei benefici della deterrenza nucleare.

Ma le spiegazioni del fatto che si sia evitata la guerra nel corso di questi periodi basate sulla ricerca storica post-Guerra Fredda, anche mediante interviste di prima mano con i partecipanti, hanno poco a che fare con il funzionamento teorico della deterrenza nucleare e molto più a che fare con la fortuna ed le personali capacità di giudizio. L’ex segretario alla Difesa Robert McNamara ha osservato che il processo decisionale a Washington, così come a Mosca e a L’Avana, durante la crisi dei missili di Cuba è stato caratterizzato da “disinformazione, errore di calcolo, errore di valutazione”.[20]

La decisione del premier sovietico Nikita Kruscev di inviare a Cuba missili nucleari in grado di colpire gli Stati Uniti fu un’azione imprudente, ad alto rischio, il genere di cose che la teoria della deterrenza nucleare predice che sarebbe stata evitata. L’Unione Sovietica sapeva, già nel 1961, che gli Stati Uniti consideravano la rivoluzione castrista come una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti ed erano disposti a usare la forza militare per sostenere la controrivoluzione. Mosca era stata informata dagli Stati Uniti che essi si sarebbero opposti a qualsiasi trasferimento sovietico a Cuba di armi offensive. Nonostante questo, Krusciov e il suo ministro degli Esteri, il ministro della Difesa ed il comandante delle forze missilistiche strategiche (i quali tutti comprendevano il potenziale di una guerra nucleare e le sue conseguenze) hanno deciso di offrire i missili nucleari a Cuba.[21] Ad aggiungere rischio a tale decisione è stato il modo in cui esso fu attuato. Missili offensivi e 162 testate nucleari furono segretamente trasportati nell’isola fin dal mese di luglio del 1962. A seguito della crescente preoccupazione per l’intensificarsi delle relazioni militari sovietico-cubane e la scoperta di prove che missili nucleari potessero essere diretti a Cuba, il procuratore generale Robert Kennedy si incontrò con l’ambasciatore sovietico Anatoly Dobrynin a Washington il 4 settembre. Dobrynin disse a Kennedy di essere stato incaricato da Krusciov di rassicurare gli Stati Uniti che non sarebbero stati dispiegati a Cuba missili terra-terra o di tipo offensivo. Lo stesso giorno il presidente Kennedy fece una dichiarazione pubblica nella quale dichiarava che “i più gravi problemi sarebbero sorti” qualora missili offensivi fossero stati installati a Cuba. Tre giorni dopo Dobrynin ripeté all’ambasciatore americano Adlai Stevenson l’impegno sovietico che nessuna arma offensiva era stata inviata a Cuba. I leader sovietici dovevano sapere che il loro tentativo di ingannare persone direttamente coinvolte nelle decisioni riguardo alla crisi avrebbe ulteriormente alzato la posta in gioco e ristretto il margine potenziale di negoziazione. La scoperta dell’inganno avrebbe sicuramente aggiunto un sentimento di rabbia e tradimento personale al clima di crisi oggettiva, rendendo più difficile il compromesso o lo spazio di manovra per ristabilire anche il più sottile elemento di fiducia reciproca.

Esempi di errori di valutazione, percezione errata e scarsa comunicazione, durante la Guerra Fredda, non si limitano alla parte Sovietica e non si sono fermati dopo la Crisi Missilistica Cubana. Nel novembre 1983, la leadership degli Stati Uniti ed i servizi d’intelligence non furono in grado di cogliere la reale portata dell’ansia sovietica per quanto riguarda gli eventi che si svolsero al contorno di una esercitazione del comando NATO, chiamata in codice Able Archer (Abile Arciere). L’Unione Sovietica iniziò i preparativi per un attacco nucleare contro gli Stati Uniti poiché i suoi leader credevano di avere indicazioni convincenti che Washington fosse sul punto di lanciare un attacco nucleare a sorpresa contro di loro. La prova più evidente del fallimento degli USA di rendersi conto di quanto realmente fossero in allarme i sovietici riguardo alla possibilità di un primo attacco USA-NATO fu la decisione di aggiungere nuove funzionalità all’annuale esercizio Able Archer nel novembre del 1983, compresa la partecipazione del presidente e vice presidente degli Stati Uniti e comunicazioni simulate con il Regno Unito e il comando della NATO, in una esercitazione pratica che condusse le forze della NATO attraverso la versione simulata di un vero e proprio lancio di armi nucleari contro i sovietici.

Secondo fonti di intelligence degli Stati Uniti, la notte del 8 o del 9 novembre la sede del KGB inviò un breve messaggio per i suoi funzionari di intelligence in Europa occidentale che li avvisava, sbagliandosi, che le forze degli Stati Uniti in Europa erano in allarme e che le truppe in alcune basi venivano mobilitate. Il messaggio ipotizzava che l’allarme potesse essere l’inizio di un conto alla rovescia per un attacco nucleare a sorpresa. Secondo fonti sovietiche e CIA aerei sovietici con capacità nucleare, in Polonia e Germania Orientale, furono, in risposta, collocati in alto stato di allerta. Nei giorni successivi i sovietici si resero conto che non c’era stata alcuna reale allerta delle forze della NATO, ma rimasero profondamente preoccupati per le intenzioni degli Stati Uniti e il potenziale dell’America di avviare deliberatamente una grande guerra.

La Teoria della Deterrenza sostiene che la paura della devastazione nucleare motiva i pianificatori militari e i leader politici ad usare cautela e a cercare di comprendere meglio le intenzioni di un concorrente nucleare. Gli eventi al contorno di Able Archer mettono chiaramente in dubbio questa affermazione. Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO o percepirono male il senso di insicurezza sovietica o lo ignorarono deliberatamente. Se fossero stati a conoscenza dei timori dei Sovietici e desiderosi di orientarli alla moderazione, è dubbio che alcune delle caratteristiche più allarmanti, come l’esercitazione di attacco nucleare, sarebbero state inclusa in Able Archer 83.

Sottovalutato i rischi e i costi

Sembra che la crisi della guerra che culminò con Able Archer 83 sia stato un caso di fallimento reciproco dell’intelligence e di falsa percezione da parte della leadership, carenze che rimangono fin troppo frequenti nel post-Guerra Fredda. Il fatto che ciò sia accaduto 33 anni dopo l’inizio di un rapporto di deterrenza nucleare tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e che abbia portato la possibilità di una guerra nucleare più vicina che in qualsiasi altro periodo dopo la crisi dei missili di Cuba, è una prova contro i cosiddetti benefici della deterrenza nucleare nel processo decisionale nazionale. Che cosa succede se tali benefici non esistono? E se le nazioni dotate di armi nucleari fossero tanto inclini ad incorrere in una guerra, o nella scelta di usare la forza militare, tanto quanto lo erano prima dell’acquisizione di armi nucleari? La differenza fondamentale allora risiederebbe nella grandezza del rischio che incomberebbe sugli stati che scelgano di fare affidamento sulla deterrenza nucleare. Se la deterrenza fallisce, milioni, o addirittura centinaia di milioni di civili possono essere uccisi in meno di un giorno. Senza armi nucleari le conseguenze di un conflitto militare, anche tra grandi potenze, non sarebbero nemmeno lontanamente così gravi. L’uso continuo di armi convenzionali può essere devastante, e le armi nucleari potrebbero alla fine essere ricostituite e utilizzate, ma il tempo necessario perché ciò accada offre almeno l’opportunità di porre fine alle ostilità, prima che le città vengano distrutte.

Le armi nucleari inibiscono anche lo sviluppo di relazioni positive tra ex rivali, come dimostra il progresso instabile nello sviluppo di positive relazioni USA-Russia dopo la fine della Guerra Fredda. Quanto profondamente due nazioni possono coinvolgersi come partner mentre ancora proclamano la capacità e la volontà di distruggersi l’un l’altra, just in case? [intraducibile ndt] A dire il vero, fonti di tensione diverse dall’opposizione delle rispettive forze nucleari esistono nel rapporto USA-Russia, ma sarebbe comunque necessario un fondamentale cambiamento nel settore della strategia nucleare prima che sia possibile stabilire una vera e propria partnership. Nei prossimi anni il valore di una vera partnership di sicurezza con la Russia e la Cina sia per gli Stati Uniti che per l’Europa ha tutta la probabilità di essere davvero molto alto.

L’attuale postura nucleare degli Stati Uniti per quanto riguarda la Russia sembra essere completamente in disaccordo con la politica dichiarata. Nel 1994, la Russia e gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo bilaterale di de-targeting, accordo in cui si afferma che “per la prima volta fin dagli albori dell’era nucleare – Russia e Stati Uniti non gestiscono, nel quotidiano, le forze nucleari in un modo che presupponga che essi siano avversari”.[22] Ma se non si presume che la Russia sia un potenziale avversario, tre caratteristiche fondamentali della attuale struttura delle forze nucleari degli Stati Uniti e della postura operativa hanno molto senso.

In primo luogo, la forza è troppo grande. Senza la necessità di considerare come bersaglio delle forze strategiche la Russia, semplicemente non ci sono abbastanza bersagli plausibili in tutto il mondo per le armi nucleari statunitensi che contano 1.500-2.000 testate operativamente schierate. Ad esempio, in una crisi estrema, sarebbero necessarie forse 50-100 armi nucleari al massimo per minacciare devastazione contro l’Iran, la Corea del Nord o la Cina. Solo la grande e dispersa forza nucleare russa ha storicamente giustificato forze Usa per un totale di migliaia di armi nucleari. In secondo luogo, non ci sarebbe bisogno di armi in allertata. Nessun altro paese all’infuori della Russia ha la capacità di bloccare preventivamente il lancio delle forze statunitensi, distruggendone una parte significativa a terra. In terzo luogo, le armi nucleari degli Stati Uniti non avrebbero bisogno della capacità operativa (in termini di precisione e rendimento distruttivi) di limitare i danni negli Stati Uniti distruggendo armi nucleari russe alle loro basi protette prima che vengano lanciate.

L’incapacità degli Stati Uniti e della Russia a fare progressi più rapidi per la riduzione delle armi nucleari, e ad aumentare la trasparenza per quanto riguarda i ruoli e le missioni delle rimanenti armi, ha creato una fonte continua di errata percezione e diffidenza. Il mantenimento da parte americana di grandi forze nucleari in allerta, mentre addirittura sviluppa difese missilistiche strategiche, porta naturalmente la Russia a mettere in discussione le intenzioni strategiche dell’America. Il mantenimento da parte della Russia di migliaia di vecchie armi nucleari non strategiche solleva sospetti simili tra gli alleati della NATO. Data la natura generalmente positiva del rapporto USA-Russia, il continuo reciproco intreccio competitivo nucleare ostacola lo sviluppo di relazioni veramente normalizzate. Per esempio, non vi è alcuna ragione convincente per la quale e le forze nucleari degli Stati Uniti e quelle della Russia non possano essere tranquillamente disaccoppiate, con il raggiungimento, per ogni nazione, del proprio livello di comfort strategico. Le asimmetrie derivanti non dovrebbero creare instabilità fino a quando il rapporto politico resta positivo.

Il problema è che gran parte della comunità strategica degli Stati Uniti continua a percepire la Russia come un potenziale avversario, nonostante le dichiarazioni contrarie. Questo limita la loro volontà di ridurre la capacità di counterforce [capacità di distruggere forze nemiche come ad esempio missili nucleari prima del lancio ndt] nucleare degli Stati Uniti o di limitazione del danno a fronte delle forze strategiche della Russia e li induce a sostenere il mantenimento di forze Usa numericamente grandi e in grado di effettuare attacchi rapidi. Coloro che sostengono il mantenimento di forze nucleari grandi, accuratie e pronte all’uso, affermano che esse sono necessarie come una copertura contro la possibilità di una risorgente Russia ostile. Tuttavia studi recenti da parte del Dipartimento della Difesa concludono che, anche se la Russia tornasse ad essere un avversario e aumentasse le sue forze nucleari fino a superare il totale di quelle degli Stati Uniti, le capacità di sopravvivenza delle forze degli Stati Uniti continueranno a fornire la capacità di rispondere ad un attacco russo con una risposta devastante. [23] I nuovi documenti sulla strategia di sicurezza nazionale del Pentagono affermano che gli Stati Uniti sono in grado di soddisfare tutti i propri obiettivi di deterrenza nei confronti di tutta la gamma di potenziali avversari con un arsenale nucleare più piccolo di quello che possiede attualmente.[24]

Il continuare a fare affidamento su grandi forze nucleari e sulla deterrenza nucleare stile Guerra Fredda ha molti costi. C’è il costo in termini di ostacolare lo sviluppo positivo delle relazioni con la Russia e la Cina. Proprio il rischio che la deterrenza possa venir meno, e la paura costante dell’annientamento che ad esso si accompagna, impone un incommensurabile costo psicologico. Se la deterrenza viene meno, la sofferenza umana risultante potrebbe essere senza precedenti. Vi è anche un costo per gli sforzi volti a prevenire la diffusione delle armi nucleari verso altri stati e attori non statali. Abbracciare la deterrenza nucleare favorisce la proliferazione. Con la conclusione che la minaccia di uso nucleare può aiutare gli stati a gestire una vasta gamma di minacce alla sicurezza nazionale e la stabilità, i sostenitori di deterrenza nucleare invitano gli altri Stati a cercare armi nucleari per garantirsi simili, presunti, benefici.

Infine vi è il costo finanziario, di grandi dimensioni, di un deterrente nucleare. Mantenere il suo arsenale attuale di oltre 10.000 testate nucleari costa agli Stati Uniti circa $ 31 miliardi di dollari all’anno. In confronto, il combinato diplomazia internazionale degli Stati Uniti e la sua dotazione per l’assistenza all’estero è di circa $ 39 miliardi all’anno.[25] Gli attuali piani richiedono l’ammodernamento dell’infrastruttura statunitense per la produzione di armi nucleari e la costruzione di una nuova generazione di missili, bombardieri e sottomarini nucleari. Questo avrà un costo di centinaia di miliardi di dollari nei prossimi 20 anni. In un periodo prolungato di restrizioni fiscali, e con i vantaggi incerti apportati dalle armi nucleari, questo livello di spesa è ingiustificabile. Ma forse il più grande costo legato al continuare a fare affidamento, da parte della maggior parte dei paesi dotati di armi nucleari, su di una strategia di deterrenza nucleare, è che essa caratterizza in maniera erronea le fonti di pericolo del mondo di oggi e distrae i decisori dall’affrontare adeguatamente le minacce future più probabili.

Il vecchio pensiero strategico

Nella tradizione realista della teoria delle relazioni internazionali, tutte le nazioni sono attori indipendenti che cercano di massimizzare il loro potere e la sicurezza in un mondo anarchico.[26] Le Nazioni avviano un conflitto armato come un mezzo per promuovere o proteggere i propri interessi, perché, in un sistema competitivo, il calcolo dei vantaggi nell’usare la forza superano i rischi del non fare nulla. I fautori della deterrenza nucleare sostengono che le armi nucleari abbiano cambiato le dinamiche di questo sistema, aumentando la posta in gioco e le incertezze di usare la forza militare, il che le renderebbe meno probabili.[27]

Ci sono molti problemi con questo punto di vista. In primo luogo, gli Stati in possesso di armi nucleari hanno continuato ad usare la forza militare in situazioni che li avrebbero portati in conflitto con altri paesi dotati di armi nucleari. Le armi nucleari non hanno impedito alla NATO l’uso della forza in Kosovo alla fine del 1990 o le azioni militari russe in Georgia nel 2008. Inoltre, gli Stati senza armi nucleari, hanno anche attaccato chi le possiede, un risultato che è uno schiaffo in faccia alle pretese dei sostenitori della deterrenza. Le armi nucleari non hanno impedito all’Egitto e alla Siria di attaccare Israele nel 1973, all’Argentina di attaccare il territorio britannico nella Guerra delle Falklands nel 1982 o l’Iraq di attaccare Israele durante la Guerra del Golfo del 1991.

In secondo luogo, la teoria della deterrenza nucleare dice poco su come i ruoli delle armi nucleari potrebbero cambiare in un sistema internazionale in continua evoluzione. La natura delle minacce a singole nazioni e la stabilità del sistema internazionale sono cambiate drasticamente dal tempo dell’introduzione delle armi nucleari. Esempi di cambiamento fondamentale includono la fine della Guerra Fredda e l’emergere su larga scala del terrorismo transnazionale. Un altro, e più importante cambiamento è costituito dal maggior grado di interdipendenza della sicurezza internazionale.

Questa maggiore interdipendenza è evidente nel campo dell’economia, ma è stata evidenziata anche dai progressi nella nostra comprensione scientifica delle interazioni tra i sistemi naturali della Terra ed le configurazioni della civiltà moderna. Nulla lo dimostra più chiaramente che la nostra comprensione della scienza ambientale. Una nazione preoccupata per le conseguenze economiche, di salute publica e di sicurezza, legate all’inquinamento atmosferico, al cambiamento climatico, e del livello del mare, e alla diminuzione delle forniture di acqua dolce, può implementare leggi e politiche che riducano drasticamente l’inquinamento di aria e acqua all’interno dei suoi confini. Ma una tale strategia è inutile, perché l’aria al di là dei suoi confini e l’acqua nei suoi fiumi e falde acquifere è ben miscelata con sostanze inquinanti provenienti da nazioni circostanti. Solo se tutte le nazioni collaborano per ridurre l’inquinamento, ognuna può trarre sostanziale profitto dal lavoro svolto. Lo stesso vale per le pandemie di malattie globali e i disastri naturali. Le minacce alla sicurezza influenzano molte nazioni contemporaneamente, e individualmente gli sforzi nazionali per contrastarle o afrontarle possono non essere pienamente efficaci.

L’interconnessione delle questioni di deterrenza nucleare e le minacce ambientali transnazionali è stata dimostrata da due scienziati, Alan Robock e Owen Brian Toon, che hanno utilizzato tecniche di modellazione al computer per simulare le conseguenze climatiche di uno scambio nucleare regionale tra India e Pakistan. I loro risultati mostrano che, con la detonazione di armi nucleari anche limitate solo ai territori dei due combattenti, il fumo e la polvere sollevata nell’atmosfera dalle esplosioni nucleari farebbe poi il giro del mondo, uccidendo le colture e raffreddando temporaneamente il pianeta. Robock e Toon prevedono che morirebbero quasi un miliardo di persone, in grande maggioranza civili in nazioni al di fuori degli stati in guerra.[28] L’implicazione di questa analisi è che tutti i paesi hanno un interesse diretto nella sicurezza per la prevenzione della guerra nucleare, ovunque. Sarebbe perfettamente ragionevole per lo Stato Maggiore degli Stati Uniti consigliare il segretario della difesa e la Casa Bianca che, al fine di tutelare la sicurezza della popolazione degli Stati Uniti, il Pentagono debba avere la capacità di impedire con la forza la guerra nucleare tra India e Pakistan, o di eventuali altri due paesi. Ciò significa che non importa quale sia la ragione per la guerra, o chi abbia iniziato le ostilità, la sicurezza degli Stati Uniti avrebbe richiesto che le armi nucleari indiane e pakistane debbano essere distrutte in volo o preventivamente attaccate a terra, comunque prima che possano essere fatte esplodere e provocare una catastrofe climatica globale che avrebbe ucciso migliaia di americani.

L’esercito degli Stati Uniti, e gran parte della più ampia comunità di sicurezza nazionale, hanno riconosciuto la gravità delle minacce transnazionali quali il cambiamento climatico globale. Il Dipartimento della Difesa statunitense, ad esempio, ha posto la minaccia climatica come un pilastro fondamentale del riesame quadriennale più recente della difesa e la CIA ha istituito un Centro per lo studio dei cambiamenti climatici. Nonostante questa presa di coscienza, la risposta rimane inadeguata e i meccanismi di cooperazione efficace alle minacce transnazionali rimangono non sviluppati a sufficienza.[29] Se non riusciamo a rallentare il cambiamento climatico o ad adattarci con successo alle sue conseguenze, è probabile che ne derivino crisi politiche e militari [30]. La deterrenza nucleare sarà priva di significato in queste crisi. Le minaccie di usare le armi nucleari non hanno credibilità, perché la loro realizzazione peggiorerebbe notevolmente il danno ambientale globale e le sue conseguenze per tutti gli Stati, compresi quelli che hanno usato le armi nucleari, nel tentativo di difendersi o sconfiggere i loro rivali.

Un momento favorevole

Il potere distruttivo delle armi nucleari è in grado di creare l’occasione per un momento favorevole unico nella storia della civiltà umana. La minaccia di una guerra nucleare universale segna il passaggio della civiltà oltre una pietra miliare e rivela una verità fondamentale del moderno ambiente di sicurezza internazionale. Le nazioni tecnologicamente avanzate hanno acquisito, e possiederanno sempre, molteplici mezzi per distruggersi l’un l’altra. Il numero di nazioni con queste capacità saranno sempre di più man mano che le conoscenze tecniche e le competenze si diffonderanno in tutto il mondo. Le armi nucleari potrebbero essere solo il primo esempio di tale capacità. Strumenti nuovi e più devastanti di distruzione umana possono sempre apparire man mano che la scienza e la tecnologia avanzano.

Dobbiamo imparare che il più grande significato della rivoluzione nucleare è ogni governo, di fronte a un rivale dotato di armi nucleari, è stato costretto a concludere che “il senso di sicurezza dei miei avversari è ora la mia preoccupazione”, e integrare questa comprensione nella strategia, nella pianificazione delle forze e nelle operazioni militari.[31] Paradossalmente, alcune azioni che potrebbero aumentare la capacità militare di uno Stato contro il suo rivale, sono infatti contrarie ai propri interessi, poiché potrebbero indurre l’avversario, preso dal panico, a dare inizio ad una guerra nucleare. Questo bisogno di prendere in considerazione le percezioni di un nemico e accoglierle per il bene della propria sicurezza è trasformativa.

Il paradosso nucleare può aiutarci ad imparare fornendo chiarezza per una nuova preziosa comprensione: la portata globale, quasi istantanea, delle armi nucleari e della loro diffusa proliferazione, cristallizza, a differenza di qualsiasi altra costruzione umana, il fatto che la ricerca di sicurezza da un punto di vista puramente nazionalista è inefficace e non scientifica. Le scienze fisiche, biologiche e ambientali rafforzare sempre più questa visione e ci dicono che non esiste una cosa come la sicurezza nazionale, vi è solo la sicurezza internazionale o collettiva. L’alternativa è l’insicurezza collettiva.

Le armi nucleari possono avere un’eredità positiva solo se impariamo da loro. Un sistema di sicurezza internazionale, basato sulla volontà delle nazioni di suicidarsi reciprocamente al fine di proteggersi, è sempre stata riconosciuta come una soluzione non ottimale al dilemma della sicurezza. Questo modo di vedere la sicurezza è gravido di grandi rischi per le nazioni del mondo e per i popoli e dovremmo essere nella continua tensione di ricercare modi più razionali e più umani per raggiungere la sicurezza. Il disarmo nucleare è stato perseguito da più di 60 anni, e sancito come obiettivo internazionale supportato dal diritto, non perché è una moralistica chimera di cittadini disinformati, ma perché molti seri addetti ai lavori e statisti internazionali lo vedono come un obiettivo essenziale di un ordine internazionale sostenibile.[32]

Non è oltre le capacità dei capi di governo e delle istituzioni interiorizzare la comprensione che una grande guerra tra gli stati moderni non può più produrre benefici di sicurezza. Non è necessario continuare a vivere con i rischi legati alla deterrenza nucleare, al fine di raccogliere i cauti frutti elargiti dalla consapevolezza che le nazioni moderne sono in grado di distruggersi l’un l’altra. Il presidente Ronald Reagan paragonò la deterrenza nucleare basata sulla distruzione reciproca assicurata a “due cowboy in un saloon di frontiera con le pistole puntate a vicenda sulle loro le teste in modo permanente”. Per questo ha concluso che “la guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta”.[33]

Il tabù nucleare

Molti studiosi hanno sostenuto che i modelli realisti o tradizionali di comportamento dello Stato non possono spiegare adeguatamente il fatto che le armi nucleari non siano state utilizzate dopo il 1945. Essi ipotizzano che sia emersa una norma potente o tabù contro l’uso nucleare. Questo tabù è basato sulla tradizione di non-uso, una crescente comprensione della difficoltà di raggiungere obiettivi militari con armi nucleari e un profondo orrore morale alla distruzione indiscriminata che le armi nucleari avrebbero portato sulle popolazioni umane e sull’ambiente.[34]

Che un tale tabù esista e si sia rafforzato nel corso degli anni è infatti una conferma che l’idea di usare le armi nucleari in nome della difesa nazionale è considerato dalla maggior parte delle persone come moralmente illegittimo e incompatibile con i valori umani fondamentali. Costituisce inoltre una gradita prova dell’esistenza e della forza di questi valori. Purtroppo molti osservatori considerano il tabù nucleare come motivo per ritenere che il pericolo che una guerra nucleare avvenga davvero sia esagerato. Sono fiduciosi che, nonostante la vulnerabilità ad eventi imprevisti ed errori umani e meccanici, le armi nucleari non verranno utilizzate perché i controlli sono adeguati, le teste più fredde prevarranno, e nessun leader vuole violare i costumi e le norme del tabù nucleare.

Piuttosto che essere compiacenti nei confronti di quanto riguarda la dipendenza esistente in materia di armi nucleari e dei rischi conseguenti alla civiltà, uno sforzo dovrebbe essere fatto per nutrire e rafforzare il tabù ed estenderlo fino a coprire tutti i conflitti militari tra o contro gli Stati armati nuclearmente. Non vi è alcun motivo valido per cui i governi non possano rendersi conto che l’avvio di una guerra in grande scala tra gli Stati nucleari comporta un così alto rischio di condurre ad un uso dell’arma nucleare che essi devono, in sostanza, guardare a questa eventualità con il medesimo obbrobrio che riservano all’uso dell’opzione nucleare di per sé, e adottare quindi un tabù anche nei confronti delle grandi guerre. Perché abbiamo bisogno della presenza quotidiana della minaccia di distruzione nucleare e dell’architettura che essa crea per beneficiare del tabù contro l’avvio dell’Armageddon?

Se la civiltà umana vuole sopravvivere deve dimostrare che il conflitto violento tra i grandi Stati è evitabile. Questo non è un concetto nuovo o radicale. È il principio fondamentale della Carta delle Nazioni Unite, che è stata firmata da 192 delle 195 nazioni del mondo. Reagan disse che la pace non è l’assenza di conflitto, ma la capacità di risolvere i conflitti con mezzi pacifici.

Come per il caso delle armi chimiche, delle armi biologiche, delle munizioni a grappolo e delle mine terrestri antiuomo, le armi nucleari possono essere sottoposte a regimi internazionali che cercano di evitare che tecnologie particolarmente pericolose o inumane vengano utilizzate per scopi militari. I reggimi che vietano queste armi, anche se non ancora completamente attuati, dimostrano chiaramente che è possibile eliminare anche intere categorie di tecnologie militari e renderne la fabbricazione e il loro uso illegali. Fare a meno delle armi nucleari non è né impossibile né più pericoloso del vivere nel mondo in cui viviamo e può effettivamente portare ad un mondo più sicuro. In sostanza, l’idea di deterrenza nucleare basata sulla minaccia di distruzione reciproca, o di deterrenza con qualsiasi futura arma indiscriminata di distruzione di massa, deve diventare universalmente tabù.

Il punto di vista che le armi nucleari dovessero essere eliminato è stato articolato fin dal momento della loro venuta al mondo, e la visione di come l’ideologia della deterrenza nucleare sia incompatibile con i valori umani fondamentali e il buon andamento della civiltà umana è antica quanto le armi nucleari stesse. La maggior parte delle nazioni e delle persone guarda alle armi nucleari come un problema, non una soluzione. Almeno 30 paesi che potrebbero costruire tali armi hanno scelto di non farlo. Molti degli inventori della bomba, tra cui Robert Oppenheimer, sono stati profondamente turbati dal suo potenziale distruttivo e hanno argomentato contro l’idea di farne una pietra angolare della sicurezza nazionale. La stragrande maggioranza delle nazioni, 189 su 195, si sono impegnate a non acquisire armi nucleari in base al Trattato di Non Proliferazione Nucleare del 1970.

Le armi nucleari devono essere eliminate perché non faranno diventare le nazioni potenti nel ventunesimo secolo e oltre. La loro esistenza negli arsenali del mondo, crea i presupposti per loro effettivo utilizzo e i rischi che creano superano il loro valore. Il contributo marginale che la deterrenza nucleare fornisce attualmente alla mancanza di aggressioni di maggiore entità tra grandi potenze viene acquistato a un prezzo troppo alto. Tale prezzo è il rischio costante che un sistema complesso, strettamente interconnesso e in gran parte automatizzato, soggetto all’errore normale, sistemico e umano, come la scienza ci dice, inevitabilmente fallirà, e fallirà catastroficamente, con la perdita ingiustificata e senza precedenti della vita civile. Errori con armi convenzionali possono avere limitato impatto fisico. Con le armi nucleari non sono possibili errori piccoli.

Le armi nucleari sono inutili per affrontare e risolvere le più probabili future sfide di sicurezza internazionale, ma un costante progresso verso l’eliminazione di tali armi può aiutare le nazioni affrontare questi problemi transnazionali. Le abilità diplomatiche e tecniche acquisite attraverso la creazione dei trattati e delle istituzioni per verificare in concreto l’eliminazione delle armi nucleari dagli arsenali nazionali possono fornire modelli potenti e l’esperienza per affrontare altre minacce transnazionali. L’eliminazione delle armi nucleari, un progetto che richiederà 25-35 anni, può quindi essere un principio di organizzazione e un esempio per le forme di cooperazione internazionale, le leggi e le istituzioni che sono necessarie per gestire altre sfide globali. In secondo luogo, l’eliminazione delle armi nucleari permetterà a risorse creative, intellettuali, tecniche e finanziarie, ora dedicate alla minaccia nucleare, di essere indirizzate verso la risoluzione delle crisi transnazionali affrontate da tutte le nazioni. Man a mano che le armi nucleari verranno eliminate, tali risorse potranno esserereindirizzate verso lo sviluppo di energia pulita, tecnologie per la cattura del carbonio, per la gestione dell’acqua pulita e per un’agricoltura a basso impatto e ad alta produttività.

Le armi nucleari devono essere eliminate perché vi è la reale opportunità storica di farlo e perché non farlo metterà a repentaglio le generazioni attuali e future che tentano di gestire una serie di inevitabili problemi di sicurezza globali. Saranno necessarie trasformazione nel modo in cui gli Stati interagiscono fra loro prima che vengono eliminati anche le ultime armi nucleari, ma i progressi tangibili verso il disarmo nucleare non possono attendere la risoluzione di tutti i conflitti internazionali. Conflitti internazionali esistevano prima che le armi nucleari fossero state inventate, persistono mentre gli stati sono in possesso di arsenali nucleari e rimarranno dopo che le armi nucleari saranno state eliminate da tali arsenali.

Obama ha detto a Praga che l’eliminazione delle armi nucleari non può essere raggiunto durante la sua vita, ma il 2045 – 34 anni da adesso, quando Obama avrà 84 anni – segnerà il 100° anniversario del bombardamento atomico del Giappone. Tre decenni e mezzo è un tempo sufficiente per il mondo per effettuare la transizione per uscire fuori dall’ideologia della deterrenza nucleare e per smantellare il sistema di forze nucleari dispegate in nome della difesa nazionale. Ogni anno che passa porterà la necessità di sostenere ancora più chiaramente la visione di Obama di un mondo libero dalle armi nucleari. La comunità internazionale ha l’opportunità di onorare la memoria delle vittime di Hiroshima e Nagasaki, eliminando le armi nucleari dagli arsenali del mondo, un secolo dopo che sono state scatenate.

Acknowledgements

Questa ricerca non ha ricevuto alcuna sovvenzione specifica da qualsiasi fonte di finanziamento del settore pubblico, commerciale, o non-profit. I pareri espressi in questo articolo sono solo dell’autore e non rappresentano quelli del Los Alamos National Laboratory o del governo degli Stati Uniti. This research received no specific grant from any funding agency in the public, commercial, or not for-profit sectors. The views presented in this article are the author’s own and do not represent those of the Los Alamos National Laboratory or the US government.

Note

1 Vedi Remarks by President Barack Obama, Hradcany Square, Prague, Czech Republic, April 5, 2009, disponibile all’indirizzo http://www. whitehouse.gov/the_press_office/ Remarks-By-President-Barack- Obama- In-Prague-As-Delivered. Two major international public efforts to eliminate nuclear weapons stand out: The Nuclear Security Project launched by Sam Nunn, George Schultz, William Perry and Henry Kissinger at http://www.nuclearsecurityproject.org/site/c.mjJXJbMMIoE/b.3483737/k.4057/Nuclear_Security_Project_Home.htm, and the Global Zero Project. Per un riepilogo delle dichiarazioni da parte dei governi nazionali, a sostegno dell’eliminazione delle armi nucleari Vedi http://www.globalzero.org/en/who/ governments. ^ritorna^

2 Vedi Lawrence S. Wittner, Confronting the Bomb, A Short History of the World Nuclear Disarmament Movement (Palo Alto, CA: Stanford University Press, 2009). ^ritorna^

3 Per trattazioni classiche della teoria della deterrenza nucleare Vedi Thomas C. Schelling, Arms and Influence (New Haven, CT: Yale University Press, 1966) and McGeorge Bundy, ‘To Cap the Volcano’, Foreign Affairs, vol. 48, no. 1, November 1969. ^ritorna^

4 Per informazioni classiche sulle conseguenze di una guerra nucleare Vedi Sidney Drell and Frank von Hippel, ‘Limited Nuclear War’, Scientific American, November 1976; Samuel Glasstone and Philip J. Dolen (eds), Effects of Nuclear Weapons, 3rd ed. (Washington DC: US Department of Defense and Department of Energy, 1977; Effects of Multiple Nuclear Explosions Worldwide (Washington DC: National Acadey of Sciences, 1975); The Effects of Nuclear War (Washington DC: US Arms Control & Disarmament Agency, April 1979); William Daugherty, Barbara Levi and Frank von Hippel, ‘The Consequences of “Limited” Nuclear Attacks on the United States’, International Security, vol. 10, no. 4, Spring 1986, pp. 3–43. ^ritorna^

5 L’ultimo discorso di Churchill è intitolato ‘Mai disperare’. E ‘stato dato alla Camera dei Comuni il 1 ° marzo 1955 ed è disponibile all’indirizzo http://www. winstonchurchill.org/learn/speeches/ speeches-of- winston-churchill/102- never-despair. ^ritorna^

6 Mentre l’uso involontario o non intenzionale da parte l’attaccante non è un fallimento classico di deterrenza, la sua possibilità può essere considerata come la prova di una vulnerabilità dei sistemi di dissuasione. Se i decisori sono così razionalmente contrari a una guerra nucleare che dovrebbero accettare solo sistemi tecnici che non abbiano alcuna possibilità di errore o di essere azionati da parte di malintenzionati. Purtroppo, tali sistemi non esistono. Inoltre, non sarà molto importante per la vittima di un attacco nucleare sapere che si è trattato di un incidente. Il desiderio di vendicarsi sarà schiacciante e in base alla dottrina corrente la ritorsione può essere avviato anche prima della detonazione delle armi lanciatoe accidentalmente. ^ritorna^

7 Vedi Geoffrey Forden, ‘False Alarms in the Nuclear Age’, NOVA documentary, 6 November 2001, disponibile all’indirizzo http://www.pbs.org/wgbh/nova/ military/nuclear-false-alarms.html. ^ritorna^

8 Vedi Scott Sagan, The Limits of Safety: Organizations, Accidents, and Nuclear Weapons (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1993), and Jaya Tiwari and Cleve J. Gray, ‘U.S. Nuclear Weapons Accidents’, http:// www.cdi.org/issues/nukeaccidents/ accidents.htm. ^ritorna^

9 Martin Hellman, professor of engineering at Stanford University, is a leading advocate of this approach. Vedi Martin E. Hellman, ‘Risk Analysis of Nuclear Deterrence’, The Bent of Tau Beta Pi, Spring 2008, disponibile all’indirizzo http://nuclearrisk.org/paper.pdf . Vedi also Martin E. Hellman, ‘Soaring, Cryptography and Nuclear Weapons’, 21 October 2008, disponibile all’indirizzo http:// nuclearrisk.org/soaring.pdf. ^ritorna^

10 Vedi the comments by Bruno Tertrais in ‘Nuclear Myth-Busting’, correspondence section of Nonproliferation Review, vol. 16, no. 2, July 2009. ^ritorna^

11 Vedi Ward Wilson, ‘The Myth of Nuclear Deterrence’, Nonproliferation Review, vol. 15, no. 3, November 2008; John Mueller, Atomic Obsession: Nuclear Alarmism from Hiroshima to Al-Qaeda (Oxford: Oxford University Press, 2010); and McGeorge Bundy, ‘The Unimpressive Record of Atomic Diplomacy’, in Robert J. Art and Robert Jervis (eds), International Politics: Enduring Concepts and Contemporary Issues (New York: HarperCollins, 1996), pp. 227–35. ^ritorna^

12 Vedi especially Tsuyoshi Hasegawa, Racing the Enemy: Stalin, Truman, and the Surrender of Japan (Cambridge, MA: Harvard University Press, 2005); Sumio Hatano, ‘The Atomic Bomb and Soviet Entry into the War: Of Equal Importance’, in Tsuyoshi Hasagawa (ed.), The End of the Pacific War: Reappraisals (Stanford, CA: Stanford University Press, 2007). ^ritorna^

13 Vedi John Mueller, ‘The Essential Irrelevance of Nuclear Weapons: Stability in the Postwar World’, in The Cold War and After: Prospects for Peace (Cambridge, MA: MIT Press, 1997), pp. 45–69. ^ritorna^

14 Vedi John S. Duffield, ‘Explaining the Long Peace in Europe: the Contributions of Regional Security Regimes’, Review of International Studies, vol. 20, no. 4, October 1994, pp. 369–88. ^ritorna^

15 Per l’argomento secondo il quale la pace della guerra fredda non è nulla di insolito Vedi Randolph M. Siverson and Michael Don Ward, ‘The Long Peace: A Reconsideration’, International Organization, vol. 56, no. 3, Summer 2002, pp. 679–91. ^ritorna^

16 John A. Battilega, ‘Soviet Views Of Nuclear Warfare: The Post-Cold War Interviews’, in Henry Sokolski (ed.), Getting Mad: Nuclear Mutual Assured Destruction, Its Origins and Practice, November 2004, disponibile all’indirizzo http:// www.strategicstudiesinstitute.army. mil/pdffiles/pub585.pdf . ^ritorna^

17 Vojtech Mastny, War Plans and Alliances in the Cold War: Threat Perceptions in the East and West (Abingdon: Routledge, 2006), pp. 3, 27. ^ritorna^

18 Barbara Starr, ‘Air Force Investigates Mistaken Transport of Nuclear Warheads’, CNN, 5 September 2007, http://articles.cnn.com/2007-09-05/ us/loose.nukes_1_nuclear-weaponsnuclear- warheads- missiles?_s=PM:US. ^ritorna^

19 La letteratura sulla deterrenza nucleare è vasta, per un campione delle maggiori fonti che evidenziano I benefici del deterrente nucleare Vedi Glenn H. Snyder, Deterrence and Defense: Toward a Theory of National Security (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1961); Alexander George and Richard Smoke, Deterrence in American Foreign Policy (New York: Columbia University Press, 1974); and Albert Wohlstetter, ‘The Delicate Balance of Terror’, Foreign Affairs, vol. 37, no. 2, January 1959, p. 213. ^ritorna^

20 Bruce Allyn, James Blight and David Welch, ‘Essence of Revision: Moscow, Havana and the Cuban Missile Crisis’, International Security, vol. 14, no. 3, Winter 1989–1990, pp. 136–72. ^ritorna^

21 I fatti che al contorno dellla crisi sono tratti da una cronologia preparato per Laurence Chang and Peter Kornbluh (eds), The Cuban Missile Crisis, 1962 (New York: The New Press, 1992, 1998), and disponibile all’indirizzo http://www.gwu.edu/~nsarchiv/nsa/ cuba_mis_cri/590101_620919%20 Chronology%201.pdf. ^ritorna^

22 ‘Presidents Detarget Nuclear Missiles’, ITAR-TASS, 14 January 1994. ^ritorna^

23 Hans Kristensen, ‘DOD: Strategic Stability Not Threatened even by Greater Russian Nuclear Forces’, FAS Strategic Security Blog, 10 October 2012. http://www.fas.org/blog/ ssp/2012/10/strategicstability.php (Nov. 2012). ^ritorna^

24 Vedi US Department of Defense, Sustaining U.S. Global Leadership: Priorities for 21st Century Defense, January 2012, http://www.defense. gov/news/Defense_Strategic_ Guidance.pdf. ^ritorna^

25 Stephen I. Schwartz and Deepti Choubey, ‘Nuclear Security Spending Assessing Costs, Examining Priorities’, Carnegie Endowment for International Peace, January, 2009, http:// carnegieendowment.org/2009/01/12/ nuclear-security-spending-assessingcosts- examining-priorities/8uq. ^ritorna^

26 Per un campione della vasta letteratura sulla tradizione realista nella teoria delle relazioni internazionali Vedi John J. Mearsheimer, ‘Back to the Future: Instability in Europe after the Cold War’, International Security, vol. 15, no. 1, Summer 1990, pp. 5–49; Hans J. Morgenthau, Politics among Nations: The Struggle for Power and Peace, 2nd ed. (New York: Alfred A. Knopf, 1954); Kenneth Waltz, Theory of International Politics (Boston, MA: McGraw-Hill, 1979); George F. Kennan, Realities of American Foreign Policy (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1951); and Raymond Aron, Peace and War: A Theory of International Relations, trans. Richard Howard and Anette Baker Fox (Garden City, NJ: Doubleday, 1966). ^ritorna^

27 Vedi Frank Miller, ‘Disarmament and Deterrence: A Practitioner’s View’ in George Perkovich and James M. Acton, Abolishing Nuclear Weapons: A Debate (Washington DC: Carnegie Endowment for International Peace, 2009), http:// carnegieendowment.org/publications/ index.cfm?fa=view&id=22748. ^ritorna^

28 Alan Robock and Owen Brian Toon, ‘South Asian Threat? Local Nuclear War=Global Suffering’, Scientific American, January 2010, http://www. scientificamerican.com/author. cfm?id=2220. ^ritorna^

29 Vedi Francesco Femia, Christine Parthemore and Caitlin Werrell, ‘The Inadequate US Response to a Major Security Threat: Climate Change’, Bulletin of the Atomic Scientists, web edition, 20 July 2011, http://www. thebulletin.org/web-edition/op-eds/ the-inadequate-us-response-to-majorsecurity- threat-climate- change. ^ritorna^

30 Vedi Jeffrey Mazo, Climate Conflict: How Global Warming Threatens Security and What to Do About It, Adelphi 409 (Abingdon: Routledge for the IISS, 2010). ^ritorna^

31 Vedi Robert Jervis, The Meaning of the Nuclear Revolution (Ithaca, NY: Cornell University Press, 1989). ^ritorna^

32 Notable among these is George P. Shultz, William J. Perry, Henry A. Kissinger and Sam Nunn, ‘A World Free of Nuclear Weapons’, Wall Street Journal, 4 January 2007. ^ritorna^

33 Ronald Reagan, An American Life: The Autobiography (New York: Simon & Schuster, 1990), pp. 257–8, 265, 267–8, 550. ^ritorna^

34 Vedi Nina Tannenwald, The Nuclear Taboo: The United States and the Non- Use of Nuclear Weapons Since 1945 (Cambridge, Cambridge University Press, 2007); Thomas Schelling, ‘The Nuclear Taboo’, MIT International Review , Spring 2007, http://web.mit. edu/mitir/2007/spring/taboo.pdf; T.V. Paul, The Traditions of Non-Use of Nuclear Weapons (Stanford, CA: Stanford University Press, 2009); and William C. Potter, ‘In Search of the Nuclear Taboo: Past, Present, and Future’, Proliferation Papers, no. 31, Winter 2010, disponibile all’indirizzo http://www.ifri.org. at 23:03 14 February 2013 ^ritorna^